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La verità sulla strage di via D’Amelio data a bere con lo zammù

22 Luglio 1992: via d'Amelio a Palermo subito dopo la strage

22 Luglio 1992: via d'Amelio a Palermo subito dopo la strage

Sul delitto Borsellino, lo Stato italiano ha deviato la giustizia. Perché?

La notizia sta passando quasi inosservata. Ed è anche logico: certe storie italiane andate in scena in Sicilia è bene che rimangano nell’ombra. E meglio che rimangano come i bicchieri d’acqua fresca che un tempo si bevevano nei chioschi delle città siciliane: acqua con lo zammù: un liquido a base di anice che toglie all’acqua la purezza cristallina, ma che le dà il gusto dell’anice. Bere per dimenticare…

Dalla Sicilia, con amore, lo zammù è arrivato in Italia. Per rendere tutto meno cristallino. Ovvero opaco. E ce ne vuole, di zammù, per non fare emergere tutto quello che sta venendo fuori, visto che parliamo, alla fine, della morte di Paolo Borsellino, il magistrato ammazzato a Palermo, insieme con gli uomini e con le donne della sua scorta, con le bombe di via D’Amelio, il 19 luglio del 1992. E’ difficile tenere ‘basse’ le notizie che, piano piano, vengono fuori. Ma l’Italia ci sta riuscendo. Incredibile, ma vero.

Sulla vicenda di Borsellino – questa è storia nota – è stata messa in piedi, dallo Stato italiano, una colossale opera di depistaggio. Lo ripetiamo: una parte dello Stato italiano ha cercato – e cerca ancora oggi – di nascondere la verità su questa strage. Poi c’è un’altra parte dello Stato che sta provando, invece, a cercare la verità. Ma andiamo, adesso, a descrivere quello che emerge dalle nebbie del passato..

Quello che viene fuori – pubblicato qualche giorno fa dal quotidiano la Repubblica – è uno scoop giornalistico tenuto nel cassetto. E’ la storia di un pentito di mafia, peraltro molto noto, che si pente di essersi pentito. E’ la storia, triste e tribolata, di Vincenzo Scarantino, il picciotto del quartiere della Guadagna di Palermo, ritenuto per vent’anni il testimone centrale del processo Borsellino prima versione: quella versione che porterà alla condanna di sette innocenti.

Qualche anno dopo aver reso la sua testimonianza – falsa – e fatto condannare persone che non erano responsabili della strage, come già accennato, si pente di essersi pentito. E rilascia un’intervista a una tv, e precisamente alla redazione di “Studio aperto”. Ma questa intervista non verrà mai valorizzata. Subito dopo la messa in onda, su ordine della Procura della Repubblica di Caltanisetta – correva l’anno 1995 – l’intervista a Vincenzo Scarantino viene bloccata. E scompare nel silenzio.

Riappare oggi, dopo circa diciotto anni – diciotto anni! – forse perché un tecnico ne ha conservato una copia. O forse perché qualcuno ha deciso che è arrivato il momento di tirarla fuori. O forse perché – ed è quello che ci auguriamo noi – qualche giornalista bravo l’ha fatta riemergere dal buio della Repubblica italiana. Ed è finita sulle pagine de la Repubblica.

A raccogliere l’intervista di Scarantino è stato il bravo collega Angelo Mangano. Questo il racconto del giornalista di quel giorno in cui intervistò Scarantino: “Ieri, dopo che per tutta la mattina si erano rincorse le notizie del presunta ritrattazione di Scarantino, della smentita della Procura di Caltanissetta e del Ministero dell’ Interno, dell’ esistenza di una registrazione fatta dai familiari del pentito, ho fatto il cronista. Sono andato a casa Scarantino per ascoltare questa registrazione che purtroppo era di cattiva qualità. Quindi ho lasciato i miei numeri di telefono, compreso quello della sede Fininvest di Palermo, ai familiari di Scarantino nella possibilita’ che richiamasse. Dopo circa un’ ora ha richiamato sul mio portatile, confermando che voleva ritrattare. Gli ho spiegato che dal portatile non potevo registrare la telefonata. Dopo dieci minuti mi ha richiamato alla sede di Palermo, parlando da un telefonino, e l’ho registrato”. L’intervista, come già ricordato, venne poi sequestrata dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta.

