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L’ultimo assalto alla diligenza

Una scena dal film

Una scena dal film

La nuova serie di tagli che colpisce la Direzione Investigativa Antimafia fa capire quanta distanza ci sia tra i proclami della politica italiana e la realtà dei fatti

 

Conosco molte persone che lavorano nel fronte più “pratico” della lotta alla mafia. Mi riferisco a magistrati, agenti di polizia, carabinieri, specializzati nel contrasto alla criminalità organizzata. Sono in tanti, alcuni bravi, altri un po’ meno, come in tutti i settori della società. Certo, ho imparato che i più bravi, spesso, sono quelli che stanno nei livelli più bassi: gli agenti di custodia delle carceri, certi funzionari solerti che ci rimettono di tasca propria per portare avanti il proprio lavoro, poliziotti capaci di stare 30 ore senza dormire per sorvegliare il possibile covo di un boss, finanzieri che la notte incrociano bilanci e contabilità di aziende sospette e la mattina incontrano le scuole per parlare di racket ed usura.

C’è tutto un esercito che si muove nella lotta alla mafia. E fa rabbia pensare che lo Stato italiano, ogni volta che deve stringere la cinghia per rientrare dai debiti che ci portiamo dietro, pensi non tanto di tagliare i privilegi ai politici, quanto di tagliare le risorse all’antimafia.

Ogni anno c’è un allarme di questo tipo: vogliono smantellare la Catturandi di Palermo, vogliono tagliare la sede della Direzione Investigativa Antimafia di Trapani, vogliono sopprimere alcune procure in Sicilia. Tutto per risparmiare (mentre davanti ai nostri occhi, quotidianamente, si fa scempio di risorse pubbliche in mille altri modi…).

L’ultimo assalto alla diligenza, che fa capire quanta distanza ci sia tra i proclami della politica e la realtà dei fatti, riguarda la nuova serie di tagli che colpisce la Direzione Investigativa Antimafia. Ricordiamo che questa istituzione specializzata nella lotta alle mafie e ai trafficanti di droga nacque da un’idea di Giovanni Falcone, che sarebbe dovuto diventare il primo procuratore nazionale antimafia d’Italia se la politica prima e la mafia dopo non avessere rovinato la sua vita.  Falcone, aveva compreso la necessità di avere un’unica struttura di polizia per affiancare i magistrati impegnati nella lotta alla criminalità organizzata.

Nell’ultima legge di stabilità è previsto un taglio lineare del TEA, il Trattamento Economico Accessorio. E’ una delle voci che compongono lo stipendio dei 1300 dipendenti della Direzione. In gergo viene chiamata “indennità di cravatta”: una compensazione economica (circa 250 euro mensili per un ispettore con 30 anni di carriera sulle spalle) che riconosce la specificità del lavoro di poliziotti, carabinieri e finanzieri della Dia. 

Già negli anni passati questa voce è stata oggetto di tagli,  e nel 2012 le forze dell’ordine dovettero protestare con un sit – in sotto Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio, per farsi ascoltare.

E’ chiaro che in tempi di crisi i sacrifici sono richiesti a tutti, ma suona strano che si colpisca sempre l’antimafia. Anche perchè il risparmio dello Stato non è grandissimo: 10 milioni di euro l’anno.  

Già l’anno scorso la Direzione Nazionale Antimafia ha subito taglio per 11 milioni di euro, e la sua dotazione finanziaria, con la quale si pagano indagini, straordinari, rimborsi spese, mezzi, eccetera,  è passata da 28 a 17 milioni di euro. Non solo, la Direzione investigativa sconta anche carenze di personale: per lavorare a pieno regime la pianta organica prevede circa 3 mila tra funzionari e investigatori. In servizio ce ne sono meno della metà e fanno vita grama, tant’è che il sindacato Consap, la Confederazione sindacale autonoma di polizia, ha denunciato che a Roma, su oltre 200 unità in servizio, sarebbero «decine gli agenti che hanno chiesto il trasferimento ad altri incarichi» mentre solo a Reggio Calabria «sono già 17 su 80». Eppure investire nella lotta alla mafia per lo Stato è conveniente. Basti pensare che tra il 2009 e il primo semestre del 2011 la Dia  ha sequestrato beni per 5,7 miliardi di euro e ne ha confiscati altri per 1,2 miliardi di euro. Cifre che rappresentano l’introito maggiore per il Fondo unico Giustizia.

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