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Lo scandalo dei miliardi di euro sequestrati alle mafie inutilizzati o peggio…

Il prefetto Giuseppe Caruso

Il prefetto Giuseppe Caruso

I patrimoni sottratti alla criminalià organizzata rappresentano un tesoro che vale quanto una Finanziaria: più di 11.000 immobili e 1.700 aziende dislocati per l’80 per cento tra Sicilia, Calabria, Puglia e Campania. La gran parte resta inutilizzato, il resto sembra che sia servito solo agli amici degli amici

 

Era uno dei tabù dell’antimafia: mai parlare male degli amministratori giudiziari dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Anzi, mai parlare e basta. Ci sono commercialisti, periti, avvocati, eminenti consulenti che lavorano per noi e che cercano di affermare l’economia del bene – lo Stato! – sull’economia del male – la mafia! – e pazienza se 9 aziende confiscate alla mafia su 10 falliscono, se ci sono immobili che vengono inghiottiti dalla burocrazia, se molte cose non quadrano. Voi non capite, ci spiegava la dottrina dell’antimafia.

E però, chi vive in periferia, e in periferia le cose osserva, sul campo, qualcosa l’aveva notato (e per carità, anche scritto, inascoltato): perchè gli amministratori sono sempre gli stessi? Perchè vengono nominati curatori fallimentari per aziende sane anzichè manager con quattro idee di marketing in testa? Perchè aziende confiscate alla mafia che sulla carta sono in crisi assumono e danno consulenze a persone che poi scopri essere nei salotti di magistrati  e dirigenti della pubblica amministrazione che quei beni gestiscono? Perchè, se la legge prevede che entro 180 giorni i beni vanno venduti,  alcuni sono “sequestrati” da anni? Perchè, se la legge prevede che dopo tot mesi gli amministratori vadano cambiati, rimangono sempre gli stessi?

E più su: a cosa serve davvero l’Agenzia Nazionale dei beni confiscati, se conta su una sede irraggiungibile, a Reggio Calabria, su pochissimi mezzi, e ha poteri vuoti?

Adesso qualcosa sta cambiando. Nel muro dell’omertà che copriva l’operato di pessimi amministratori giudiziari di beni sotto sequestro si è aperta più di una crepa. La vicenda interessa diverse procure e la commissione nazionale antimafia. Finalmente si è aperto un dibattito. E pare essere velenoso e serio.

Innanzi tutto la settimana scorsa c’è stata un’audizione in commissione antimafia del Prefetto Giuseppe Caruso, presidente dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati. La tensione è stata alta. Caruso è arrivato a questa convocazione per una sua intervista molto dura sulla gestione dei beni confiscati. Rosy Bindi, presidente della commissione è stata chiara: «Al termine di quest‘audizione – dice Bindi – quel che emerge è che l‘Agenzia dovrà subire interventi».

Non è la prima volta che Caruso – il quale denuncia carenze e incongruenze dell'Agenzia sin da quando è stato nominato direttore nel giugno del 2011 – viene ascoltato dall'Antimafia. Il primo confronto dello scorso gennaio fu molto teso. Rosy Bindi ha rilevato e lamentato ritardi e inefficienze. La commissione Antimafia ha chiesto a Caruso di fornire l'elenco delle nomine di tutti gli amministratori giudiziari e dei coadiutori, i loro compensi e una mappa dei beni di cui sono responsabili.

La cosa clamorosa è che in realtà Caruso non ha rilasciato alcuna intervista. Semplicemente, i suoi virgolettati apparsi su La Repubblica in questi ultimi giorni sono dichiarazioni sue degli ultimi mesi, già note. Solo che la politica non si era mai interessata. Compresa la circostanza che nelle casse di Equitalia giace bloccato un tesoretto da 2 miliardi – metà contanti, metà titoli – sottratto alle mafie, che costituisce il Fug, Fondo unico giustizia. Ma il nodo centrale dell'audizione ha riguardato le nomine, come amministratori giudiziari, di persone vicine a uomini politici..

