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Gela, i signori dell’inquinamento e un territorio dove la mafia ha vinto

Gli investimenti dell'Eni non portano sviluppo ma i continui scempi sul mare e all'ambiente di una città una volta bellissima non fanno più notizia

Cos’è stato e cos’è, ancora oggi, lo stabilimento chimico di Gela? Per capirlo, bisogna andare in questa città siciliana, un tempo bellissima, con spiagge bianchissime. Bisogna andarci. Vederla. Toccarla con mano. Per capire cos’è successo dagli anni ’50 del secolo scorso ad oggi. E per vedere cosa succede oggi.

La scorsa settimana, per caso, una parlamentare regionale del Movimento 5 Stelle, Vanessa Ferreri (la Sicilia, come ricordiamo spesso ai nostri lettori americani, è una delle cinque Regioni italiane a Statuto speciale: dovrebbe essere uno Stato a sé, come lo sono gli Stati Usa, che sono comunque molto più autonomi e più seri della Sicilia) è scesa nella spiaggia del suo paese, Acate, in provincia di Ragusa.  “Con mia sorpresa – ci racconta – ho visto in mare gli uomini della Capitaneria di porto che, con i retini, raccoglievano catrame. Mi è sembrata una scena incredibile. Ma come, c’è il mare inquinato dal petrolio e vanno con i retini?”.

Vanessa Ferreri

Vanessa Ferreri, deputata siciliana di M5S

Già, il mare inquinato dal petrolio. A Gela è normale. E siccome, da quelle parti, soffia quasi sempre il vento di ponente, è altrettanto normale che il petrolio ‘sversato’ in mare dallo stabilimento petrolchimico di Gela sia finito nel mare di Acate, a est di Gela. Normale.

Quello che non è normale in un Paese civile – ma che invece è ‘normale’ in Sicilia – è che dell’inquinamento del mare di Acate non si siano occupate le autorità. A dare l’allarme alle ‘autorità’ – e la ‘notizia’ ai giornali – è stata Vanessa Ferreri. Ma la notizia non ha avuto grande eco né tra le autorità, né tra i giornali siciliani e italiani.

Gela mare inquinato

Il mare di Gela inquinato dal petrolio

In Sicilia, da oltre cinquant’anni, l’Eni fa quello che vuole. Fatta salva la buona fede di Enrico Mattei negli anni ’50 del secolo passato – quel Mattei che almeno con il Sud d’Italia e con i Sud del mondo non aveva certo un approccio colonialista – si può dire che l’Eni post Mattei, in Sicilia, ha solo provocato immensi disastri ambientali e sociali.

Lo stabilimento Anic di Gela era stato presentato da Mattei – si era nella seconda metà degli anni ’50 – come il primo di una serie di industrie che avrebbero reso ricca la Sicilia. Una specie di Texas italiano, per capirci.

Invece, morto Mattei, lo stabilimento di Gela – che allora si chiamava Anic – è rimasto (per fortuna, diciamo noi) l’unico di questo tratto di costa siciliana. Ma questo non gli ha impedito di provocare danni enormi all’ambiente e agli abitanti di Gela.

Ancora nei primi anni ’70 del secolo passato – e questa è una testimonianza personale – il mare di Gela non era azzurro, ma blu notte. Lo stabilimento scaricava direttamente in mare. E nell’aria.

Arrivando a Gela da Licata, cioè da ovest, la puzza di petrolio si cominciava ad avvertire già a tre, quattro chilometri dalla città. Nonostante il vento contrario, perché, da quelle parti, come già ricordato, spira sempre il vento di ponente. Se invece a Gela si arrivava da Vittoria, cioè da est, il tanfo di idrocarburi si cominciava ad avvertire dieci chilometri prima.

Il mare era un delirio. Le acque erano così piene di derivati del petrolio che le onde, a riva, non si riuscivano a spezzare. Il bianco delle onde non si formava. Erano onde nere.

Solo chi ha visto e vissuto queste cose ha contezza dei danni prodotti dallo stabilimento petrolchimico di Gela. Non parliamo, poi, delle malattie. Possiamo parlarne e ragionare senza ‘numeri’, perché, in Sicilia, non esistono i rilievi epidemiologici. Non ci sono. Non ci sono mai stati. Perché, se venissero rilevati e diffusi, si diffonderebbe il panico. E si creerebbero le condizioni per una rivolta sociale.

