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Le identità collettive del sentire umano universale

In una spiaggia nei pressi di Siracusa, i bagnanti prestano soccorso agli immigrati africani

In una spiaggia nei pressi di Siracusa, i bagnanti prestano soccorso agli immigrati africani

Esiste una capacità di essere civili che va oltre i significati normalmente connessi con l'idea di Civiltà

 

A due a due li aiutano a scendere dal barcone e poi li accompagnano, affiancandoli e sostenendoli, per alcuni metri nelle acque mosse fino alla riva, dove altri li aspettano con asciugamani e vestiti per coprirli, scaldarli, far sentire un pizzico di umanità dopo le sofferenze della traversata dalle coste africane. Sono i Siracusani che accolgono così bambini, donne e uomini migranti. Le immagini di quei momenti, toccanti, sembrano far tirare un sospiro di sollievo: esiste ancora umanità. La notizia si diffonde, il Presidente della Repubblica Napolitano elogia i Siracusani, le immagini hanno migliaia di click. Il fatto fa notizia perché racconta, implicitamente, quella che avrebbe potuto/dovuto essere la normalità: indifferenza, disagio della gente e magari qualche insulto o coro da stadio non troppo cordiale.

E invece così non è.  Sono le abitudini che nascondono il male dai nostri occhi, dalla nostra attenzione, dalla riflessione. E le abitudini, come ben sappiamo, per interessi particolari o semplicemente per pigrizia o inerzia, sono difficili da cambiare. E noi ci stiamo abituando a pensare che non ci sia  posto per gesti di aiuto, di umanità, di empatia. Sembrano diventare eventi eccezionali, che fanno notizia.

Non ci accorgiamo, allora, che esiste una capacità di essere civili che va oltre i significati normalmente connessi con l'idea di Civiltà. È quella che definisco la civiltà delle emozioni, dell'empatia, che nasce dall'umano "sentire", nel senso più ampio e profondo di riconoscere e confondere (nel senso di fondere insieme) i propri e gli altrui sentimenti.
È una consapevolezza dell'essere civile che si distingue da quella tradizionalmente diffusasi in Francia, "la civilité" delle buone maniere, del saper essere, normalmente definita e legittimata a corte e poi fatta propria dalla classe borghese in ascesa. Un concetto verticale di civiltà: se ne fa parte se ci si comporta in un certo modo, se si adotta un certo stile di vita conforme a quello codificato come civile. È l'educazione civile che definisce le regole di condotta di vita all'interno di uno Stato-nazione oppure la storia che accompagna da Il Cortigiano di Baldassarre Castiglione in poi, il Galateo, su come agire  in particolari situazioni. Se non ci si comporta in quel dato modo si è, per definizione, incivili.
Affianco a questa idea di civiltà, ce lo ricorda bene in vari scritti il grande sociologo tedesco Norbert Elias, ne esiste un'altra: è quella orizzontale, copresenza spaziale di civiltà, definite come identità collettive che si richiamano ad una cultura onnicomprensiva particolare, ad una visione del mondo distinta, ad un modo di essere e di fare trasmissibile tra generazioni che rende chiaramente definibili. Un'idea tradizionalmente appartenente all'antropologia che ritiene la civiltà non tanto un'asticella da raggiungere ma una cultura in quanto tale, indipendentemente dal progresso raggiunto. E non è neanche quella frustrante dell'addomesticamento delle pulsioni, che limitano il godimento totale della vita,  secondo quella che Freud chiama: "il disagio della Civiltà".

Queste  idee non sono sempre in grado di cogliere quanta civiltà ci sia in una particolare zona del mondo, o in un popolo o anche in una persona. Così se, ad esempio,  guardo al Sud Italia  e mi sorprendo di fronte alla sporcizia accanto alla spiaggia frequentata da centinaia di persone, dovuta alla noncuranza, all'indifferenza verso i luoghi pubblici, di tutti e quindi di nessuno. E mi viene da pensare, sulla scia del modello francese: "Che inciviltà".

Ma vedo anche le scene di grande civiltà di Siracusa, che raccontano la forza dell'umano sentire oltre ogni differenza culturale, religiosa, nazionale, e mi accorgo di quanto sia facile cadere nell'errore o comunque nell'ambiguità, parlando del comportamento civile. È anche per questo che ritengo la civiltà dell'emozioni come più attuale, e sicuramente la più auspicabile nel mondo globale. La nostra italicità può riconoscerla per la sua natura, perché storicamente e culturalmente , come abbiamo già avuto modo di scrivere, non può prescindere dal sentire umano universale.

È vero, ci saranno sempre persone più civili e altre meno civili, altri che si crederanno più civili perché ritengono la propria cultura più forte e superiore, ma non potranno più sottrarsi dal riflettere su situazioni nuove ed inaspettate che gettano dubbi e diffondono nuove interpretazioni sul nostro modo di essere civili o meno. A partire da queste considerazioni e dalla difficoltà di ottenere significati chiari dalla parola civiltà, ci viene da pensare, non senza una dose di provocazione, che siamo un po' tutti civili e incivili al tempo stesso,  e ognuno a modo suo.

 

 

 

 

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