Il caso che fa più riflettere noi cittadini è quello dei 2 miliardi di euro inutilizzati. «Mi risulta che nel Fondo unitario per la giustizia ci sia un miliardo di euro in contanti ed un altro miliardo in titoli ed assicurazioni», dice il prefetto Giuseppe Caruso. «Come mai non vengono assegnati al ministero dell’Interno che ha difficoltà persino a pagare la benzina per le volanti o per chi cerca i latitanti? Avevo proposto che i fondi fossero utilizzati per la fiscalità di vantaggio per le aziende confiscate che ogni giorno rischiano di chiudere ma non ho mai avuto risposte». I patrimoni patrimoni sottratti alle mafie rappresentano un tesoro che vale quanto una Finanziaria, difficile da quantificare esattamente ma di sicuro oltre 30 miliardi di euro: più di 11.000 immobili e 1.700 aziende dislocati per l’80 per cento tra Sicilia, Calabria, Puglia e Campania.

Un patrimonio che continua, per l’85 per cento, a rimanere inutilizzato, per colpa della politica, della burocrazia, e di qualcuno che ha interesse a guadagnare su questo stallo. «I beni confiscati dovrebbero essere riutilizzati a fini sociali ed essere restituiti alla collettività e invece, in troppi casi, e per troppi anni, sono stati considerati “beni privati” da alcuni amministratori giudiziari che li hanno considerati come fortune sulle quali garantirsi un vitalizio», accusa Caruso.

I casi che non vanno sono tanti: parcelle d’oro, amministratori giudiziari che sono anche presidenti dei consigli di amministrazione delle aziende confiscate, patrimoni gestiti per decenni dalle stesse persone senza che il bene o le società vengano assegnati o liquidati. Racconta Caruso che uno di questi noti amministratori giudiziari, Gaetano Cappellano Seminara, che ha gestito la più grande fetta dei patrimoni confiscati in Sicilia, ha presentato una parcella da sette milioni di euro e contemporaneamente prendeva 150.000 euro all’anno come presidente del consiglio di amministrazione della stessa azienda. Controllore e controllato allo stesso tempo e con duplice compenso. Basta?».

Replica l’amministratore giudiziario Cappellano: «Il prefetto Caruso ha delegittimato l’operato di amministratori giudiziari e dei giudici del tribunale di Palermo che hanno vigilato durante questi 20 anni sul nostro operato approvandone i rendiconti e liquidandoci i compensi».

Negli ultimi mesi Caruso ha sostituito  alcuni dei più noti amministratori giudiziari nominati dalle sezioni “Misure di prevenzione” dei tribunali per gestire gli enormi patrimoni sottratti ai boss di Cosa Nostra e ai loro prestanomi. Cambio alla guida dell’impero immobiliare miliardario già dei costruttori Piazza e Sansone (uomini di fiducia dei Graviano e di Riina), al patrimonio dell’ingegnere Michele Aiello (braccio economico di Provenzano), alla testa dei supermercati del “re della grande distribuzione” Giuseppe Grigoli, fiduciario del superlatitante Matteo Messina Denaro.

La reazione alla mossa di Caruso non è mancata.  E’ così alcuni giorni fa a diversi giornali è stato recapitato un esposto anonimo nel quale si sottolineerebbe come alcuni dei professionisti da poco nominati da Caruso sarebbero vicini ad alcuni uomini politici, dunque nomine dettate non da una sorta di “spending review” dei costi delle amministrazioni giudiziarie ma da condizionamenti politici da parte del prefetto.

A risolvere molta parte dei problemi dovrebbe contribuire l’albo degli amministratori giudiziari, entrato in vigore da qualche giorno, dopo quattro anni di attesa (mancava il decreto attuativo). Per la prima volta si stabilisce che possono diventare manager di beni confiscati anche professionisti diversi dai commercialisti o dagli avvocati. Apriti cielo, la polemica è di nuovo servita.

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