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Italia, repubblica in quotidiana flagranza di reato

Mentre l'attenzione è solo su Berlusconi, restiamo il Paese con il più alto numero di condanne per violazioni della Convenzione europea dei diritti dell'uomo

 

L’Italia vanta il più alto numero di condanne inflitte dalla Corte di Strasburgo per violazioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo; e sono condanne che si ripetono, si accumulano. Non tanto o non solo per la situazione delle carceri italiane, c’è anche questo; le condanne sono sempre più frequenti dopo l’introduzione nell’articolo 111 della Costituzione del principio della “ragionevole durata” del processo. Che tutto è, in Italia, meno che un processo con una ragionevole durata.

Quello che ci viene raccomandato in modo sempre più pressante è approntare dispositivi e correttivi che consentano non solo ampliare il ricorso alle misure alternative alla detenzione prevedendo norme che ne favoriscano l’applicazione, ma soprattutto pensare di riservare il carcere solo ai reati di particolare gravità; e nel contempo varare provvedimenti che favoriscano un processo che sia non solo equo, ma rapido; perché un processo lento è la negazione stessa della giustizia di cui tutti hanno diritto.

Le carceri, sono l’appendice di questo problema, con i loro circa 66mila detenuti stipati in celle fatiscenti che ne dovrebbero contenere meno di cinquantamila; ma il dato significativo è che di quei 66mila, quasi trentamila sono in galera senza una condanna definitiva e oltre tredicimila in attesa di un giudizio di primo grado, insomma un processo che non arriva mai! Le statistiche inoltre dicono che di quella metà in attesa di processo, alla fine, quando incontreranno un giudice, verranno assolti. Significa che stanno in carcere a scontare pene per reati che non hanno commesso…

Una situazione che dovrebbe essere materia di riflessione, studio, analisi; non solo per giuristi e studiosi del diritto, soprattutto per gli economisti. I processi per ingiusta detenzione o per errore giudiziario nel 2011 (ultimo dato disponibile) hanno comportato risarcimenti pagati dallo Stato per 46 milioni di euro. L’esasperante lentezza dei processi penali e civili italiani costano all’Italia qualcosa come 96 milioni di euro l’anno di mancata ricchezza. La Confindustria stima che smaltire l’enorme mole di arretrato comporterebbe automaticamente per la nostra economia un balzo del 4,9 per cento del PIL, e anche solo l’abbattere del 10 per cento i tempi degli attuali processi, procurerebbe un aumento dell’1 per cento del PIL. Grazie al cattivo funzionamento della giustizia le imprese ci rimettono oltre 2 miliardi di euro l’anno, e il costo medio sopportato dalle imprese italiane rappresenta circa il 30 per cento del valore della controversia stessa, a fronte del 19 per cento nella media degli altri paesi europei. Come si vede, questione di diritti umani violati, di leggi e Costituzione clamorosamente tradite, ma anche di denaro pubblico, cioè nostro, che viene sperperato, letteralmente – e non metaforicamente – buttato dalla finestra.

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