Gela è un inferno. E’ così dagli anni ’60. Da quando la gente, abbindolata dal miraggio del mito dell’industrializzazione, abbandonava le campagne per riversarsi in questa disgraziata città. Arrivavano a fiumi. Dalla provincia di Caltanissetta, da quella di Agrigento, da quella di Ragusa.

Un assalto alla città. E siccome da qualche parte dovevano pur vivere, è esploso un abusivismo edilizio incredibile. Ancora oggi, a Gela, la maggior parte dei palazzi sono senza prospetto. E siamo nel 2013.

Una città con in inquinamento incredibile. Con gli ‘sversamenti’ di petrolio in mare. Con l’aria malsana. Dove i forni bruciano il pet coke. Questo è un materiale che si ottiene dalla lavorazione del petrolio. Produce molto calore e poca cenere. Una manna per un’industria. Peccato che produce anche molto zolfo. Di fatto, dalla sua combustione si producono sostanze altamente inquinanti.

Ma a Gela se ne sono sempre fottuti: questa è la parola, non ne troviamo un’altra. A Gela comanda l’Eni. Ha sempre comandato l’Eni. Qui questi ‘Signori della chimica’ hanno sempre fatto i propri comodi tra petrolio (in mare) e pet coke. Sempre. Con i Sindaci hanno sempre trovato i muri bassi. Tant’è vero che non c’è mai stata una battaglia contro l’utilizzazione del pet coke.

Oggi Gela è un concentrato di sottosviluppo. Non a caso è la città dove l’attuale presidente della Regione, Rosario Crocetta, ha fatto il Sindaco. Una città inquinata che paga un prezzo altissimo all’inquinamento. E che viene raggirata.

L’accenno all’attuale presidente della Regione non è casuale. Qualche mese fa l’Eni ha annunciato nuovi ‘investimenti’ a Gela. Anche per la tutela dell’ambiente che non ha mai tutelato. La ‘novità’ di questi investimenti dell’Eni è che ridurranno gli occupati da un migliaia  a 700. Sono gli unici investimento del mondo, quelli dell’Eni a Gela, che riducono l’occupazione.

Il Governo della Regione dovrebbe aprire una vertenza per cacciare questi signori dell’Eni. Che per 700 dipendenti tengono in ostaggio una città e inquinano tutto: aria e mare. Fino ad Acate, in provincia di Ragusa. Invece la Regione di Crocetta continuare a trattare con questi personaggi e a considerare l’Eni un gruppo che fa gli interessi della Sicilia.
Così vanno le cose nella terra della mafia e dell’antimafia. E così le cose stanno andando con l’inquinamento che è arrivato nel mare di Acate. Già la notizia è sparita. Forse a tenerla viva ci penseranno i parlamentari del Movimento 5 Stelle, gli unici che stanno provando a smuovere un po’ un’Isola ormai letteralmente soggiogata dalla mentalità mafiosa.

Sui giornali e nelle tv – non soltanto in Sicilia, ma anche nel resto d’Italia e nel mondo – arrivano le grida di chi dice di combattere la mafia. Forse qualcuno che è rimasto a combattere la mafia è rimasto. Ma sono come i militari giapponesi rimasti soli in certe isole dopo la seconda guerra mondiale.

Al di là delle chiacchiere che fanno passare sui giornali e in tv – le chiacchiere, ovviamente, e non le notizie che il mare di mezza Sicilia è inquinato – nell’Isola delle mille contraddizioni la mafia ha vinto. Te ne accorgi dalle cose che sono grandi – l’inquinamento del mare è un fatto gravissimo, in un’Isola che dovrebbe puntare sul turismo – ma che vengono tenute ‘basse’: trattate come cose ‘piccole’.

Come gli ‘investimenti’ annunciati dall’Eni a Gela che comporteranno la perdita di 300 posti di lavoro. Con lo stabilimento che rimarrà aperto e continuerà a inquinare. Come i milioni di euro per il risanamento ambientale – altra denuncia del Movimento 5 Stelle – spariti nel nulla. Come le malattie della gente che vive da quelle parti e delle quali non parla nessuno. Come il Biviere di Gela – una Riserva naturale – sul quale corrono, da anni, voci di un possibile inquinamento. Come il petrolio ‘sversato’ nel mare di Gela, arrivato nelle spiagge di Acate nel silenzio generale. 

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