Risulta molto interessante la dichiarazione resa dal boss di Cosa nostra, Pietro Aglieri, nel luglio del 2010. Aglieri ha detto di conoscere Scarantino “sin da quando era bambino e posso assicurare che lo stesso non avrebbe mai potuto far parte di un gruppo incaricato di eseguire la strage di via D’Amelio o qualsivoglia altro fatto delittuoso a me conducibile o da me ordinato … Tutte le accuse che lo Scarantino ha reso sono false ed io ne ero consapevole…”.

Scarantino viene arrestato il 28 settembre del 1992. Da allora ne ha viste di tutti i colori. Lui sostiene di essere stato costretto a dire che cose che ha detto. Da chi? Da uomini dello Stato. Ha subito una condanna a 9 anni per traffico di droga. Poi una condanna a 18 anni per la strage di via D’Amelio. Della quale, invece, come stanno accertando le nuove indagini della magistratura, non sapeva nulla.

Quando ha deciso di raccontare la verità – cosa che ha provato a fare più volte – si è beccato una nuova condanna, con rito abbreviato, ad 8 anni di reclusione. Motivo: calunnia nei confronti dei rappresentanti dello Stato italiano!

Interessante anche la storia di Salvatore Candura, falso-autore del furto delle Fiat 126 utilizzata come autobomba nella strage di via D’Amelio. Anche lui, come Scarantino, ha smentito tutto quello che ha detto subito dopo l’uccisione di Borsellino e della sua scorta. Anche lui dice di essere stato costretto a raccontare cose non vere. Da chi? Da alcuni funzionari della Polizia di Stato, a cominciare da Arnaldo La Barbera, già ai vertici della Squadra mobile di Palermo, oggi scomparso, e da Vincenzo Ricciardi.

Nel giugno dello scorso anno un altro pentito di mafia, Gaspare Spatuzza, ritenuto credibile dagl’inquirenti, ha detto ai magistrati che “Scarantino fu picchiato in carcere a Pianosa”. Confermando quanto detto dallo stesso Scarantino e da altri pentiti.

La storia, a questo punto, diventa pirandelliana. Scarantino, picchiato per rendere false dichiarazioni agl’inquirenti, è adesso sotto processo per calunnia. Reato che ha commesso in danno dei precedenti imputati condannati sulla base delle sua false dichiarazioni…

Ora Scarantino dovrà dimostrare ai giudici della Corte d’Assisi che lo processeranno di essere stato costretto a mentire. Di fatto, solo dopo che si concluderanno le indagini sul presunto depistaggio si potrà capire se, effettivamente, Scarantino e Candura sono stati costretti a mentire con minacce e botte.

C’è da chiedersi: chi ha deciso di ‘infilare’ Scarantino in questa storia? Il perché è chiaro. Ma perché proprio lui? E tutte le condanne che ha subito sono giuste?

Il problema, però, non riguarda Scarantino, ma l’Italia: la credibilità della Repubblica italiana. Da anni si parla di mafia, di lotta alla mafia. Di Stato in guerra contro la mafia.

Poi, però, scopriamo che nelle indagini sulla strage di via D’Amelio è andato in scena un depistaggio dello stesso Stato. Di uomini dello Stato italiano. Non scopriamo soltanto i ‘casi’ di Scarantino e Candura, con annessi e connessi: scopriamo anche che quando la Procura della Repubblica di Palermo – e siamo ai nostri anni, anzi, ai nostri giorni – mette sotto inchiesta un ex Ministro della Repubblica, Nicola Mancino, quest’ultimo telefona al Quirinale. Telefonate ‘pesanti’ sulle quali si pronuncia, addirittura, la Corte Costituzionale, su ricorso della Presidenza della Repubblica: di quella presidenza della repubblica che nomina una parte dei giudici costituzionali.

Brutta storia. Alla fine le telefonate non verranno utilizzate. Eppure, alla fine, in quelle telefonate, si parlava della trattativa tra Stato e mafia: quella trattativa alla quale, nella primavera-estate del 1992, si opponeva, guarda caso, Paolo Borsellino.

Tutto si tiene in questa Italia mai cristallina come un bicchiere d’acqua con lo zammù…  

  

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