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Michael Schumacher. Un uomo

Nel giorno in cui il campione compie 45 anni, un augurio confidente nella notte senza veli in cui il limite si avvicina. Con il disagio di un dolore che, inevitabilmente, pone un tema

Oggi Michael Schumacher compie 45 anni. Auguri. Molti sinceri auguri. Non solo per il compleanno, naturalmente. Scrivere che il dolore di un uomo, dei suoi cari, pone un tema è cosa antipatica. Anche se l’uomo è famoso, e questa sua fama lo priva della sua intimità quanto lo apre alla partecipazione minuta e quotidiana del mondo intero, un'ombra di antipatia resta: perché, a evocare il rigore dell’intelletto mentre il sangue sgorga, e le lacrime anche, e le paure impazzano e le speranze tremolano e la fama svanisce percossa dall’universale solitudine della soglia finale che si affaccia, un’ombra di antipatia resta; sì, resta, a scrivere che tutto questo “pone un tema”.

Ma la caduta di Shumy, di quel vezzeggiativo che dice tutto di quella partecipazione, della verità, del calore, della sincerità, dello slancio con cui è vissuta, di Shumy, il più bravo auriga di tutti i tempi, il più ricco, il più premiato, il più simpatico, bravino anche a calcio, che è la koinè plastica e gestuale della contemporaneità, di Shumy che sorride sempre, con quel suo faccione rigoglioso pieno di bonomia crucca, sin da quando vinse due mondiali consecutivi quasi da esordiente, con la sua Benetton-gagà, irriverente e ragazzina, la caduta di Shumy sulle nobili nevi alpine di Grenoble, un tema lo pone. E, forse, più di uno.

Era fuori pista. Ora stiamo apprendendo che era un fuori-pista di necessità: c’era una bambina, finita chissà come lontana dagli altri, e così Michael si è lanciato in mare aperto per soccorrerla. È noto che il fuoripista e il mare aperto pari sono. Si può fare; ma è pericoloso, pericolosissimo. Per il momento non sappiamo, con certezza, come è andata.

Supponiamo che sia accertato lo slancio verso la bambina. Un eroe, un grand’uomo, patisce il male, mentre e proprio perché si volge al bene. Cosa c’è di più puro, di più alto, di un bambino che rischia, e cosa più giusto, più buono di chi si offre di aiutarlo e, per questo, cade sotto la sferza di un Fato impietoso? Niente. Ma già in questa ipotesi si affaccia una variante. Se la bambina era, come si dice, parte di un gruppo che scivolava sotto lo sguardo vigile di Shumy, la sua uscita doveva essersi compiuta da poco; e ridotta doveva essere la distanza percorsa fuori pista. La portavoce ha precisato che il campione non sciava velocemente. E tuttavia l’impatto è stato tale, hanno comunicato i medici di Grenoble, che il casco ne è stato lesionato e, senza, il Nostro sarebbe certamente morto. E poi, stiamo parlando di Schumacher. Di Michael Schumacher. La Formula 1. Non andava velocemente? Semmai lo slancio generoso suggerisce il contrario.

Ma essere Schumacher, ovviamente, significa anche saper governare il millimetro mentre si bruciano 85 metri ogni secondo, e ogni centesimo di secondo per più di un’ora consecutiva. E qui subentra il tema. Sadico, o forse indifferente, indicibile. Tutti i saperi, tutte le abilità, congegnate e riunite al sommo grado, si disintegrano di fronte alla Necessità, Anànke, come la chiamavano gli antichi greci (immensi e liberi da Maastricht), che disintegra quello che vuole, quando vuole, e come vuole. E non c’è niente da fare. Il tema è perenne. Il punto è che la Civiltà della Tecnica ha bisogno di presentarsi come mito invincibile e, con incessante tenacia, lavora per cancellare questo primo ed ineludibile sapere, a lei ostile. Ricordarcene, a partire anche dal dolore di Shumy, non sarebbe sciacallaggio speculativo ma, forse, un modo onesto per restituire senso e onore alla sofferenza.

Oppure si è lanciato fuori pista perché è un uomo che cerca il limite. Ognuno ha il suo limite, e anche questa verità è patrimonio comune ma disfunzionale alla fibrillazione del gratuito, alla seduzione del nuovo purchessia, del “si può fare, quindi si deve fare”. E il c.d. consumismo segue, e non precede, la guerra alle tradizioni di pensiero, alle loro forme politiche e ai loro quadri normativi che si va conducendo sempre più insistentemente. Condannare semplicemente l’oggetto, cioè il “consumo degli oggetti”, senza volgersi criticamente verso “consumi” assai più dissolutivi, è solo una giaculatoria estetizzante.

E nessuno può superare il suo limite, come distrattamente siamo soliti affermare, proprio spinti dalla triviale propaganda tecnicistica e scientistica in cui siamo immersi. Quando raggiungiamo il nostro limite, non quello della specie, piuttosto vago ed inafferrabile, ma quello specifico, concreto, individuale in cui la vita di ciascuno è sapientemente avvolta, il limite ci dissolve. E tutto, per ognuno, finisce. No limits. Cioè, Ubris.

E anche questo lo sappiamo da secoli. Tanti auguri a Schumy. E tanti auguri a tutti noi.    

 

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