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Parità dei cognomi, l’Italia condannata a Strasburgo

Per la Corte europea dei diritti umani le leggi italiane discriminano le donne non rispettando il principio di uguaglianza tra genitori. Il premier Letta plaude ai giudici europei

L’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo perché non rispetterebbe il principio di uguaglianza tra genitori, discriminando le donne. La sentenza diventerà definitiva tra tre mesi: lo Stato italiano potrà in questo periodo fare ricorso alla Grande chambre e se il giudizio sarà definitivo, la parola passerà al Parlamento che dovrà cambiare al più presto la legge interna e adeguarsi alle norme comunitarie.

Sembra quasi certo che non ci sarà opposizione, il premier Enrico Letta ha affidato a twitter la sua opinione: “La Corte di Strasburgo ha ragione. Adeguare in Italia le norme sul cognome dei nuovi nati è un obbligo”. I genitori dovrebbero sempre avere la libertà di dare ai figli il cognome che vogliono: paterno, materno, oppure entrambi. E’ urgente una riforma del diritto di famiglia per evitare che l'Italia resti indietro in materia di diritti rispetto agli altri Paesi occidentali. La parità di genere passa anche dalla scelta del cognome.

Questa rivoluzione giuridico-culturale è iniziata quando a una coppia milanese, Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, è stata rifiutata la richiesta di attribuzione del cognome materno. I due hanno fatto ricorso alla Corte dei diritti dell’Uomo e solo dopo 14 anni hanno avuto riconosciuto questo diritto. I coniugi non hanno chiesto risarcimenti né per il pregiudizio né per le spese legali, gli é bastato che fosse stata verificata la violazione.

La tradizione italiana voleva che al figlio/a primogenito venisse dato il nome del nonno/a, mentre al secondogenito/a quello della linea materna, per tutti gli altri figli piena libertà e fantasia nella scelta dei nomi. Nel tempo qualcosa è cambiato: gli anni ‘70 delle ribellioni hanno travolto i classici, Maria, Francesca, Antonio, Giuseppe, a favore di quelli più moderni, Valentina, Tiziana, Fabio, Marco. Poi, nel decennio successivo si è verificato una sorta di omaggio ai programmi televisivi di successo e una generazione va in giro – più o meno allegramente – chiamandosi Sue Ellen o Kevin, Jessica o Chris. Ai nostri giorni, l’importanza dei santi è stata sostituita da quella dei calciatori e delle veline.

Sul cognome però, nessun dubbio. Mai. Si tramandava quello paterno, del casato, della famiglia, del machismo. E’ la nostra storia. Il cognome è un segno di appartenenza e segna non solo la potestà sulla discendenza, ma anche il diritto a ereditare per legge beni e proprietà. Il Codice Civile italiano vieta l’ attribuzione del cognome materno ai figli, fatti salvi i casi previsti quali la maternità naturale senza il riconoscimento della prole da parte del padre. Il cognome del pater familias è considerato sacro. Le nostre leggi sono ancora fortemente di stampo patriarcale, nonostante le varie riforme del diritto di famiglia.

Per cambiare il proprio cognome o aggiungerne un altro si deve affrontare un lungo iter burocratico: se vi è l’autorizzazione governativa si può inoltrare apposita istanza al Prefetto della provincia in cui il richiedente ha la sua residenza. Il Prefetto assume le informazioni sulla domanda curandone l’istruttoria. La pratica di solito è accolta dopo un anno circa. Solo da qualche mese non esistono più i figli di serie A e di serie B, è scomparsa infatti la distinzione tra figli naturali e legittimi, oltre alla vergognosa dicitura di ‘NN’, cioè figli e figlie di nessuno, nemmeno della madre che li ha partoriti. Spesso in quel caso, con malevola ironia, ai nascituri veniva dato il cognome D’Ignoti.

Grazie alla sentenza europea e alla raccolta di firme che sta mobilitando in modo trasversale molti parlamentari, si spera venga presto ufficializzato un altro passo importante che renderà l'Italia un Paese più civile. Per oltre 30 anni movimenti e legislatori come Laura Cima dei Verdi, hanno presentato alla Camera proposte di legge che andavano verso questa direzione: speranze, dibattiti, polemiche, poi tutto rientrava, non si riusciva a sgretolare quel retaggio culturale e giuridico millenario, quel diritto restava chiuso nei cassetti del Parlamento. La legge del 2000, modificata nel 2012, che permetteva di aggiungere il cognome di mamma a quello di papà era sembrata una grande apertura. Ora, potrebbe essere ancora meglio con l’arrivo di una normativa adeguata all’evoluzione della società.

 

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