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un regista arrivato per osare

Storia di Andrea Lodovichetti, diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, pluripremiato e con un curriculum invidiabile. A New York ha trovato le opportunità che cercava e una sua dimensione professionale

Camicia bianca, occhiali, barba incolta, capelli lunghi ma non troppo, uno stile un po’ alla Johnny Depp. Proprio il suo stile racchiude il personaggio, la sua storia, la vita di un regista appassionato, istintivo, in continuo movimento e dalla parlantina svelta di chi ha mille idee in testa e deve buttarle fuori per non perdere l’ispirazione. Si tratta di Andrea Lodovichetti, 36 anni, originario di Fano, diplomato in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia; assistente alla regia di Paolo Sorrentino per i film L’amico di famiglia e Il divo – vincitore di più di 80 premi in festival di cortometraggi di tutto il mondo. Nonostante un curriculum di tutto rispetto, lascia l’Italia e continua ad inseguire il suo sogno di girare film mantenendo la lucidità, l’onestà intellettuale e la trasparenza nella Grande Mela.

"Il cinema non è un dono, ma una vocazione. I registi sono i santi del nostro tempo: danno la loro vita affinché la verità sia detta su pellicola". Yusuf Shahin

Andrea l’ho incontrato alla fermata di Chambers Street per poi dirigerci verso un parco vicino. Seduti in mezzo al verde, nonostante un vento piuttosto forte ma piacevole, ha iniziato a raccontarsi. La sua avventura a New York possiamo dire che sia appena iniziata, nonostante ormai da sette anni Andrea corteggi la città. Negli anni scorsi, veniva a New York per brevi periodi: una o due settimane per partecipare ai vari festival del cinema. L’atmosfera e gli incontri erano diversi e stimolanti tanto da permettergli di migliorare l’inglese, accrescere la creatività e la voglia di realizzare nuovi cortometraggi, documentari e film. Finché, dopo una permanenza più lunga, decise di trasferirvisi. Era il 19 aprile 2013. Legatissimo alle sue origini italiane, Andrea ha deciso di lasciare Roma e volare oltreoceano perché New York, rispetto all'Italia, dà più opportunità e aiuta a ritrovare l’entusiasmo soffocato dalla continua ricerca di occasioni fantasma. “Qui tutte le mattine ti svegli motivato, energico. Hai voglia di fare. Automaticamente, quando hai pulsioni così prepotenti e vigorose, è inevitabile che tu tenda a circondarti di persone con le quali tu possa condividere la speranza e la tenacia di chi ce la deve fare ad ogni costo. E questo ti cambia! A me ha fatto recuperare l'entusiasmo, mi ha donato la possibilità di continuare a credere nei miei sogni. Da subito, appena inizi a guardarti attorno, capisci di non aver buttato via il tempo, che non é troppo tardi e che se continui così, probabilmente qui ce la farai. La grinta, finalizzata ad un obiettivo credibile è una cosa che avevo dimenticato completamente”.

In questi pochi mesi Andrea ha realizzato molto più di quanto potesse immaginare. La città con la sua energia e disponibilità al nuovo aiuta a creare. “Questo é estremamente stimolante. Ogni giorno può portare a qualcosa di buono e lo senti, sulla pelle. Trovi persone con cui confrontarti, disposte ad ascoltarti. Esempio apparentemente stupido, ma che stupido non è affatto: qui le persone rispondono alle email! E se trovano interessante quello che hai da offrire, ti chiamano. Le incontri. Insomma, ti danno la possibilità di dimostrare il tuo valore. Poi, naturalmente, dipende tutto da te. In Italia tutto questo non esiste. Le persone non rispondono, non pagano, spariscono, se ne fregano. Hanno i loro amichetti da gestire, piazzare, spingere. Una tragedia”. Nonostante questa apertura nei confronti di nuove idee a New York non è tutto facile e Andrea lo conferma. “Non è semplice per una serie di motivi. Primo perché siamo sradicati dalla nostra cultura e catapultati in un’altra, molto diversa. Questo da una parte é stimolante, ma non si può negare che non è così facile adattarsi ai ritmi di vita e ad una tipologia di relazioni interpersonali che poco o niente hanno a che vedere con quelli cui eravamo abituati. A New York, i rapporti sociali e personali sono molto diversi da quelli che intendiamo noi italiani o europei. Molti americani affrontano la loro vita privata subordinandola al lavoro. In modo anche devastante, rispetto ad una vita privata sana di cui ogni essere umano ha bisogno. Noi europei affrontiamo la parte lavorativa della nostra vita in maniera diversa. Questa differenza non mi inibisce dall’ avere amici americani (anzi!), non mi spaventa, ma certo non è così facile approcciarvisi, all’inizio. Diciamo che é un altro modo di vivere. Poi… paese che vai usanze che trovi! Un altro problema é il costo elevato della vita e degli affitti in primis. È difficile mantenere lo stesso tenore di vita che avevi in Italia, qua. A meno che tu non sia milionario, certo. Nonostante questo vieni sempre e comunque incoraggiato, a patto che tu sia disposto a rimetterti in gioco e ricominciare tutto da capo. E lo fai: perché sai che potrebbe accadere qualcosa, qui. Di conseguenza, le difficoltà le affronti con un animo nuovo, con uno spirito più sereno, perché percepisci che gli stimoli sono veri e le possibilità autentiche. Insomma, vale la pena, perché si lotta per qualcosa! Ma che sia… facile non é assolutamente vero”.

