Cerca

Primo PianoPrimo Piano

Marcia, consenso e morte del Fascismo italiano

28 ottobre 1922: Benito Mussolini durante la marcia su Roma

28 ottobre 1922: Benito Mussolini durante la marcia su Roma

Una riflessione sull'avvento al potere di Mussolini nell'Italia di 91 anni fa

 

Ricorreva ieri il 28 ottobre. Novantun anni sono passati da quando avvenne la Marcia su Roma. Di tutto è successo in questi novantun anni: la scoperta dell’Atomo, la Seconda Guerra Mondiale, ascesa e fine appunto del Fascismo, ascesa e fine del Nazionalsocialismo, crollo dell’Urss e del Blocco dell’Est; consegna del mondo intero nelle mani di un padronato (qui, lettrici e lettori, dobbiamo sintetizzare) che pensa solo ai propri bassi interessi.

In Italia abbiamo visto sparire partiti politici che fino a poco prima erano apparsi indistruttibili: Dc, Pci, Psi, Pli, Psdi; c’è toccato assistere all’avvento della Lega Nord e del berlusconismo… Ancora in carica, il Presidente del Consiglio grossissimo businessman milanese negava l’esistenza della crisi e ci ripeteva che noi italiani eravamo tutti ricchi, ricchi e felici.

Ma com’era l’Italia del 1922? Era un Paese che crepava di fame. Fra scioperi (anche giustificati) e “serrate” (si avevano quando i padroni per ritorsione chiudevano fabbriche ed esercizi vari), la miseria dilagava, falciava. Almeno un terzo degli italiani viveva nelle ristrettezze, nella fame, nella disperazione. Imperversavano la tubercolosi, le gastroenteriti, le febbri reumatiche, la difterite. Si moriva ancora di pellagra. L’Infanzia non riceveva cure, tutela.

Il Partito Socialista era forte, ma non abbastanza (anche per via delle infinite, logoranti dispute dottrinarie al suo interno) da poter battere il Capitalismo; il Capitalismo coi suoi alleati non era sufficientemente forte da piegare per sempre lo schieramento socialista. A questo s’aggiungeva il Partito Popolare guidato da don Sturzo: un’eresia, un pericolo, i cattolici che si riuniscono appunto in un partito politico ed entrano nel ‘gioco’ parlamentare.

Ci voleva un’azione di rottura. Era necessario cambiare registro. Benito Mussolini, l’ex-direttore dell’”Avanti!”, il sovversivo, il mangiapreti romagnolo, cambiò registro. Ma potè farlo solo dopo aver stretto alleanze (Beppe Grillo ci pensi…), solo dopo aver trovato accordi col Conservatorismo rappresentato da due vecchi arnesi della Reazione, De Bono e De Vecchi, che alla Marcia su Roma si presentarono nelle vesti di quadrumviri. Gli altri erano Mussolini e Balbo. Potè farlo solo dopo aver rassicurato settori dell’iniziativa privata, e in mente forse aveva già lo sciagurato Concordato che Roma e Città del Vaticano avrebbero sottoscritto il 12 febbraio 1929.

E’ verosimile pensare che, se fosse rimasto attaccato al manifesto socialista in cui si illustrava la posizione dei neonati Fasci di Combattimento (Milano, Piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919), Mussolini di strada ne avrebbe fatta davvero ben poca.

Arrivò così la stretta, la durissima stretta intorno agli avversari, ai nemici del Fascismo. Due di essi, Giacomo Matteotti e Piero Gobetti, vennero assassinati. Socialisti, e poi comunisti finirono a frotte in galera. Ma i comunisti Gramsci e Bordiga avrebbero fatto coi fascisti l’identica cosa se, a vincere la partita, fossero stati invece loro…

La Storia bisogna studiarla con realismo. Per studiarla con realismo è necessario compenetrarsi nel periodo storico sottoposto a esame.

Il gioco di Mussolini era semplice: servirsi delle forze conservatrici per poi meglio controllarle e, alla fine, condurle a evaporazione nel quadro dei mutamenti sociali e morali cui lui intendeva dar luogo. L’imperativo era mettere a tavola tre volte al giorno quaranta milioni di italiani; mica facile in un Paese come il nostro, privo di materie prime.

Piazza Venezia

9 Maggio 1936: Mussolini sul balcone di Piazza Venezia

Nel 1981 su “Storia Illustrata”, Giorgio Bocca (non Almirante o Romualdi…) scrisse che, “con Mussolini al potere, i padroni non poterono più fare i loro comodi”. Al Duce, i padroni cominciarono comunque, già intorno al 1930, a scavare il terreno sotto i piedi. Stessa operazione fu avviata dal Vaticano, non sazio del Concordato… Imperscrutabili, intanto, i Savoia… Imperscrutabile lo Stato Maggiore del Regio Esercito… Antifascisti gli Ammiragli. Ondivaghi numerosi industriali, o disposti a una sospetta piaggeria verso Mussolini, questa la verità.

Tuttavia, a partire all’incirca dal 1930, s’impegnarono in opere sociali anche aziende quali l’ Ansaldo, la Pirelli, l’Olivetti, la Solvay. Con la Campagna d’Abissinia (1935-36) e subito dopo la vittoria sul Negus, la modernizzazione della nazione italiana era un fatto compiuto. Nasceva lo Stato Sociale italiano. Il Duce poneva lo Stato nella posizione di arbitro, mediatore fra i datori di lavoro e i prestatori d’opera, questi ultimi chiamati “produttori” da Mussolini, e da altri socialisti interventisti: Aurelio Padovani, Michele Bianchi, Renato Ricci, poi approdati al Fascismo. La sua preoccupazione quotidiana: porre le basi per il lancio della “socializzazione”, attuata soltanto nei due anni della Repubblica Sociale. Con la socializzazione anche i lavoratori usufruivano dei dividendi.

Ma a questo avrebbe potuto giungere prima, Mussolini? Magari sull’onda del trionfo in Etiopia, trionfo che aveva avvicinato al Regime parecchi antifascisti che fra il ’19 e il ’22 avevano combattuto con onore e coraggio contro gli squadristi. Ci tange l’idea che se il Duce al culmine del potere avesse proceduto alla socializzazione, dal Re d’Italia sarebbe stato messo fuori gioco ben prima del 26 luglio 1943…

Mussolini tentò sempre di giocare la classe borghese, dalla classe borghese fu invece giocato lui: non a caso, Dino Grandi, dell’omonimo, famoso ‘ordine del giorno’ del 25 Luglio, rappresentava il “perfetto” esemplare di borghese italiano, bravo nell’anticipare i cambiamenti di direzione del tempo. S’illuse che col Concordato, la Chiesa Cattolica gli sarebbe stata amica, amica fedele. Mai gli fu amica.

Piazzale Loreto

Milano, 29 Aprile 1945: i corpi di Benito Mussolini, Claretta Petacci e altri fascisti esposti a Piazzale Loreto

Il Duce in realtà fu un uomo sempre solo: diffidava degli uomini; diffidava degli italiani, che lui voleva “cambiare”. Si pose al centro d’un gioco ben più grande di lui stesso, commise la turpitudine di perseguitare gli ebrei a partire dal 1938.

Non avrebbe potuto finire diversamente la movimentatissima avventura cominciata col periodico “Lotta di Classe”, con le Giornate Rosse di Ancona, proseguita col Socialismo Interventista, con la fondazione dei Fasci di Combattimento, con l’ingresso dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale; finita in Piazzale Loreto in un giorno d’aprile del 1945.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter