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L’orangutango espiatorio

Dobbiamo essere grati al vicepresidente del Senato di aver riportato in primo piano un tema di politica internazionale spesso trattato o con ingenuo moralismo o, sul fronte opposto, con primaria rozzezza

In questa rubrica non si parla quasi mai dell’Italia. La ragione è semplice: è una rubrica che si occupa di politica internazionale. Come scrisse Sergio Romano, la politica estera fa l’Italia più di quanto l’Italia non faccia politica estera. La strada migliore per cercare di capire quello che succede in Italia, dunque, è cercare di capire quello che succede nel mondo. Il resto è folklore (anche a dosi massicce) e/o genius loci. Ma la sostanza è altrove.

Anche le incursioni del vicepresidente del Senato Roberto Calderoli nel campo della zoologia sono folklore – stavolta di ceppo orobico più che brianzolo. Non toccherebbe dunque a noi occuparcene, ma ad un etnologo, o al limite a un etologo. Non fosse che dobbiamo essere grati al vicepresidente del Senato di aver riportato in primo piano un tema di politica internazionale spesso trattato o con ingenuo moralismo o, sul fronte opposto, con primaria rozzezza.

Contrariamente a ciò che molti pensano, la Lega Nord è l’unico partito italiano che sa quel che vuole. L’unico di una certa rilevanza elettorale, almeno. Gli altri vivono alla giornata, contando sul “pilota automatico” di cui parlava Mario Draghi non molto tempo fa. La Lega, invece, no. La Lega Nord vuole due cose, essenzialmente: l’Europa e l’immigrazione.

Certo, tutti i membri di quel partito, dal Grande Capo prepensionato all’ultimo dei militanti, passando per Calderoli e Borghezio, dicono, e probabilmente pensano, esattamente il contrario: che sono contro l’Europa – segnatamente contro l’euro – e contro l’immigrazione. Vediamo.

La Lega è nata quando l’Italia si stava pericolosamente allontanando dall’Europa, a colpi di svalutazioni successive. Dal Nord produttivo – e non solo da Bossi, ma anche, con tutt’altro stile, da Gianni Agnelli (Intervista sul capitalismo moderno, Laterza, 1983, p. 150) – venne il chiaro monito: o si resta in Europa, oppure si finisce in Africa. Sia Bossi che Agnelli volevano andare in Europa; il sabaudo Agnelli si preoccupava di portarsi dietro l’Italia tutta intera; Bossi avvertiva che se l’Italia tutta intera non ce l’avesse fatta, in Europa ci sarebbe andato il Nord, da solo. Quando, infine, l’Italia venne ammessa al club dell’euro, la Lega crollò elettoralmente. Missione compiuta, traghettata effettuata, non c’era più bisogno del traghetto di riserva.

Le picche anti-europee di Berlusconi e della stessa Lega negli anni successivi si spiegano di nuovo e ancora con la psicologia sociale lombardo-veneta, di una realtà imprenditoriale molto più connessa con i mercati dell’Europa centrale che con quelli dell’Italia centrale, che guarda oltre le Alpi piuttosto che oltre gli Appennini. La Lombardia è una delle quattro regioni economicamente più dinamiche e ricche d’Europa, insieme alla Baviera, alla Catalogna e all’Île-de-France. Cinque, se aggiungiamo la regione di Londra, che per ora non ha ancora deciso dove stare. È quindi comprensibile che, in Lombardia il direttorio europeo franco-tedesco sia visto con fastidio e con ostilità: non perché esista, ma perché la Lombardia ne è esclusa.

L’immigrazione. La legge che ha permesso la più alta percentuale di regolarizzazioni di clandestini porta la firma di Bossi. Treviso è stata a lungo la città con più voti per la Lega e con più immigrati. Non sono paradossi, anzi.

Occorre tener ferme cinque caratteristiche molto generali del fenomeno migratorio: 1) l’immigrazione è inevitabile nella società industriale; 2) gli immigrati rallentano il declino demografico, dinamizzano l’economia e contribuiscono più dei nativi alle finanze pubbliche; 3) essi tendono ad accettare salari più bassi e condizioni di lavoro più precarie, contribuendo così a peggiorare le condizioni medie della forza lavoro; 4) l’offerta di immigrati eccede spesso la domanda, e quindi una parte di essi si riversa su attività illegali; 5) per le scelte che hanno fatto e le esperienze che hanno vissuto, gli immigrati sono in media più intraprendenti dei nativi, e tendono a surclassarli in molte attività, legali o illegali.

La politica della Lega – conscia o inconscia – è molto chiara: la pressione sugli immigrati tende a sottolinearne la soggezione, e quindi a favorirne l’ingresso sul mercato del lavoro in condizioni sfavorevoli; questo rinvigorisce l’economia e le casse pubbliche; ma, al tempo stesso, abbassa i livelli di vita dei lavoratori, compresi ovviamente i nativi; i nativi vedono negli immigrati la causa del peggioramento delle loro condizioni; i nativi votano per la Lega. Ecco spiegato il miracolo di Treviso. Ecco spiegato come la Lega Nord (e il Front national in Francia) sia il “primo partito operaio”.

Nelle democrazie elettorali, i partiti sono costantemente a caccia di voti. Finché i nativi votano, e gli immigrati no, la tendenza a vellicare le pulsioni primarie dei primi sarà sempre forte per tutti. E vincono coloro che sono culturalmente più attrezzati.

Ma non lasciamoci prendere dall’ottimismo. Una volta integrati, e ammessi al voto, gli immigrati assumono presto la mentalità dei nativi. E la gara per vellicare le pulsioni primarie riprende. Un orangutango espiatorio, tanto, lo si trova sempre.

 

P.S. I primati c’entrano poco, in tutto questo. Quando la democratica Lidia Ravera scrisse (2004) che Condoleeza Rice era «la “lider maxima” delle donne-scimmia», nessuno mosse un dito. Nemmeno il dito medio.

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