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Il brutto che ci è entrato dentro

Al ritorno in Italia, prendendo il treno dall'aeroporto di Fiumicino, il primo impatto è con la squallida periferia romana. Un paesaggio definito dal cinismo delle cubature e a cui abbiamo finito per abituarci. E se la stessa cosa stesse avvenendo con il paesaggio intellettuale?

 

Colonna Sonora: Terra, Almamegretta

Poi, un giorno, torni a casa. E casa è dove le cose intorno sono familiari, eppure nuove. Sarà il fuso orario, sarà l'attacco sensoriale della memoria proustiana, sarà la stanchezza del viaggio, fatto sta che ogni volta che torno in Italia mi ritrovo a vivere le prime ore come fossi sotto l'effetto di una qualche droga allucinogena. Ho una sensibilità esasperata, assorbo ogni cosa e divento emotiva. Ed è in questo stato psico-fisico che, stravolta dal caldo, dalla folla e dalla chiassosità dei romani, trascinandomi dietro i miei valigioni da emigrante, salgo sul treno Fiumicino-Fara Sabina.

Per chi arriva a Roma in aereo, il primo impatto con la penisola che è stata culla della civiltà avviene da questo affollato e maleodorante treno che attraversa i sobborghi romani. E non è un bell'impatto. Sgraziata, fredda e opprimente, squallida, triste, brutta, la periferia di palazzoni privi di qualsivoglia estetica, mi saluta beffarda: è di questo che morivi di nostalgia? Il fatto è che quando si sta fuori si tende a idealizzare. Lontana, da New York, mi consumo d'amore per gli odori della macchia mediterranea, per i profili delle mie montagne brulle, per le atmosfere dei centri storici. Parco Leonardo e Ponte Galeria non sono la prima cosa che mi salta alla mente. Eppure tutto questo mi è familiare quanto le mie montagne e il mio mare. Questa bruttezza arrogante, che non fa il minimo sforzo per mascherarsi, questa mostruosità irrispettosa del paesaggio, indifferente alla storia, a noi italiani è diventata abituale. La riconosciamo al primo sguardo e non ce ne curiamo. Ma arrivando dall'estero, con gli occhi disabituati al paesaggio delle periferie urbane italiane, quelle brutture mi colpiscono come uno schiaffo e mi provocano un senso di triste angoscia. E così la prima emozione al ritorno è ancora nostalgia, ma una nostalgia impossibile, per un mondo che non ho visto mai, per un'Italia bella che è rimasta seppellita sotto la brutalità del cemento.

A guardare quei palazzi e quelle strade, sembra quasi che un qualche vandalo arrabbiato col mondo abbia pensato che l'Italia fosse troppo bella, che il nostro paesaggio fosse troppo perfetto, e abbia quindi deciso di deturparlo, a sfregio, punteggiandolo di orribili segni della peggiore presenza umana. Avevamo un paese bellissimo finché negli anni 60 abbiamo deciso che il cinico utilitarismo del cemento dovesse (e potesse) vincere sulla storia, la cultura, la natura, l'armonia. Abbiamo costruito un paesaggio che non ammette voli pindarici, che con la sua razionale bruttezza, con il suo spietato senso pratico (quattro mura, un tetto) che tuttavia non riesce ad escludere l'innato disordine, costringe la nostra immaginazione dentro confini disegnati al tavolino del geometra. Una bruttezza che non ammette variabili, né ricerca espressiva, ma che ubbidisce solo alla leggi della cubatura e della riduzione dei costi.

Nei giorni che seguono il mio ritorno, ricomincio ad avere a che fare con gli italiani. Desiderosa di riconnettermi con la “mia gente” e di assaporare quel gusto tipicamente italiano per la speculazione filosofica, mi avventuro in lunghe considerazioni, racconto dei miei progetti, voglio sentire dei progetti altrui. Ma la conversazione non decolla. Ad accogliere i miei sforzi, una sfilza di “ma, sì, però, l'hanno già fatto, l'hanno già detto, è rischioso, non funzionerebbe, bisogna calcolare questo e quest'altro e poi i soldi chi te li dà e poi se non funziona?”. A New York, se racconto a chicchessia di un mio progetto, fosse anche un piano per andare sulla luna in bicicletta, la gente mi incoraggia con un “Sounds like a great idea” o al massimo mi oppone un “That's ambitious. But where there's a will there's a way”. Forse gli americani potranno sembrare un poco ingenui, ma meglio una bella doccia di ottimismo, seppure poco realistico, che una sferzata di disillusione. Qui invece la gente non ha voglia. Non ha voglia di speculare, non ha voglia di immaginare, non ha voglia di sognare, non ha voglia nemmeno di starti ad ascoltare. Un intero popolo depresso, negativo per definizione, che ha deciso di non lasciarsi andare a voli d'immaginazione, che non ha più il coraggio dei sogni (e lo so che la crisi non ha aiutato, ma, diciamoci la verità, eravamo così anche prima della crisi).

E allora mi viene il dubbio che da quei palazzi brutti, da quell'edilizia senza visione, dalla colonizzazione brutale delle periferie che ha dato vita al deprimente paesaggio suburbano che ti accoglie quando esci dall'aeroporto di Fiumicino, qualcosa si sia trasferito al paesaggio umano, altrettanto deprimente e depresso.

La nostra immaginazione collettiva, la nostra capacità, come popolo, di sorprenderci e sorprendere è rimasta schiacciata sotto il cemento. Le sopravvive una sorta di fatalismo declinato al negativo, che si alimenta della convinzione che non ci sia nulla da fare, che non valga nemmeno la pena di provarci, perché poi tanto – dall'alto – il potere è sempre pronto a fregarti. E questo disincanto amaro e lassista è diventato, come quei palazzi brutti, una familiare parte del paesaggio, tanto che non lo vediamo più. Nemmeno ci accorgiamo che è lì e getta la sua ombra su ogni cosa. Cinico, sterile, costretto dentro confini stabiliti da quelli che ci hanno detto che bisogna stare coi piedi per terra, il glorioso pensiero italiano si è immobilizzato – coi piedi ficcati nel cemento. Il paesaggio umano e intellettuale italiano si è imbruttito e inaridito, finendo per somigliare a quelle periferie. Da popolo di poeti, santi e navigatori, ci siamo trasformati in un popolo di funzionari, traffichini e culi pesanti. Per fortuna, con qualche meravigliosa eccezione.

 

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