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La ‘ndrangheta, l’antimafia, il “Grande Sarto” e la macchina del fango

Rosy Canale

Rosy Canale

Cari lettori de La VOCE di New York, vi dico la mia sull'incubo giudiziario che mi è stato cucito addosso per aver creduto nel riscatto dei figli onesti della Calabria. Oggi che questo giornale veramente indipendente mi offre la possibilità di raccontare la mia storia e di esprimere il mio punto di vista, mi sento di urlare con tutta la forza e con tutta la fede che posseggo che non esiste ne è mai esistita, nessuna minicar, nessuna settimana bianca e nessun vestito

 

Ho interrotto la pubblicazione della mia rubrica su La Voce di New York a causa dell’inchiesta in cui sono stata coinvolta alla fine dello scorso anno. 

Ho scelto di ritornare a scrivere partendo proprio da li, dal 12 dicembre 2013. 

Per dire la mia.

Mi trovavo in tourneé a Cosenza impegnata nella mia testimonianza teatrale Malaluna ed alla fine delle spettacolo, mentre salutavo le persone intervenute, un uomo mi si avvicinò presentandosi come un carabiniere che era lì per proteggermi ed “a mia disposizione”. 

Non era mai capitato.

Malaluna

Il poster dello spettacolo teatrale Malaluna

Sapevo che la produzione provvedeva ad avvisare le forze di polizia prima del nostro arrivo in qualsiasi città, cosí mi sembrò tutto assolutamente normale. 

Gli stessi carabinieri mi scortarono al ristorante ed aspettarono fuori che finissi di cenare e ridere con le mie amiche di Cosenza e poi si scomodarono persino di accompagnarmi in hotel, a Corigliano, portandomi le valigie fino alla porta della mia camera. 

Non era un atto di gentilezza e me ne resi conto quando alle 4 del mattino lo stesso uomo bussò alla mia porta informandomi che ero in stato di arresto. 

Frastornata dal sonno, pensai subito ad uno scherzo e mentre io ridevo lui si alterò, consegnandomi una pila di carte: l’Ordinanza di Custodia Cautelare. 

Dopo una rapida lettura dei capi d’accusa formulati a mio carico, mi resi subito conto del possibile mandante: si trattava di pura fantascienza. 

Da Corigliano mi portarono alla caserma di Locri, in attesa che arrivassero da Roma le chiavi della casa dei miei genitori e durante il tragitto scambiai due chiacchiere con il Maresciallo dei CC che mi disse con fiera arroganza che era stato lui a condurre le indagini sul mio conto.

In un primo momento il suo atteggiamento nei miei confronti fu odioso e distaccato, come se pensasse di avere a che fare con un criminale: era partito in quarta con un atteggiamento un po’ da sceriffo, molto diffuso in Italia e maggiormente nel Meridione, in alcuni ambiti dei corpi di polizia giudiziaria.

Tuttavia, man mano che parlavamo, il suo tono ed i suoi modi si ammorbidivano, forse  perché iniziava a rendersi conto che di fronte a sé aveva una donna normale.

Gli domandai se durante le intercettazioni avesse mai compreso un mio stato di disagio che lo avesse in qualche modo portato a ritenere che io potessi essere minacciata o ricattata. Smise di parlare e divenne pensieroso e poco dopo mi rispose che se questo aspetto fosse sfuggito a lui o ai suoi integerrimi colleghi, se ne sarebbe dispiaciuto molto. L’errore non l’aveva contemplato. In Italia, i carabinieri non sbagliano mai. E non solamente loro. 

Gli chiesi : “Maresciallo lei ha figli? 

Mi rispose : “Sì un bambino”.

Ed io: “Se qualcuno le puntasse una pistola sul naso e le dicesse : 'so dove va a scuola tuo figlio', lei che farebbe???" 

E lui: “Mi farei giustizia da solo”. 

Il suo collega che guidava l’auto intervenne dicendo: “Perché tu puoi farti giustizia da solo…”. 

Un servitore dello stato che parla in questo modo e che come ai tempi del Far West si farebbe giustizia da solo. 

Ma come? 

Usando l’arma d’ordinanza o in qualche altro modo, magari costruendo capi d’accusa a carico di ignari cittadini, intercettati per decreto di un magistrato ? 

C’è da indignarsi, vero? 

La stessa indignazione che qualcuno ha provato nel leggere il mio “ME NE FOTTO” e quell’enorme mole di parole che inserite nell’indagine “INGANNO” non hanno nulla a che fare con i reati che mi sono stati costruiti addosso come vestiti disegnati dall’abile e sapiente mano del “Grande Sarto” . 

