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Lo scandalo in divisa della malagiustizia italiana

A sinistra Federico Aldrovandi e a destra il corpo senza vita del povero ragazzo dopo essere stato pestato dai poliziotti

A sinistra Federico Aldrovandi e a destra il corpo senza vita del povero ragazzo dopo essere stato pestato dai poliziotti

I quattro poliziotti che la Cassazione aveva condannato per la morte del diciottenne Federico Aldrovandi, potranno a breve ritornare a vestire la divisa. La reazione della madre della vittima, Patrizia Moretti: "Io ho paura di quelle quattro persone, sono pericolose e non vedo come agenti che si sono macchiati di un crimine così grave possano tutelare i cittadini"

 

Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri. Quattro nomi che la famiglia di Federico Aldrovandi non dimenticherà mai. Quattro nomi di agenti della polizia di stato che sono stati condannati a giugno 2012 in Cassazione per omicidio colposo “per eccesso nell’uso della forza” a tre anni e sei mesi con la pena che si riduceva a sei mesi per l’applicazione dell’indulto. Quattro poliziotti che dopo aver scontato la pena, inclusa la sospensione dal servizio per sei mesi, potranno a breve ritornare a vestire la divisa, dopo averla tra l’altro vestita fino alla sentenza della Suprema Corte. “Mi domando come la Polizia possa tollerare che quattro agenti che hanno ucciso una persona senza alcun valido motivo possano rientrare in servizio – ha detto in onda su Radio Radio la mamma di Federico, Patrizia Moretti – Io ho paura di quelle quattro persone, sono pericolose e non vedo come agenti che si sono macchiati di un crimine così grave possano tutelare i cittadini”.

Già, come darle torto. Federico aveva 18 anni, nel 2005. Stava tornando a casa a Ferrara quando è stato fermato per un controllo di polizia che diventa un vero e proprio pestaggio. Alcuni manganelli sono rotti sul corpo del ragazzo che poi è immobilizzato, faccia a terra, con una manovra in cui si rischia il soffocamento. Federico morirà per arresto cardiaco. E da quel momento andrà in onda una pagina vergognosa della storia italiana in cui l’apparato di stato, questura, magistratura e anche certa stampa, cercheranno di coprire in ogni modo quanto accaduto. Per non parlare della delegittimazione della vittima, raccontato come un pericoloso tossico o delle intimidazioni ai giornali e ai testimoni del fatto. Tutto deve tacere, nessuno ne deve parlare. Sarà alla fine un’immigrata ad avere il coraggio di testimoniare e far venir fuori la verità. Nel mezzo, neanche una parola di scuse per una famiglia che ha perso un figlio senza un perché. 

Ora, anche la beffa di rivedere quei poliziotti vestire la divisa e ritornare a rappresentare lo Stato nelle strade. “Non intendo compiere generalizzazioni – ha puntualizzato la signora Moretti – non condanno tutta la giustizia italiana, che quantomeno ha riconosciuto la colpevolezza di chi ha ucciso mio figlio. Tuttavia faccio notare come sia stato difficile far emergere un minimo di verità. Basti pensare che il giudice che ha emesso la sentenza ha ammesso di aver comminato agli agenti soltanto 3 anni e mezzo di reclusione a causa degli insabbiamenti compiuti dalla Questura di Ferrara. Perciò, grazie a questa serie di espedienti i carnefici di mio figlio per la giustizia italiana possono godere della libertà: mi viene davvero difficile pronunciare la parola giustizia al termine di questa vicenda”. Secondo la mamma di Federico, “le forze dell'Ordine sono fin troppo coperte e spalleggiate. Perciò l'unica possibilità che ha una famiglia comune di far emergere la verità è trovare mezzi di informazione che siano disposte ad ascoltare senza pregiudizi l'andamento dei fatti. A tal proposito voglio ringraziare tutti coloro che mi hanno dato modo di raccontare come si è realmente sviluppata la vicenda della morte di mio figlio”.

D’altra parte, un fatto del genere rientra perfettamente nell’Italia che non ha ancora il reato di tortura (che avrebbe mandato in carcere i carnefici della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto a Genova per il G8 nel 2001), che non mette un numero di riconoscimento sui caschi della celere così da rendere riconoscibile ogni singolo operatore di pubblica sicurezza e che, negli ultimi dieci anni, come ho raccontato insieme alla collega Alessia Lai nel libro-inchiesta “Quando lo Stato uccide”, ha più di venti casi di morti ammazzati per mano delle forze dell’ordine. Resta l’amarezza nel pensare che quattro persone che hanno ucciso un ragazzo di 18 anni possano veramente tornare a fare i poliziotti. Come resta l’amarezza per una politica e un sistema che non si preoccupano di far diventare veramente trasparenti, senza più omissioni e coperture, le forze dell’ordine.

Così facendo, nulla cambia. Lo sanno bene le famiglie di Dino Budroni, Massimo Casalnuovo, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli e di tanti altri che ancora non hanno avuto giustizia. O che in molti casi non hanno neanche visto la celebrazione di un processo. Perché si sa, la divisa non si processa. Mai.

Twitter: @TDellaLonga

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