“Andate fiduciosi nella direzione dei vostri sogni, vivete la vita che avete sempre immaginato”. Henry David Thoreau

La differenza tra l’Italia e l’America è il modo di rapportarsi nei confronti delle persone che hanno ottenuto dei successi fuori gli States. “Sicuramente il tuo curriculum ed i riconoscimenti sono importanti. Ma quando arrivi a New York nessuno ti spalanca le porte, ed è giusto così. Le opportunità, anche se forti di un buon curriculum, vanno cercate, trovate. Ma si deve bussare. Non é facile. Ci vuole tanta determinazione per ricominciare da capo. Per alcune persone che conosco, per esempio, é stato un problema: c'é gente che ha provato e dopo tre mesi ha preferito rinunciare. No, non è semplice. Niente lo è, in realtà”.

“Un linguaggio diverso è una diversa visione della vita”. Federico Fellini

Andrea, invece, supera questi momenti di difficoltà semplicemente lavorando più sodo e rinunciando a qualche serata in giro. Per lui è importante rimanere concentrato sui progetti sui quali sta lavorando. In questo momento Andrea ha in lavorazione due lungometraggi che, insieme alla Little Studio Films di Los Angeles ed alla sua manager e producer Alexia Melocchi, sta cercando di realizzare.“Qui sto combattendo la mia battaglia vera, quella che non ho potuto combattere in Italia perché nessuno ti apre mezza porta se non sei figlio di questo o amico di quello”.

In questo momento ha due progetti, in particolare, che sta sviluppando: Scavenger hunt for the dying, (a destra la locandina) un dramedy on the road scritto da Katherine VanPelt e Dear Mr. Obama, scritto dall’amico e connazionale Eros Tumbarello: una storia ambientata tra Cuba e gli Stati Uniti.

Non è necessario essere folli per fare del cinema. Ma aiuta molto”. Samuel Goldwyn

Per Andrea New York è un modo di essere, un esame, una dimensione, non è una città vera e propria. “Molti dicono che New York dopo un po’ ti distrugge perché ti rende troppo freddo, troppo distaccato: Un’automa. Dopo quattro mesi forse é presto per dirlo, ma al momento non mi sento cambiato in quel senso. Quando sono stato messo davanti alla possibilità di scegliere tra Los Angeles o New York, in tanti mi hanno consigliato di iniziare dalla East Coast: filmmakers europei, a livello di sensibilità, tendono a trovarsi meglio qua. Ma ogni caso è un caso a sé, e sto valutando come muovermi nei prossimi mesi. Fino alla fine dell’anno sarò qui. Poi, si vedrà”.

Tra Andrea e New York la scintilla è scattata dal primo momento “dalla prima volta che ho messo piede a New York, nel 2007, ho subito pensato che prima o poi avrei trascorso un periodo della mia vita qui. Questa consapevolezza mi é arrivata come una folgorazione. È stato strano: una città in cui non ero mai stato e che sembrava conoscessi a menadito, da sempre”. Infine Andrea consiglia a chi vuole provare l’esperienza newyorchese di osare. Soprattutto di conoscere la città perché non a tutti piace. “Non aspettate! Non perdete tempo. Venite qua. Assaggiate New York. Se vi trovate male, tornate indietro: niente é irreversibile! Ma venite, assimilate, e poi… decidete. Tornerete, ve lo garantisco. Per giocare la vostra partita, in un campo da gioco vero”.

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