Cerca

Primo PianoPrimo Piano

Dalmati senza patria

di Elisabetta De Dominis
Bersaglieri con lo stemma di Zara

Bersaglieri con lo stemma di Zara

Dopo il danno, la beffa. Abbiamo perso tutto fuggendo dal comunismo jugoslavo verso la patria italiana che, quando ha rimborsato, ha rimborsato cifre da vergogna, mentre non ha badato e non bada a spese per i rimasti

Piange un vecchio bersagliere nel ricordare: “L’8 settembre del 1943 noi bersaglieri gettammo nel mare di Zara le biciclette perché non finissero in mano ai partigiani”. Succedeva al sessantesimo raduno nazionale dei dalmati, che si è svolto ad Abano Terme, in provincia di Padova, lo scorso week end.

A noi dalmati piace sognare. Ma c’è chi dei nostri sogni ha fatto guadagno. E continua a farlo. Renzo de’ Vidovich, presidente della fondazione dalmata Rustia Traune che pubblica “Il Dalmata”, non ha partecipato al raduno per protesta sul modo di condursi delle associazioni e della federazione degli Esuli, presieduta da Renzo Codarin, che sembra stiano oscurando completamente l’associazione del “Libero Comune di Zara in Esilio”, forse per non urtare la sensibilità del governo croato. Infatti dopo 20 anni di estenuanti trattative, la Croazia ha accettato la costruzione a Zara dell’asilo italiano “Pinokio”, non chiamato “Pinocchio” sicuramente per non urtare la sensibilità culturale croata. E’ costato all’Italia 350 mila euro circa. Una spesuccia, considerati i 6 milioni l’anno che percepisce l’Unione Italiana che ha sede a Rijeka (Fiume) per tenere alta la cultura italiana in Croazia. L’Unione italiana, presieduta dall’oriundo Maurizio Tremul, gestisce tutti questi solducci e anche altri. Infatti si è intestata, come società di diritto croato, tutti gli immobili che lo Stato italiano ha acquistato in Croazia per un valore di messa in bilancio di 10 milioni di euro (valore reale 30 milioni). Non mi risulta che siano invece avanzati soldi per salvare i magnifici cimiteri storici, dove i nostri morti con le loro lapidi sono stati sradicati per dar posto a orripilanti lastre di marmo lucenti sulle quali, come ho visto nella mia isola di Arbe, c’è incisa solo la data di nascita del morituro che, dopo averci depredati delle case, attende perfino di prendere il nostro posto nell’al di là. Se esiste un Dio, però Barabba non siederà alla destra del Padre…

Eppure la cultura più diffusa sulle sponde dell’Adriatico orientale è la tedesca: senza che i tedeschi regalino soldi, tutti i croati parlano il tedesco, forse perché la sensibilità monetaria croata per le solide banche tedesche è molto spiccata. Durerà finché i croati non scopriranno una bella mattina che la Germania si è mangiata la Croazia. Come è successo con la Grecia.

Tornando a noi: ma solo noi italiani siamo così fessi da elargire euro a fondo perduto? Ma va là, i nostri politici non danno niente per niente. Quelli che a noi sembrano soldi mal spesi si trasformano in voti degli italo/croati al momento delle elezioni in Italia. Per essere sicuri che votino e votino giusto, vengono organizzate perfino gite a Trieste in pullman con pranzo offerto e pomeriggio di shopping.

Benché dalla novella Jugoslavia, alla fine della seconda guerra mondiale, siano fuggiti tutti coloro che si sentivano italiani, 350 mila abitanti, stranamente il denaro italiano piovuto a pioggia alla caduta del comunismo in Jugoslavia (anni ’90), ha fatto spuntare come funghi degli italiani che fino al giorno prima avevano salde radici nell’identità comunista. I nostri soldi spesso gli sono arrivati per l’interessamento di politici italiani, oggi ex comunisti, ai quali sono legati da un retaggio culturale che ha cavalcato l’odio razziale tra italiani e slavi. Ma parliamoci chiaro: chi tra i dalmati e gli istriani, che hanno abitato l’Italia orientale, è di pura razza italiana? Tutti avevamo, abbiamo parenti slavi. Tutti parlavano almeno 3 lingue in casa: italiano, tedesco e slavo. E allora? La cultura preponderante era italiana, le istituzioni, gli usi, i costumi, le leggi, considerato che Venezia aveva retto le sorti di queste terre per 4 secoli. Per conservare la propria identità culturale, la propria libertà e spesso la propria vita, c’è stato questo esodo di massa. Ma il primo esodo si è verificato più di un secolo prima, alla caduta dell’impero austro-ungarico, reo di aver inventato e propagato l’odio razziale in queste terre spostando intere popolazioni croate dell’interno lungo la costa per mettere in minoranza gli italiani, umiliarne la cultura e avere mano d’opera a basso costo e asservimento sicuro.

Era la prima volta che andavo al raduno dei dalmati. Non ci sono mai andata perché, come dalmata, non mi sono mai sentita rappresentata dai capetti delle associazioni degli esuli in Italia. Cosa hanno fatto per noi presso il governo italiano? Dopo il danno, la beffa. Abbiamo perso tutto fuggendo dal comunismo jugoslavo verso la patria italiana che, quando ha rimborsato, ha rimborsato cifre da vergogna, mentre non ha badato e non bada a spese per i rimasti.

Punto l’indice su questa sedicente Unione degli italiani di diritto croato che fa i propri interessi e non quelli della nostra cultura. Punto l’indice sui quei politici italiani sia di destra che di sinistra che si sono autonominati nostri paladini e, sfruttando le nostre emozioni, hanno gestito le nostre disgrazie per farne la loro fortuna politica. Punto l’indice su quei dirigenti degli esuli che per inettitudine, incompetenza e tornaconto hanno facilitato questa liaison dangereuse tra politici italiani e italo/croati (chiamiamoli così). Tutti loro aspettano la nostra estinzione, governo italiano compreso, perché tutti hanno la coscienza sporca. E intanto fingono un legame identitario ritrovato, sì nell’euro italiano.

Ognuno deve avere una terra dove potere tornare, quando la patria non è la terra dei padri.  Un luogo dove essere riaccolto e poter essere sepolto. Noi dalmati non possiamo tornare: siamo senza patria. Ma siamo andati via con la nostra gioia, quella che suonano le trombe dei bersaglieri, quella che anima i raduni dei dalmati e che la Dalmazia di oggi non conosce perché è di altra cultura, altro sentire, altro amare. Amaro.

Questo articolo viene pubblicato anche su Oggi7-America Oggi

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter