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Lo Stivale dai mille accenti uniti nella lotta contro clientelismo e corruzione

Igor D'India a Piazza Castello, Torino, il giorno dopo il suo arrivo, il 21 Agosto 2011

Igor D'India a Piazza Castello, Torino, il giorno dopo il suo arrivo, il 21 Agosto 2011

Un viaggio in bici da Marsala a Torino per celebrare il Centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia, diventa occasione per riflettere sul concetto di patria e su una generazione in cerca di cambiamento

 

Per il Centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia ho pensato di ripercorrere in bici il percorso dei Mille di Garibaldi, da Marsala a Teano e di proseguire poi fino a Torino, dove tutto veniva deciso a quel tempo per il nostro Paese. Molti scettici, storici, polemici, criticarono questa ricorrenza e il modo in cui io e tantissima altra gente aveva deciso di rendervi tributo nei modi più bizzarri.

Non ho i mezzi e neanche tanta voglia di fare un approfondimento storico di quel capitolo dell’Italia, poiché nessuno di noi c’era, perché la storia alla fine la scrive chi vince, e per altri mille motivi che rendono soggettiva l’interpretazione degli eventi che ci riguardano. Ma dopo aver letto il libro di Giuseppe Bandi, giovane assistente del Generale, che partecipò alla spedizione, non potevo non fare un confronto tra quella generazione, ricca di giovani entusiasmi, che prese parte a una missione al limite tra l’avventuroso e il pionieristico, folle e dagli esiti incerti. Che poi, come dice qualcuno,  tutto fosse già stato deciso dall’alto, non importa, non siamo qui a esprimere giudizi sui massimi sistemi della politica del Risorgimento, bensì a elogiare gli individui che hanno lasciato casa per un ideale e che magari non sono mai tornati. Siano essi i trecento spartani, i mille di Garibaldi, i cinque soldati in soccorso del soldato Ryan, o il gruppo di tedeschi in ritirata dal fronte russo, è tutto troppo facile da giudicare storicamente, ma quanti di noi avrebbero espresso lo stesso coraggio e motivazione in eventi così catastrofici? La mia generazione non ha visto la guerra, ha sentito la crisi, economica e d’identità, ed è qui che annaspa e cerca una direzione in un mondo di falsi miti. Cosa c’è di male a guardare indietro ogni tanto, lasciandosi ispirare da chi ci ha preceduto, fosse solo per sentire il brivido di un ideale da seguire,  in nome dell’avventura, della vita o della Patria?

A tanti entusiasmi del passato ho già reso un tributo, soprattutto a uomini d'avventura, personalizzando e cucendo esperienze sulle mie possibilità piuttosto limitate. Ma nel caso dei Mille, pedalando per le campagne di Calatafimi, tra le colline della Calabria, con una meta che sapeva di memoria storica, ho vissuto emozioni che non scorderò mai e che non sono paragonabili a nessun’altra esperienza.

Un mio amico di Palermo, emigrato in Canada, mi ha spesso parlato del suo concetto di Patria, che già per definizione non è in realtà estendibile a territori più vasti di una valle, di un golfo o di un’isola. Le differenze che ci dividono da una provincia all’altra sono spesso troppo nette per accomunarci o convincerci a lottare l’uno per l’altro con  interesse comune. Lui crede nell’Italia dei martiri, non certo in quella dei confini e della politica. “L’Italia delle bandiere ha ucciso italiani come Falcone e Borsellino e gli ha sputato addosso, mentre ha elogiato Dante e Cesare, che sono nati in questa terra, ma che di italiano non avevano nulla. Erano uno del Ducato di Firenze e uno dell’Impero Romano, ma allora sono italiani pure i Galli e i Greci? Come Italia, abbiamo mai combattuto per interesse comune dalle Alpi alla Sicilia? I partigiani sono morti eroicamente per difendere  le proprie case dall’invasore, non di certo i terreni dei pugliesi o i granai dei nisseni. Io mi emoziono per i martiri non per le origini inventate a tavolino di un popolo”.
Rispetto molto la sua opinione, un punto di vista molto interessante e storicamente condivisibile, ma oggi? Oggi che succede?

Pedalando attraverso questo elegante fazzoletto di terra che si sporge sul Mediterraneo a forma di stivale e ammirato in tutto il mondo, mi sono spesso fermato nei bar, nei locali, a casa della gente, persino in un monastero. Quell’estate del 2011 era calda e afosa e  non c'erano già neanche tanti soldi per andare al mare, ma di voglia di parlare di cambiamento ne avevano tutti. Con centinaia di accenti, dialetti, giri di parole, tutti esprimevano rabbia, voglia di cambiamento, ma soprattutto la voglia di unità. Quella mi ha colpito. Non ho mai sentito discorsi discriminatori, ma di coesione e collaborazione. Che sia allora questo l'avvicinarsi  del giorno in cui da nazione diventeremo Patria? Ora più che mai,  lotteremo uniti, non più contro l'invasore, ma contro il nostro pigro tacere davanti al clientelismo, ai politici beoni, alla mafia e alla corruzione?  Quando suona la campana per un popolo affinché diventi tale? La campana si chiama forse "fame" e, senza bisogno di inforcare di nuovo la bici e di andare nuovamente in giro per le vie del nostro Stivale, so già che comincerei a sentirne parlare.

Il diario e le foto del viaggio in bici sono online su everydayndia.wordpress
 

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