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Shhhhhhh! Mi raccomando, c’è il “Processo del secolo…” Shhhhhhh!

A Palermo va avanti il procedimento giudiziario sulla trattativa tra Stato e Mafia, mantenendo un profilo basso, anzi meno se ne parla e per quest'Italia meglio è...

A Palermo, in un’atmosfera irreale, tra silenzio e indifferenza, va in scena il processo sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia. Dovrebbe essere il ‘Processo del secolo’, invece – a parte qualche giornale – il profilo scelto è basso. Anzi bassissimo.  

Dovrebbe essere il ‘Processo del secolo’, più del ‘Maxiprocesso’ alla mafia, celebrato sempre a Palermo, nella seconda metà degli anni ’80 del secolo passato. Più del processo al sette volte Presidente del Consiglio, senatore a vita Giulio Andreotti, andato in scena, ancora a Palermo, nella seconda metà degli anni ’90. Invece, profilo basso, bassissimo.

Il processo sulla trattativa tra Stato e mafia – non in ‘punta di diritto’, ma in ‘punta di mafia’ – contiene tutti i grandi processi di mafia degli ultimi venticinque anni. Perché parliamo di qualcosa che affonda le radici negli anni ’80  e negli anni ’90. Dal già citato ‘Maxiprocesso’ alle stragi del 1992. Dovrebbe infiammare gli animi. E invece profilo basso, bassissimo.

Il processo sulla trattativa tra Stato e mafia tocca il cuore dello Stato italiano: uno Stato che, dal Borsellino1860, all’inizio solo in Sicilia, da Francesco Crispi in poi anche a Roma, si è identificato in parte con la mafia in un gioco di ombre e di luci. E’ una storia che sembra non si possa scrivere: che qualcuno vorrebbe non venisse scritta. Una storia da dimenticare. O da archiviare nel buio come la strage di Portella della Ginestra. O come i tanti, grandi delitti di mafia degli anni ’60, ’70, ’80 e ’90.
Il relatore Roberto Tartaglia ha dichiarato che i Pubblici ministeri proveranno a dimostrare la “strategia stragista” messa in atto da Cosa nostra all'indomani della definitiva sentenza della Corte di Cassazione sul ‘Maxiprocesso’ alla mafia, pronunciata il 30 gennaio 1992. Preciso, come già ricordato, il legame con gli anni ’80, quando nel capoluogo siciliano andò in scena, nell’aula  bunker, ‘u maxi’, come veniva chiamato allora a Palermo: processo puntellato dalle dichiarazioni di don Masino Buscetta, il pentito di mafia che avrebbe inguaito i Corleonesi. Lì partirebbe il malcontento di boss e picciotti, infastiditi dalle pesanti condanne e, poi, dal carcere duro.

I Pm – ha aggiunto Tartaglia – proveranno a dimostrare che tale strategia aveva lo scopo di punire i loro principali ‘nemici’, ovviamente i magistrati più esposti nella lotta contro i mafiosi.
Si parlerà dei politici. Siciliani e non soltanto siciliani. A cominciare dall’eurodeputato democristiano, Salvo Lima, ammazzato nel marzo del 1992, secondo l’accusa perché non era stato in grado di garantire boss e picciotti condannati da un Tribunale della Repubblica.
Sarà anche l’occasione per chiarire il ruolo di altri politici: per esempio, gli ex ministri Calogero Mannino e Carlo Vizzini e di Giulio Andreotti.

Per la politica, questo processo sulla trattativa tra Stato e mafia, è un altro capitolo di una storia che sembra infinita. Dove si spera vengano fuori tutti i retroscena, non soltanto giudiziari, ma anche politici. Perché quando si parla di rapporti tra Stato e mafia, per onestà intellettuale – soprattutto da parte di chi ha vissuto quegli anni da politico, ma anche da giornalista – bisogna avere chiaro il contesto politico e i rapporti tra la politica di quegli anni e un personaggio inquietante del quale non sembra ancora chiarita del tutto la caratura nazionale e internazionale; Vito Ciancimino. 

In questo processo si proverà a mettere “in evidenza le pressioni con cui si è arrivati alla sostituzione alla direzione del Dap (l'apposito ufficio degli affari penali del ministero di Grazia e Giustizia del tempo) di Nicolò Amato con Adalberto Capriotti e Francesco Di Maggio”. Sostituzioni  che, insieme agli atti firmati dall’allora ministro della Giustizia, Giovanni Conso, porteranno alla revoca dei carcere duro per centinaia di mafiosi.

Dovrebbe essere l’occasione, anche, per stabilire che ruolo ha avuto, in tanti passaggi di questa storia, l’ex Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, l’uomo politico che, davanti alle rivelazioni non certo entusiasmanti che lo riguardavano, avrebbe pronunciato una frase rimasta famosa: “Io non ci sto…”.