Purtroppo, in Italia, oltre Silvio Berlusconi e pochissimi altri, nessuno osa parlare male di una certa parte della magistratura. E com’è finita la sua storia è sotto gli occhi di tutti!

Gli altri, i cittadini comuni, sanno che è sconveniente assumere una posizione di contrasto nei confronti di un magistrato, ma anche solo di un semplice carabiniere, perché se tu mandi a quel paese un uomo in divisa, la legge lo tutela, mentre se lui con te fa lo sceriffo anche mentre per la legge sei ancora innocente, tu non puoi che subire e stare zitto. Altrimenti i guai aumentano. 

La verità è che la mia vicenda giudiziaria parte da una telefonata che ho ricevuto nel mese di  settembre del 2009 da Caterina Strangio, sorella di Maria, uccisa a San Luca nella cd, “Strage di Natale” del 2006.

Nella conversazione durata pochissimi minuti, dico a Caterina che è giusto che lei presenti la domanda alla Regione per le vittime di mafia, perché i suoi nipoti, i figli orfani di Maria, hanno diritto a quei fondi. Niente di più. 

Caterina Strangio aveva il telefono sotto controllo e dopo quel brevissimo scambio di parole “qualcuno” forse attivato dal “Grande Sarto” pensò bene di intercettare anche me in via del tutto preventiva ed il reato con cui all’epoca venne richiesta l’autorizzazione ad intercettarmi era il fatidico 416 bis! – Associazione a delinquere di stampo mafioso. 

Agghiacciante!!! 

Perché? La mia convinzione è che quelle parole, quella mia “difesa” nei confronti dei bambini di Maria Strangio non è piaciuta a “qualcuno”. Per tutti ma soprattutto per il “Grande Sarto” quelli sono e restano i figli del boss ed i figli di un boss non si aiutano, non si proteggono, non si difendono. Hanno soldi e protezione. A “qualcuno” non è piaciuto che io mi spendessi per San Luca: radix cuncti mali.  

La mia testimonianza civile, lo spettacolo teatrale da poche settimane in scena, in cui parlavo al cuore della gente di una Calabria e di un San Luca diversi da quelli che ogni giorno appaiono nelle cronache giudiziarie, credo sia stata la goccia che abbia fatto traboccare il vaso ed abbia segnato l’inizio della mia fine.

Fu così che quel mucchio di parole intercettate 4 anni prima e che da allora giacevano in fondo a qualche polveroso cassetto, sono state tirate fuori, riassunte ed estrapolate dal contesto, argutamente composte ed organizzate in modo tale da potermi fermare.

La mia colpa? Ho difeso l’indifendibile, ho restituito speranza e dato voce a chi non ne aveva e non voleva arrendersi ad un destino segnato e preconfezionato da altri. 

San Luca e la Calabria non sono solo ‘ndrangheta, ma tanto, tanto altro.

Ma far credere al mondo intero che San Luca e la Calabria sono affette da un male incurabile che si chiama ‘ndrangheta è molto più conveniente per “qualcuno”. 

Cambiare le cose? Impossibile per i comuni mortali. 

Se prima nutrivo alcuni dubbi che ancora non mi impedivano nel continuare a credere ed a portare avanti il mio impegno civile, oggi ne ho la certezza.

La Calabria, a molti, a troppi, serve cosi com’è: terra di malavita e di briganti. 

San Luca non deve cambiare, è necessario che resti così com’è, perché se domani mattina arrivasse l’angelo di Dio e trasformasse la mia terra in un paradiso terrestre molta gente sparirebbe nel nulla. 

La ‘ndrangheta genera grandi profitti ma provoca grandi sofferenze ai calabresi onesti che sono la stragrande maggioranza del popolo. Una maggioranza silenziosa e terrorizzata e non solo dalla ‘ndrangheta.

Ma anche l’intero indotto che ruota intorno al contrasto della ‘ndrangheta non scherza in termini di profitto: missioni, indennità, trasferte, milioni di euro spesi ogni anno per le intercettazioni, carriere costruite sul mito del contrasto alla malavita organizzata. 

E’ innegabile che la ‘ndrangheta rappresenti un gravissimo problema e per contrastare il fenomeno sono state condotte indagini importanti, ma alle maxi operazioni devono seguire progetti di rinnovamento culturale, di costruzione di una nuova identità fondata sui valori della non violenza e della legalità. Istruzione, formazione, lavoro e dignità per la mia gente. Chimere! Utopie!

Crea la fame e mantieni il popolo nella disperazione e chiunque potenzialmente potrà diventare un criminale.

Ecco cosa accade in Calabria. 

