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Se bisogna rimetterci la pelle per essere ascoltati…

Lea Garofalo, uccisa dal suo compagno ndranghetista

Lea Garofalo, uccisa dal suo compagno ndranghetista

A Milano i funerali di Lea Garofalo, uccisa nel 2009 dalla 'ndrangheta, diventano occasione per un evento-comizio con tanto di merchandise, tra cattivo gusto e connivenze

 

"Non ho mai avuto affetto e amore da nessuno – scrive – sono nata nella sfortuna e ci morirò. Oggi però ho la speranza per andare avanti e si chiama Denise. Avrà tutto quello che io non mai avuto nella vita". 

Sono le parole di Lea Garofalo, vittima di una ndrangheta di stampo famigliare, quella ndrangheta che immagini che una donna la rispetti, la veneri, la protegga: ma è quella di cui si muore sempre più spesso.

Lea Garofalo era una donna calabrese che aveva deciso di cambiare vita, di uscire da quegli schemi fatti di omertà e ubbidienza, ed ha pagato con la vita il prezzo della libertà in terra di Calabria. 

Di lei si è detto tanto, la sua esistenza è stata sviscerata da opinionisti, magistrati, da filosofi e professionisti dell'antimafia. La sua scelta coraggiosa di voltare pagina, di collaborare con la giustizia, il suo programma protezione. Qualcosa succede, Lea rinuncia alla scorta e un giorno di novembre del 2009 scompare a Milano. Si perdono le tracce della donna. Sciolta nell'acido, si disse. Invece venne uccisa e poi bruciata. I resti si trovarono dopo 4 anni.  È il suo compagno il mandante dell'omicidio, il padre di sua figlia Denise: una storia atroce. 

I funerali nella città antimafia

Sabato 19 ottobre a Milano ci sono stati i funerali religiosi dei pochi resti della donna. Denise, sua figlia, così ha voluto. 

Una piazza gremita di gente ha assistito alla funzione religiosa che poi si è trasformata in una sorta di evento-comizio che lascia un po' perplessi. 

Il sindaco Piasapia, parla di Milano definendola "città antimafia", e pare anche ben convinto della sua affermazione. Vorremmo capire però il senso di questo ruolo "antimafia". Milano è una di quelle città, come un po' tutta la Lombardia, in cui da sempre si tende a negare l'esistenza di una grande e ben radicata presenza malavitosa. Come accade in Sicilia o in Calabria anche qui si tende a minimizzare e negare l'impatto della mafia sul territorio. È una casualità? È come se negando ci si sforzasse di tutelare quell'appartenenza settentrionale che dovrebbe essere indice di correttezza, etica, trasparenza e lavoro onesto. Ma Pisapia sa bene che a prestare il fianco, e non solo quello, ai malandrini provenienti dal Sud incriminato, in questi anni sono stati proprio alcuni imprenditori lombardi che attraverso le mafie sono cresciuti e si sono anche arricchiti. I rifiuti tossici non ce li siamo inventati in Calabria…

Io vedo, sento, parlo

In piazza sventolano alcune bandiere colorate con la faccia di Lea stampata sopra. Non le regalavano, costavano 5 euro. A guardare in mezzo alla folla sembra di essere in una di quelle manifestazioni dei sindacati a Piazza San Giovanni a Roma: mah… 

Se pensiamo che in teoria si starebbero celebrando dei funerali, trasformati invece in un evento di piazza, un po' mi intristisco. È come se prima dei funerali della strage di Duisburg a San Luca si fossero vendute le bandiere con la faccia dei morti ammazzati, da sventolare poi durante la cerimonia. Forse sono io bigotta che non interpreto questo genere di comunicazione, ma l'ho trovata una cosa di cattivo gusto. Poi Denise attraverso un altoparlante ringrazia sua madre. Puoi solo commuoverti e mandare al diavolo la malavita tutta!  

Sei grande solo se muori

Un'altra amarezza mi coglie e mi commuove oltre la visione della bara di Lea: perché bisogna rimetterci la pelle per essere ascoltati e riconosciuti?

Lea avrebbe voluto vedere crescere la sua bambina, non lasciarla sola in un mondo che a lei non l'ha nemmeno ascoltata. 

Oggi in Italia ci sono tante persone che hanno deciso di collaborare con la giustizia, di denunciare, di uscire allo scoperto. Sono persone sole. Dimenticate da questo bel paese. Spesso guardati con sospetto dalla gente e snobbati dalle istituzioni che corrono in piazza per i funerali ma poi non ti concedono nemmeno un appuntamento per parlare di te, della tua vita spezzata.

La verità

Don Ciotti di Libera, conclude invitando ognuno a "contribuire a cercare la verità. A contrastare quel codice del silenzio mafioso che è la mafiosità di ognuno". 

Lo inizino a fare i milanesi, i lombardi. E non parlo solo di quelli che scendono a patto con la malavita…ma parlo dei clienti diretti.

Nelle acque nere della città di Milano la concentrazione di cocaina ha dei valori di tutto rispetto. E le mafie vivono di quello!!! 

 

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