In questo processo tra Stato e mafia si arriverà alle stragi del 1992. La strage di Capaci, che eliminerà Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e la scorta. E la strage di via d’Amelio, dove perderanno la vita Paolo Borsellino e gli uomini e le donne della sua scorta.

Mancino Napolitao

L’ex ministro degli Interni Nicola Mancino con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

In questa storia entra anche il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano. La sua presenza è stata chiesta dal Pubblico ministero, Nino Di Matteo. Il tutto dopo un discutibile pronunciamento della Corte Costituzionale che ha sancito la distruzione di alcune registrazioni telefoniche che sfioravano il Quirinale.

In questa storia infinita c’è il ruolo, tutt’altro che chiaro, dell’ex ministro degli Interni, Nicola Mancino. E delle telefonate tra lo stesso Mancino e l’allora consigliere per gli affari legali del Quirinale, Loris D’Ambrosio, morto dopo che la vicenda era finita sui giornali.

In queste vicende non proprio edificanti spicca una lettera dello stesso D’Ambrosio, che lamenta di essere stato scelto quale “utile scriba di cose utili a fungere da scudo di indicibili accordi”.
Dovrebbe essere il processo del secolo, visto che c’è di mezzo la morte del giudice Paolo Borsellino. Una strage di Stato nella quale esponenti dello stesso Stato hanno depistato le indagini, facendo condannare innocenti.

Dovrebbe essere il processo del secolo, invece c’è la sordina. E ci sono i tentativi, nemmeno troppo velati, per far trionfare, ancora una volta, il buio.

Forse la chiave dell’atmosfera greve che incombe su questo mancato processo del secolo sono due elementi apparentemente distinti, ma profondamente legati l’uno con l’altro: la scoperta che lo Stato italiano può mettere sotto accusa se stesso e il ruolo, tutt’ora mai del tutto chiarito, di Vito Ciancimino.

Il processo ad Andreotti non ha messo in discussione lo Stato italiano. Semmai è stato istruito per fortificarlo. Il capolavoro della sentenza Andreotti – colluso con la mafia fino al 1980, ma con reati prescritti; contro la mafia dal 1980 in poi, fino a farsi detestare dai mafiosi – è una lezione che va al di là della fantasia dello stesso Stato. E’ una sentenza dove tutti vincono e dove ad essere sconfitta è la ragione di chi ha provato a mettersi contro il potere.

Il processo per la trattativa tra Stato e mafia, al contrario, è un errore dello Stato: è un ganglio impazzito: è una ‘cellula’ sfuggita al controllo del potere.

Certo, il potere si è difeso. Ha scatenato i propri anticorpi. Ma non ha potuto frenare una ‘macchina’ messa in moto nonostante i ripetuti tentativi di insabbiare tutto.
Il quadro che emerge è inquietante. Ci sono i mafiosi che vogliono uscire di galera. Ci sono i politici che provano ad agevolare i mafiosi. Ma trovano un muro in una parte della magistratura inquirente e giudicante. Ci sono le condanne confermate in Cassazione. E c’è la reazione rabbiosa dei mafiosi.
C’è il delitto Lima. E ci sono altri politici finiti nel mirino dei mafiosi. Resta da capire – questo è un punto centrale – se i politici finiti nel mirino dei mafiosi sono tutti legati a questa vicenda, o se ce n’è qualcuno verso il quale Vito Ciancimino cerca di ‘vendicarsi’ per essere stato messo alla porta dalla Dc, dieci anni prima, al congresso di Agrigento della Democrazia cristiana siciliana. E, in generale, per essere stato ostacolato anche negli anni successivi, quando era tornato a dettare legge a Palermo, in barba alla ‘Primavera’ di Leoluca Orlando di fine anni ’80.

In questa storia svetta la figura di Vito Ciancimino, personaggio inquietante, che incontriamo,

ciancimino

Vito Ciancimino con il figlio Massimo

giovanissimo – non ancora ventenne – nel 1943, quale interprete del colonnello Charles Poletti, “governatore” della Sicilia dopo lo sbarco Alleato.

Da allora, per i successivi quarant’anni, Ciancimino sarà una dei ‘padroni’ della Dc di Palermo. E sarà, con molta probabilità, l’interlocutore, per conto della mafia siciliana dei Corleonesi, di Cosa nostra americana.

E’ da lui che andranno i militari italiani, nel periodo ‘caldo’ che va dal 1992 al 1993, per ‘trattare’ con la mafia. Molte di queste cose le conosce il figlio Massimo, anche se allora era ancora un ragazzo. Anche per lui questo processo non è semplice. Anzi.  

Se questo processo andrà avanti ne vedremo delle belle.

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