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Storia di un salvataggio di mezza estate

Un momento del salvataggio ad Albisola Superiore (SV)

Un momento del salvataggio ad Albisola Superiore (SV)

Avevo sempre pensato ai bagnini come dei ragazzi giovani che scaldano la sedia e abbordano le bagnanti. Ma quando, quasi per caso, mi sono ritrovato a fare questo mestiere, mi sono dovuto ricredere

 

Dopo l'Africa Rally 2010 mi ero indebitato con l'amico Simone Sciutteri, che nonostante facesse il bagnino in Liguria, aveva praticamente sponsorizzato di tasca sua il nostro viaggio in Africa.

Non avendo da restituirgli la cifra, appena uscito dalla grotta nel 2012, mi ritrovai in piscina a prendere il brevetto di bagnino per lavorare con lui. Inizialmente non ne ero felicissimo, perché di lavori in spiaggia non ne capivo niente e tantomeno del mare ligure. Avevo ancora da rompere la barriera di tollerabilità dei lavori manuali e umili, a volte schifosi, che devi fare quando ti occupi di servizi per il pubblico, dal bar ai cessi. Un necessario bagno di umiltà che mi ha portato a trovare in me le risorse per rimanere in Canada tutto l'inverno, a lavorare per sopravvivere,  e mi ha fatto guadagnare il diritto di andare nello Yukon a fare un sopralluogo per il mio prossimo documentario. Quest'estate era la mia seconda stagione da bagnino ad Albisola Superiore in provincia di Savona. Capita a volte, facendo questo mestiere, che oltre a spalare pietre e a lavorare più ore dell'orologio tra ristorante e spiaggia, si alzi il vento cattivo, libeccio in questo caso, e arrivi la mareggiata che ti costringe a eseguire interventi di salvataggio, anche spettacolari. Il 29 luglio scorso, al largo di Savona il mare si era gonfiato fino a raggiungere forza cinque e tiravano raffiche di vento a sessanta nodi. Quando questo avviene,  il cielo è libero dalle nuvole e il sole picchia forte. La furia degli elementi, quel giorno, si era scatenata verso ora di pranzo. La bandiera rossa rimaneva tesa come fosse congelata, quasi immobile, stirata da raffiche di trenta nodi. Sotto costa, le onde avevano raggiunto quasi i tre metri d'altezza e il mare aveva cambiato colore, per la gran quantità di sabbia e schiuma che ribollivano tra i flutti. Il nostro lavoro era smontare le file di ombrelloni, tirando via sdraio e lettini che il mare bagnava già in terza fila. Un daffare noioso, pesante e soprattutto urgente. Speravamo quindi che i bagnanti avessero il buonsenso di non entrare in acqua, ed essendo un lunedì le probabilità erano in nostro favore. L'anno scorso la mareggiata aveva colpito invece di domenica ed eravamo stati impegnati in ben quattro interventi. Come non detto. Ispirato da chissà quale voglia, entrò in mare un tizio palestrato, abbronzatissimo, sulla quarantina. Già dalle prime bracciate si era capito che non aveva chissà quale acquaticità e in pochi secondi aveva già rischiato di finire nella zona di risacca accanto agli scogli. Eravamo al lavoro già dalla mattina e non avevamo voglia di entrare in mare a prendere l'incosciente di turno. Simone era anche abbastanza nervoso già di suo e invitò il tizio a uscire con parole abbastanza esplicite. L'energumeno riuscì a tirarsi fuori dai guai da solo, lentamente, ma senza eccessive difficoltà. Venne da noi con fare borioso, dicendo di essere un buon nuotatore, ma di non aver capito subito bene dove lo spingesse la corrente. Dopo aver quasi litigato con Simone andò via a piedi verso lo stabilimento accanto. Lo vidi tornare dopo una ventina di minuti, con atteggiamento minaccioso, diretto verso il mio amico. Pensai:"Tra cinque minuti sarò impegnato a sedare una colluttazione". Li vidi parlare da lontano per qualche secondo e poi l'omone indicò gli scogli dell'ultimo "molo", una lingua di roccia artificiale che sporge dalla costa. Simone  mi chiamò e cominciò a correre in suppless. Sapevo che stavamo andando a prendere qualcuno, ma in mare non riuscivo a vedere neanche una testa. Vidi poi un gruppo di persone in riva ai bagni Ultima Spiaggia,  intente a tirare una cima galleggiante. All'altro capo vi era legato, quasi a riva, un giovane che faceva avanti e indietro tra le onde. "Non staremo mica correndo per prendere quello lì mi auguro! Sono già in tre ed è quasi a riva!" pensai. Vidi poi con la coda dell'occhio un puntino minuscolo galleggiare davanti al molo, dove le onde sfogano tutta la loro forza. Faceva su e giù seguendo il movimento delle pareti d'acqua, era un uomo e non nuotava neanche! Quando realizzai che saremmo entrati a prendere quel tizio mi si gelò il sangue. Sentii subito dopo il comando di Simone,  che si apprestava a entrare in acqua per primo: "Igor, salvagente!". Si infilò di testa sotto la prima onda e sparì. Tutto quello che mi serviva era una ciambella con la cima ben avvolta, perché in un mare del genere, se srotolata, diventa una trappola e ti tira via con la corrente. Come di consueto lanciai il salvagente dietro il primo cavallone e mi ci tuffai sotto, per riuscirne immediatamente dietro. La ciambella si era già allontanata alla mia destra e riuscii ad afferrarla poco prima che l'onda successiva me la sbattesse sui denti. Sapendo che Simone era con "il pericolante" da qualche parte davanti al molo, nuotai verso gli scogli con traiettoria a semicerchio, ben lontano dalla risacca.

