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Fabio Fazio, la sinistra e i soldi. Sintesi di un’impostura

Fabio Fazio con il capo gruppo alla Camera del PDL Renato Brunetta durante la trasmissione Che tempo che fa

Fabio Fazio con il capo gruppo alla Camera del PDL Renato Brunetta durante la trasmissione Che tempo che fa

Il giornalista-conduttore simboleggia equivoci e ambiguità della sinistra italiana: si comporta come un convertito che voglia continuare a predicare la vecchia fede. Ma solo per gli altri

 

E’ questione di sfumature e di sottintesi. Sempre. La risposta che Fabio Fazio ha dato ad un Renato Brunetta puntuto e sorprendente lo conferma. Di fronte ai circa due milioni di euro di compenso annuo, Fazio ha replicato: “Io faccio guadagnare la mia azienda”.

Niente da dire. Apparentemente. In un contesto economicamente liberistico, e intensamente liberistico, la risposta sarebbe perfetta. Sebbene se non del tutto. Giacchè anche a Wall Street e dintorni, e fuori dei casi di disonestà conclamata, si è posto, com’è noto, il problema del rapporto fra quanto guadagna il fuoriclasse, e quanto guadagna l’ultimo impiegato o operaio della stessa struttura in cui la star fa rifulgere la sua luce. E perciò, visto che un impiegato in un anno si mette in tasca non più di diciottomila euro, lo standing di Fazio varrebbe circa cento volte quello di un “normale lavoratore”. Sorvoliamo tuttavia, perché questa è la lettera della risposta data da Fazio. E qui rilevano i sottintesi e le sfumature.

Cominciamo dalle sfumature. Fazio, prima di rispondere, ha voluto precisare di non potere rispondere per non nuocere alla sua azienda. Non è stato un balbettìo goffo. E’ stata un’esibizione di allusiva reticenza. Mentre lo diceva non era in difficoltà, non si è velato di rossore, non gli si è attenuata la voce, non è incespicato sulla dizione, non ha abbassato lo sguardo, né lo ha fugacemente distolto dall’interlocutore. No. Ha fatto intendere che tutto ciò di cui si pretendeva parlare avrebbe riguardato anche altri. E chiaramente non si riferiva all’usciere. E infatti gli “altri”, nei giorni successivi, hanno prontamente risposto alla convocazione.

Quelle movenze, in cui si lasciava intravedere un potere mascherato da garbo, gli oneri di un ruolo pubblico trasformati in scudo personale, un contratto di lavoro scemato in appartenenza associativa, rivelano il totale disinteresse per la questione posta e la cruda fermezza nel non dover rendere conto alla comunità. L’unico, minimo, cedimento al circolo venoso è emerso quando ha aggiunto, suggestivamente, di non essere indagato per frode fiscale. Suggestione per suggestione, si sarebbe potuto osservare che quanto pagato dal perenne convitato di pietra lui non lo pagherebbe in mille vite. Ma proseguiamo.

 “Quanto guadagni ?’” è una domanda ampia, ricca, potente. Può evocare visioni della vita, professione di principi, identità culturali, norme morali. Oppure può essere ridotta a questione di ragioneria. Fabio Fazio si propone come “uomo di cultura”; ci ha sempre tenuto. Anche quando conduceva “Quelli che il calcio..” voleva distinguersi da Biscardi (non so se ci riuscì ai tempi di “Forza Italia”, il programma, pur’esso pallonaro, trasmesso da Odeon TV). Il profilo dell’attuale show è proposto pertanto come quello di un luogo di riflessione, di analisi critica, in cui gli ospiti si distinguono perché esprimono prestigio personale o istituzionale, qualità intellettuali e culturali; anche quando la loro presenza in studio è soffusa di una levità che, sapientemente, si alterna a segmenti di gravità, accoramento, passione, sentenziosità, e, naturalmente, l’immancabile indignazione (quest’ultima preferibilmente in accoppiata con Saviano). Perciò, il “Quanto guadagni?” avrebbe permesso una vasta gamma di possibili risposte. Ma Fazio, di fronte a quella domanda, non poteva che appallottolare la sua stizza principesca e scagliarla verso un pantano di regolamenti condominiali e parasindacali. Perché?

Perché in Italia, dirsi di sinistra non è come per David Lettermann o Oprah Winfrey dirsi liberal. Lì, negli Stati Uniti, non si sono mai inseguite ombre equivoche e pretese pauperistiche. Lì è un mondo in cui il denaro è stata sempre la faccenda più seria di tutte. Lì, era di sinistra già Woodrow Wilson, che, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, fresco di secondo mandato presidenziale fece arrestare il capo dei socialisti americani, Eugene Debs (aveva accusato l’alta finanza di avere determinato l’ingresso statunitense nella Prima Guerra Mondiale), e varò una legge per combattere le opinioni socialiste. Ma nessuno dubita che Wilson sia stato un reale esponente dei democratici. Sul denaro, niente chiacchiere. Può piacere o non piacere: ma questo è.

In Italia sappiamo com’è andata. E Fazio è del 1964, come Crozza è del 1959, come Benigni è del 1952, come Santoro è del 1951. E tutti hanno vissuto e conosciuto versioni e imprese, più o meno tormentate, della sinistra italiana. Dove col denaro (altrui) si è sempre scherzato e predicato troppo. Ma è questo il punto: si pretenderebbe di continuare a scherzare e a predicare.

E così passiamo ai sottintesi. E’ evidente che una risposta come quella data da Fazio avrebbe indotto Margaret Thatcher o Ronald Reagan a farne un testimonial. Il profitto prima (e dopo) di tutto. Lavora, guadagna, fai guadagnare: e non fare domande. E, se te le fanno, non rispondere.

Il sottinteso qui è l’ibrida metamorfosi in cui, nella c.d. Seconda Repubblica, si è avvinghiata certa sinistra italiana. Anziché mediare fra la propria tradizione, che, nel profitto in sé, ha lungamente stigmatizzato la fonte di ogni corruzione morale, nella ragionevole convinzione che si dovesse, perlomeno, attenuare la spinta antisolidaristica che lo sorregge, questa nostra bella sinistra-che-conta ha scoperto le bellezze di Mammona, la seduzione dei circuiti protetti e benparlanti. Non solo non ha mediato, ma ha assunto, puramente e semplicemente, le fattezze del “nemico”.

Quella risposta contiene tutte le risposte che la sinistra italiana non può dare. Sarebbe ora che la piantassero con equivoche frequentazioni metafisiche e bancarie e tornassero a lavorare per l’Italia.   

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