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Poche certezze su Paolo Dall’Oglio, attivista del dialogo interreligioso

Da Farnesina e Vaticano non arrivano notizie sul missionario italiano rapito in Siria alla fine di luglio. Riportiamo un'intervista in cui il gesuita, oppositore di Assad, spiega i rapporti tra cristiani e musulmani e i retroscena del conflitto siriano

È stato ucciso, come denunciato da una fonte araba? È ancora vivo e "ospite" di al Qaida, come affermato da un'altra fonte? Mentre scriviamo, sia la Farnesina che il Vaticano mantengono una prudente cautela. Stiamo parlando di Paolo Dall'Oglio, gesuita italiano, 59 anni, uomo di pace e acuto politologo, che nei primi anni '80 ha rifondato il monastero siriano di Mar Musa, erede di una tradizione cenobitica ed eremitica risalente al VI secolo. Dall'Oglio è stato rapito alla fine di luglio nella città siriana di Raqqa. Nel 2012 il regime di Assad lo aveva espulso dal paese, nel quale aveva promosso per anni il dialogo interreligioso: un segno anche questo della sua posizione non-conformista, posto che in Siria i cristiani vengono generalmente considerati, assieme ad altre minoranze, fiancheggiatori di Assad.

Giampiero Massolo, direttore del Dis-Dipartimento informazioni e sicurezza italiano, aveva riferito solo qualche giorno fa al Comitato parlamentare per la sicurezza che Dall'Oglio sarebbe stato rapito da un gruppo jihadista locale denominato Emirato di Tall Al Abiad e che i nostri servizi stavano lavorando per stabilire un contatto. Poi, la notizia della sua morte, diffusa da un sito web arabo. Insomma, se per il giornalista de La Stampa Domenico Quirico – di cui abbiamo scritto su questa testata qualche tempo fa – si stanno forse aprendo degli spiragli (le ultime informazioni parlano di un rapimento ad opera di criminali comuni), per Dall'Oglio, che era rientrato in Siria dalla Turchia per negoziare il rilascio di alcuni ostaggi e un parziale cessate il fuoco fra jihadisti e milizie curde, non solo non si vedono soluzioni a breve, ma da ieri non vi è più nemmeno alcuna certezza riguardo al suo essere ancora in vita.

Dall'Oglio aveva mantenuto nel tempo un forte legame con l'Italia, anche attraverso collaborazioni con i media nazionali. Stretto il suo rapporto anche con le amministrazioni locali: il Trentino ad esempio ha avviato programmi di cooperazione importanti con Mar Mousa, e decine di giovani trentini hanno soggiornato in questo affascinante monastero nel deserto siriano, dove dagli anni '90 si promuove il dialogo fra cristiani delle diverse confessioni e musulmani. In questi giorni sono partite in tutta Italia iniziative per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla vicenda, ma anche per tenere alta l'attenzione sul conflitto siriano e sull'enorme problema dei profughi che esso ha generato, stimati in almeno 2 milioni (il numero di profughi più alto prodotto da un conflitto dopo quello del Rwanda nel '94).

Avevamo incontrato Dall'Oglio poco meno di un anno fa, nell'ottobre 2012, nell'ambito di un evento organizzato a Trento dal Ministero affari esteri, dall'ISPI-Istituto per gli studi di politica internazionale e dalla Provincia autonoma di Trento, in collaborazione con il Religion Today Filmfestival. La crisi in Siria era già esplosa, in tutta la sua complessità, sia sul piano interno (con l'innestarsi, sul conflitto fra governo e opposizioni, della spaccatura fra sciiti e sunniti, alimentata anche dai paesi arabi circostanti) sia su quello internazionale (con il delinearsi di una fazione occidentale pro-insorti ed un'altra, guidata dalla Russia, pro-Assad). Questa era stata la sua testimonianza, che rimane valida anche oggi, e da cui emerge chiaramente la posizione anti-Assad che Dall'Oglio aveva assunto.

"Intorno alla questione siriana si sono cristallizzate una serie di questioni che ci riguardano tutti. Innanzitutto, quando pensiamo alla Siria proviamo angoscia per i cristiani orientali, le chiese antiche, coinvolte nella guerra civile. È quasi un riflesso identitario automatico che ci porta a dire non solo che forse questi cristiani avrebbero fatto meglio a lasciare il paese ma anche che, in fondo, sarebbe stato preferibile lasciare le cose come stavano, con un regime magari non tanto democratico che però proteggeva le minoranze. Una seconda questione riguarda la crescita di un istinto islamofobo che si diffonde e viene utilizzato dai politici anche per motivi elettorali. Un terzo problema è quello della sicurezza di Israele in un contesto così difficile, con i suoi riflessi sulla Nato e sul mondo occidentale. Ed ancora: in Siria sembra delinearsi una problematica relativa ad un nuovo confronto geostrategico fra Nato e Russia. Quinto aspetto: le relazioni fra sciiti e sunniti all'interno del mondo musulmano, fra amici dell'Iran e amici dell'Arabia Saudita, per semplificare brutalmente (e non dimentichiamo che in occasione del grande pellegrinaggio alla Mecca sciiti e sunniti girano attorno alla Kaba, alla pietra santa, tutti uguali e tutti ugualmente vestiti di bianco)”.

“Di fronte a tutte queste questioni che tipo di reazioni possiamo 'scegliere'? Nel cinismo e nel realismo delle pessime previsioni ci si indovina spesso ma si fa comunque pessima figura. La virtù sta nel prendere posizione per storcere il braccio della violenza, per invertire il treno dei cosiddetti eventi necessari, che sono violenza, odio, ingiustizia, insomma la 'legge della foresta'. In Siria cosa c'è? C'è un popolo come noi, gente come noi, che chiede libertà, giustizia, pluralismo, diritti umani, dignità. Questo è un popolo di cui siamo idealmente parte, un popolo mediterraneo, cristiani e musulmani. Uomini e donne della nostra stessa società, che chiedono ciò a cui noi dovremmo tenere di più. Questi nostri fratelli e sorelle chiedono ciò che dovrebbe stare a cuore anche a noi. Purtroppo gli eventi hanno fatto sì che dovessero difendersi, il principio della legittima difesa è un principio riconosciuto da tutte le grandi correnti del pensiero umano, religioso e filosofico. Il mondo ha un dovere di soccorso nei confronti di questo popolo, preso dentro gli ingranaggi tremendi dell'interesse, della necessità, della geostrategia. Caduto nel meccanismo della tortura, delle prigioni, della repressione di regime. È necessario allora soccorrere questo popolo, lo deve l'Europa, lo devono i paesi musulmani, lo devono tanto la Russia quanto l'America. Occorre provocare il meccanismo giusto affinché le diverse correnti della rivoluzione siriana si uniscano su un progetto costituzionale in cui il pluralismo sia assicurato, le comunità minoritarie siano protette, le specificità geografiche siano riconosciute, penso agli Alauiti, che sono il clan del presidente, ma non sono tutti dalla parte del presidente, penso ai Curdi, che rischiano di voler prendere una parte della Siria con l'input del presidente ma non sono tutti con il presidente…

Quindi, riconoscere le specificità geografiche e riconoscere il pluralismo ideologico e religioso siriano, fare della Siria di nuovo il luogo dove andare d'accordo, la sorgente del fiume di civiltà che è il Mediterraneo. Le due rive dipendono entrambe dalla pace siriana, con piena emancipazione democratica".

L'intervista a Paolo Dall'Oglio è disponibile anche su YouTube.

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