Dopo un paio di minuti me li ritrovai praticamente davanti. Le onde creavano un discreto risucchio davanti al molo e, quando passai il salvagente a Simone,  ci si aggrappò tirandosi appresso il tizio che rischiava d'annegare. Eravamo quindi in tre attaccati alla ciambella, ma solo io e il mio amico nuotavamo. Quell'uomo era completamente bloccato dal panico. Di solito a mare abbiamo notato due reazioni principali alla paura: uno stato di esagitazione totale e frenesia, e uno di quasi  immobilità e incapacità di prendere una decisione. 

Quando eravamo ancora in piena risacca e nuotare era ancora piuttosto difficile Simone tranquillizzò il pericolante: "Tranquillo, ormai siamo fuori! Dacci una mano pinneggiando un po' se puoi così usciamo prima". Mentiva. Eravamo in piena lavatrice. Un paio di onde più alte ci ricoprirono d'acqua proprio nel punto in cui stavamo scavalcando la cresta. Intanto, in passeggiata e sulla riva s'erano radunate alcune decine di persone che seguivano il salvataggio in diretta, preoccupati per la sorte di tutti noi. Usciti dalla risacca ci trovammo liberi di nuotare con una certa facilità. "Punta il trespolo dei Bagni Pino!" urlava Simone. Stavamo infatti cercando di guadagnare distanza dal molo ed evitare di ripiombare nella risacca, che in riva, accanto agli scogli, poteva farci faticare non poco a tenere in sicurezza il malcapitato. Del momento dell'uscita non ricordo molti dettagli. Eravamo ormai perfettamente padroni della situazione, ma nella mia memoria c'è solo tanta schiuma bianca e la sensazione di essere arrotolato come un involtino dalle onde. Ricordo poi qualcuno a riva con dei salvagenti e qualcun altro che ci veniva incontro in acqua porgendoci una cima e un' altra ciambella, ma del momento in cui siamo venuti fuori non saprei dire chi avessimo  intorno e che cosa stesse facendo. Ricordo solo degli applausi di una folla di spettatori e il tizio che avevamo salvato, che usciva con le sue gambe dal mare in tempesta, senza neanche ringraziare. Sparì proprio nel nulla. Tornammo immediatamente al nostro lavoro. Il mare, visto da fuori, cominciava a fare davvero paura, ma erano le ultime battute della mareggiata, che in quelle due ore toccava l'apice della sua forza. 

Un nostro collega fece suonare all'interfono la canzone di Baywatch, qualcuno ci guardò con ammirazione, altri cercarono di ritagliarsi un posto di spicco in quella storia, per raccontarla al bar di sera e strappare magari una pacca sulla spalla da un ascoltatore credulone.

Io per primo ho sempre pensato alla categoria bagnini come dei ragazzi giovani che non fanno altro che scaldare la sedia e prendere il sole, parlando con le solite bagnanti sotto al trespolo, intenti a collezionare numeri di telefono e appuntamenti, il che è anche vero, ma giornate come questa mi hanno fatto ricredere. Quel 29 luglio noi salvammo un uomo e a Pietra Ligure un nostro collega tirò fuori dal mare un bambino di dodici anni. Al solito, qualcuno ha parlato di eroi, qualcuno ci ha ricordato che se non fossimo entrati e il tizio fosse morto, avremmo rischiato la galera. Il concetto è che, a mare come in montagna, fosse anche il tuo peggior nemico, una mano a toglierlo dai guai gliela devi almeno offrire, sia questo il tuo lavoro, la tua vocazione, o la semplice "chiamata" di quel momento. 

 

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