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La vergogna della giustizia italiana: il caso Silvio Scaglia

Il fondatore di Fastweb venne arrestato con l'accusa di aver organizzato "una delle più colossali frodi della storia nazionale". Poi venne assolto, l'inchiesta nei suoi confronti a picco. Chi paga per l'utilizzo smodato della custodia cautelare come strumento di pressione per ottenere confessioni? I contribuenti...

Del suo caso si è trattato frettolosamente, quasi con fastidio; e frettolosamente, come di cosa fastidiosa, ce lo siamo scrollati di dosso. Poco più che un “incidente di percorso”, che può capitare, tocca farsene una ragione.

Si appartiene, bello o brutto che sia, a quanti sono di dura cervice, persone di concetto tenace; e dunque non ce ne facciamo per nulla una ragione.

Silvio Scaglia è un manager, il fondatore di Fastweb. Nel febbraio del 2010 Scaglia viene iscritto nel registro degli indagati. E residente da tempo in Sud America. Può fregarsene di quello che fanno i magistrati italiani, di quello che vogliono da lui. Invece no. Affitta un aereo, vola in Italia, si mette a disposizione della procura di Roma. Lo sa che lo spediranno in carcere, ma viene ugualmente: spera che tutto si chiarisca in poco tempo. Trascorre così 90 giorni in carcere. Poi, quando non lo possono più tenere in cella, gli danno gli arresti domiciliari. Per un anno tondo. L'accusa del resto è pesante. Il Giudice per le indagini preliminari parla di "una delle più colossali frodi poste in essere nella storia nazionale"; e poi riciclaggio di denaro sporco, per circa due miliardi di euro, false fatturazioni e non so che altro.

Come finisce la storia? Finisce che Scaglia viene assolto, le accuse nei suoi confronti evaporano. E quei 90 giorni in carcere, quell'anno ai domiciliari, il danno economico subito con le quotazioni della sua società crollata titoli che, a causa dell'inchiesta, sono andati a picco? Pazienza. E’ stato un errore. Se ne faccia una ragione.

Il problema però al di là della vicenda in sé è nell'utilizzo smodato della custodia cautelare, troppo spesso utilizzata come strumento di pressione per ottenere confessioni. Abbiamo scritto “pressione”, ma più propriamente bisognerebbe chiamarla tortura: che tale è la carcerazione di una persona che ha per fine quello di farlo confessare, o denunciare altri. Non si nega che vi siano criminali che una volta arrestati è bene “neutralizzare” in cella; nessuno si sogna di pensare che un mafioso, un camorrista, un serial killer non debbano essere messi in carcere una volta che li si acciuffa. Però al di là dei criminali di calibro, attualmente sono migliaia i cittadini come Scaglia arrestati, lasciati marcire in galera e in attesa di processo per mesi, e poi dichiarati innocenti, perché le accuse contro di loro non hanno fondamento.

Si dice che il paese non riesce a decollare, a superare la grave crisi in cui è precipitato. Peggio dell’Italia, in Europa, fa solo la Grecia. Eurostat avverte che il debito pubblico è a livelli record sul PIL a 133,3 per cento nel secondo trimestre 2013, in crescita del 3 punti percentuali rispetto ai primi tre mesi dell'anno quando era al 130,3 per cento. Quello italiano è il secondo debito pubblico UE più alto dopo la Grecia (169,1 per cento) e con uno dei maggiori incrementi tra primo e secondo trimestre di quest'anno. Nello stesso periodo dello scorso anno era di 1.982.898 milioni di euro, pari al 125,6 per cento del PIL, nel primo trimestre di quest'anno era di 2.035.833 milioni, al 130,3 per cento, mentre nel secondo trimestre è arrivato a 2.076.182 milioni, ovvero al 133,3 per cento.

Bene (si fa per dire); uno dei problemi di questo paese è il pessimo funzionamento della giustizia italiana, un enorme ostacolo che allontana gli investitori stranieri dall'Italia, perché non riescono ad operare in un paese dove non c’è certezza del diritto.

Sandro Gozi, vice Presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa con delega alle carceri dice che «l'Italia delinquente abituale, basti guardare le ripetute condanne ricevute per le stesse problematiche, in primis sovraffollamento delle carceri e lentezza dei processi. Su 47 Paesi del Consiglio d'Europa, noi "produciamo" l'11 per cento delle condanne corte, dietro solamente a Russia (22 per cento), e Turchia (13 per cento)». I costi di questa realtà? Solo per la lentezza dei processi, infatti, dobbiamo alla Corte ancora 500 milioni di euro. Inoltre, se entro maggio 2014 non risolveremo l'emergenza carceri, la ripresa dei processi contro l'Italia ci costerà altre centinaia di milioni di euro, «avremo da pagare 100mila euro ogni 7 detenuti che fanno ricorso, ossia ogni anno dovremo pagare multe per 60-70 milioni».   

Pagheranno tutti i contribuenti italiani, obbligati a pagare per l'illegalità dello Stato. E’ lo stato della giustizia in Italia, bellezza!

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