La fame e la disperazione rappresentano l’humus in cui la ‘ndrangheta cresce e si rafforza.

E la fame e la disperazione, in Calabria, sono lo status quo.

Il grande Giovanni Falcone, distante anni luce dai magistrati salottieri e dai supereroi di oggi, sosteneva che “la mafia vince quando non si cambia lo status quo”. 

Ecco a San Luca come nel resto della Calabria la ‘ndrangheta continua a vincere, a proliferare perché non c’è alcun interesse affinché le cose cambino, anzi, sembrerebbe quasi che l’unico interesse sia quello di screditare e spegnere anche quelle poche iniziative portate avanti con coraggio e passione. 

Questo non accade solo in Calabria ma un po’ in tutt’Italia, nazione che ogni giorno perde sempre più i suoi connotati di paese civile e democratico e sempre con più frequenza, accade che si mette in moto la macchina del fango, che scredita e cancella persone ed esperienze. 

Ma a volte non si tiene conto del fatto che il fango sporca anche chi lo produce. 

Il Movimento Donne di San Luca d’incanto diviene un’associazione fittizia finalizzata a “fottere” i soldi pubblici, ed io un'“avida” che con raggiri ed artifizi e forse anche con l’aiuto di un piffero magico, ammalio la gente, i politici e gli amministratori per farmi finanziare dei progetti per poi, invece, spendere questi soldi a titolo personale. 

Sono 4 i capi d’accusa a mio carico contenuti nell’ordinanza, due i reati contestati: truffa e malversazione.

Si fa riferimento esplicito ad una minicar acquistata per mia figlia, ad una settimana bianca, a vestiti acquistati per me stessa con i soldi dell’associazione. 

L’ordinanza parla chiaro, è tutto scritto nero su bianco. 

Vengo accusata di malversazione per aver utilizzato l’autovettura intestata all’associazione di cui ero presidente e legale rappresentante. 

Secondo l’accusa, avrei malversato 5.000 euro, per aver rimborsato alcune socie che avevano anticipato delle piccole somme per l’allestimento di un laboratorio e per lavori regolarmente eseguiti e fatturati. 

Infine mi accusano di aver malversato dei fondi provenienti dalla Prefettura, somme che non sono mai arrivate nelle casse del Movimento Donne in quanto l’Ufficio Territoriale del Governo, com’è a tutti ben noto ( o almeno dovrebbe esserlo), non finanzia le associazioni: ma i carabinieri ed i magistrati inquirenti sembra che non lo sapessero. 

Che dire… due sono le possibilità: 

1) che dietro questa triste vicenda ci sia una regia occulta, sapientemente e anche un po’ sfacciatamente, condotta da qualche supereroe frustrato, 

2) che siamo in mano a degli incompetenti, ipotesi che giustificherebbe la superficialità e l’approssimazione con cui sono state formulate le accuse senza avere in mano nessun documento che possa sorreggerle in maniera oggettiva. 

Se ci fosse stata veramente l’esigenza di indagare su dei presunti reati, sarebbe bastato, a suo tempo, un sequestro preventivo dei libri contabili del Movimento Donne, tra l’altro mai avvenuto. 

Bastava richiedere in Prefettura gli atti dei progetti relativi al Movimento Donne per verificare la totale impossibilità della malversazione, visto che i fondi sono stati veicolati esclusivamente attraverso il comune di San Luca, come dimostrano i documenti che ho personalmente prodotto anche al Tribunale della Libertà che ha revocato il provvedimento restrittivo.  

Rosy a Ny

Rosy a New York

Oggi che La VOCE di New York, giornale americano in lingua italiana, per questo libero e veramente indipendente,  mi offre la possibilità di raccontare la mia storia e di esprimere il mio punto di vista mi sento di urlare con tutta la forza e con tutta la fede che posseggo che non esiste né è mai esistita, nessuna minicar, nessuna settimana bianca e nessun vestito. Che ho creduto nel Movimento Donne di San Luca con ogni atomo della mia materia e mi sono adoperata con tutta la forza e con tutto il mio cuore affinché quell’esperienza non si spegnesse. 

Queste accuse infamanti e lo dico con certezza, sono solo il capriccio di “qualcuno”, di qualche improbabile onnipotente che ha deciso di cancellarmi dal mondo dell’antimafia italiana, forse perché stavo riuscendo a raccogliere più consenso nel sostenere l’umanità del popolo calabrese anziché trattare tutti i calabresi come ‘ndranghetisti senza alcuna possibilità di cambiare. 

