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La fuga di Bartolomeo Gagliano e la magistratura con i piedi in due staffe

Un poliziotto con la foto segnaletica di Bartolomeo Gagliano

Un poliziotto con la foto segnaletica di Bartolomeo Gagliano

Il diritto penitenziario: un altro punto di osservazione sulla malattia giustizia

 

Il detenuto Bartolomeo Gagliano, pluriomicida, fruisce di un permesso-premio e, uscito dal carcere, fugge. Sorpresa, clamore, indignazione, che non guasta mai. Si è già trovato il capro espiatorio: il Direttore del carcere di Marassi, all’evidenza, l’anello debole della catena. Il Ministro ha riferito (non si è dimesso, naturalmente), e la questione delle responsabilità è quindi chiusa. 

Il provvedimento che ha riconosciuto il permesso dello scandalo, però, è un provvedimento giurisdizionale: cioè è emesso da un ufficio che si chiama giudice, e il funzionario preposto a quell’ufficio si chiama magistrato. Il coinvolgimento di figure istituzionali ulteriori (come il Direttore) integra ma non esaurisce l’accertamento sui meriti del detenuto: l’ultima parola spetta al giudice. Ed è giusto così. Perché la sua decisione interviene alla fine di un procedimento in cui si valutano gli argomenti di due parti (il Procuratore Generale e l’interessato) e le due parti si esprimono secondo le forme, cioè gli strumenti, di una procedura garantita: la garanzia è l’estraneità di chi decide alle ragioni di ciascuna di esse. Per definizione, un giudice.

Dunque la paternità del permesso-premio riconosciuta a Gagliano è del giudice competente. Secondo voi, se ne è parlato adeguatamente? Secondo me, no. Nessuna meraviglia, ormai. Ma il problema resta. La responsabilità non è mai per i magistrati. Intoccabili, superiori, di un’altra pasta.

Naturalmente non manca il corredo pseudo-razionale di sostegno a questa vistosa anomalia: solo l’1% dei beneficiati non rientra in carcere (allora perché infierire sul Direttore: sarebbe solo stato uno sfortunato); il magistrato cinque mesi prima aveva trasmesso l’annotazione dei precedenti di Gagliano (allora perché ha concesso il premio?) e via tessendo e ritessendo la tela protettiva.

I potenti sono potenti proprio perché irresponsabili. E impuniti. E’ sempre stato così. Attributo perenne. Ma quelli che sono cresciuti a pane e Pasolini, per esempio? Che dicono? Lo riconoscono il “Palazzo” in questo stato di cose? Lo scrivono “Io so”? Lo chiedono “il processo” per i  responsabili? 

Badate che la distruzione della giurisdizione penale, in ogni stato moderno e complesso qual’è anche l’Italia, comporta effetti sistemici non dissimili a quelli prodotti dalla scossa terribile della violenza terroristica. La Costituzione, cioè i nostri muri maestri, si crepa sia sotto i colpi delle bombe, sia sotto il peso di una impunità morale,  prima ancora che giuridica, di un suo settore nevralgico, come la magistratura.

Ma la faccenda di Gagliano sprigiona interrogativi ulteriori, che si allargano come fanno i cerchi concentrici quando un sasso infrange uno specchio d’acqua.

Siamo sicuri che l’intero sistema del c.d. Diritto Penitenziario debba essere mantenuto? Si scrive frequentemente, e con malcelata stizza, che il sistema processuale penale italiano è pletorico: troppi, tre gradi di giudizio. Troppi? Forse sono pochi, secondo il Diritto Penitenziario. Perché permessi-premio, liberazione condizionale, semilibertà, affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare e così via, determinano il mutamento della pena. Pertanto, mutano il senso di quegli stessi tre gradi di giudizio di cui la pena costituisce la sintesi finale e più significativa: tanto per il condannato, quanto per la comunità. 

Il che ci espone ad un ulteriore e sistematica incongruenza. A titolo cautelare, cioè prima di un accertamento definitivo di responsabilità, si possono trascorrere anche anni in stato di detenzione carceraria, senza comunque poter accedere ad alcuno di questi benefici, perché sono solo per chi formalmente è in carcere a titolo di espiazione della pena (Naturalmente si può sempre accusare qualcuno…). Mentre invece una persona condannata dopo i famosi tre gradi di giudizio, può dar luogo a vicende come quella di Gagliano (ma non solo lui, come si sa). Fantastico.

Ma la maggiore e irragionevole anomalia, il cerchio più ampio formato dal sasso-Gagliano è di ordine politico-culturale. Da un lato, si afferma che c’è sempre “troppo poco penale”, che le censure sull’abuso della custodia cautelare solo strumentali, che la società si deve difendere; e così si mantiene integro un potere inquisitorio immenso, che si esercita e si consuma prima della sentenza definitiva. Dall’altro, per chi è condannato dopo i tre gradi di giudizio, è tutto un sabotare l’effettività e la durata della pena. Perché? Perché si tengono i piedi in due staffe: la mattina, il super potere inquisitorio, con il suo apparato micidiale (custodia, intercettazioni, sequestri, fughe di notizia a fini di gogna) per la “giustizia militante”; la sera, l’erosione della pena, per il “sentire democratico”.

Per certuni è sempre un gioco di potere, è sempre un libero e terribile trastullo.

Ps. Gagliano è stato catturato venerdì 20 dicembre, nel sud della Francia.

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