Questi signori, questi professionisti dell’antimafia, per usare il termine coniato dal grande e indimenticato Sciascia, che si sentono e si atteggiano come dei supereroi nella città di Gotham, sono coloro che ogni giorno eliminano la gente senza sporcarsi le mani di sangue. 

Sono degli assassini morali che non pagheranno mai il conto a nessuno, nemmeno alla loro coscienza qualora ne avessero una. 

Sono quelli che spengono i sogni, le visioni, e persino la voglia di vivere di chi spera e crede in un futuro diverso. 

Non si possono trattare le persone come figurine nemmeno in nome del bene supremo. 

Io chiedo, pretendo e rivendico il diritto di vedere e di conoscere quali sono i documenti, i gravi indizi che hanno portato al mio arresto. 

Voglio vedere le ricevute dei bonifici o gli assegni con cui avrei pagato la fantomatica minicar.

Voglio vedere i certificati di proprietà di questa minicar fantasma che è esistita esclusivamente nelle mie parole, questo sì. Mia figlia chiedeva un motorino per rendersi indipendente, ma io per paura che fosse coinvolta in un incidente cercavo di prendere tempo valutando l’ipotesi una mini car. Ma non avevo idea che quei mezzi avessero dei costi tanto proibitivi. Queste in ogni caso erano dinamiche interne alla mia famiglia che non avevano nulla a che vedere con il Movimento delle donne: faccende private che sono state rese pubbliche con una violenza inaudita, e riferite forzatamente all’associazione che presiedevo.

Mia figlia, all’epoca dei fatti era minorenne ed in questa vicenda è stata coinvolta in modo gratuito e crudele ma nonostante ciò che è stato scritto non ha mai posseduto nessun titolo di guida: nessuno, nessuna minicar, nessuna e nessuna borsa di marca. 

Non credo che una minicar possa sparire nel nulla… 

E poi, voglio vedere le prenotazioni alberghiere, le improbabili fotografie, gli incroci delle celle telefoniche del mio cellulare, gli eventuali testimoni, qualunque cosa che provi che negli ultimi 20 anni io e mia figlia ci siamo mai recate in una località di montagna. In Italia o nel mondo.

Io voglio vederli. Ne ho il diritto. 

E semmai verranno rintracciate delle prove che dimostreranno la validità di queste accuse sono pronta a togliermi la vita. 

Io farò consegnare la mia testa, quella vera che gronda di sangue vero, al “Grande Sarto”, affinché l’abbia sulla sua scrivania come un trofeo e più di quanto non l’abbia già avuta. 

Ma queste carte non esistono, ne potranno mai esistere ed il “Grande Sarto” lo sa bene. 

Ma la convinzione che mi sconcerta ulteriormente è che a nessuno interessa che io venga condannata.

L’importante era arrestarmi con grande clamore, tirare fuori le intercettazioni in cui dico le parolacce, creare il mostro, punirmi con una imponente lapidazione mediatica, smontare pezzo per pezzo ciò che ero riuscita a costruire con fatica ed a rischio della mia incolumità e di quella della mia famiglia, distruggere la mia credibilità.

Tutto ciò, solo per fermare la mia tournée teatrale in difesa della parte buona della mia terra iniziata solo da 3 mesi.

Un spettacolo ritenuto troppo scomodo per continuare, dove si raccontava la vera storia di un popolo onesto e martoriato, bastonato dallo Stato e dall’Antistato.

Un popolo ed una terra a cui si vuole negare un futuro.

Altrimenti perché il “Grande Sarto” ed i suoi amici hanno tenuto l’indagine per 4 anni in un cassetto?

Perché se vi era la dimostrazione delle mie “ruberie” già nel 2009 si è atteso sino a dicembre del 2013 per fare scattare l’operazione “Inganno”?

Perché per i reati ordinari che mi sono stati addebitati, si è scomodata addirittura la Direzione Distrettuale Antimafia? 

Perché l’Ufficio di Procura ha richiesto addirittura la custodia cautelare in carcere che solo il parziale equilibrio del GIP ha attenuato con quella ai domiciliari e la professionalità del mio avvocato difensore è riuscita a risolvere in appena 19 giorni con una ordinanza di revoca pronunciata da un collegio composto dai 3 giudici del Tribunale della Libertà?   

Spero di vivere abbastanza per ricevere queste risposte.       

Il mio spettacolo terminava con una domanda che ponevo al pubblico come spunto di riflessione ed oggi indirizzo ai lettori de La VOCE di New York: 

"Mi chiedo: allo Stato Italia importa qualcosa dei bambini di San Luca?" 

Oggi ho ricevuto la risposta che rappresenta per me una dolorosa certezza: 

No, non gliene importa nulla!

 

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