Cerca

Primo PianoPrimo Piano

La trattativa tra Stato e mafia c’è stata. Chi ha avuto ha avuto, ma chi darà ancora?

Il magistrato Nino Di Matteo e l'ex ministro degli Interni Nicola Mancino

Il magistrato Nino Di Matteo e l'ex ministro degli Interni Nicola Mancino

Il processo di Palermo visto attraverso l'analisi del recente libro dello storico Salvatore Lupo e del giurista Giovanni Fiandaca. Finalmente si comincia ad arrivare ad alcune verità perché il potere, in Italia, non riesce a controllare più l’informazione. E questo fa tremare i protagonisti dell’ultima stagione stragista italiana 

 

Succedono cose incredibili, oggi, in Italia. E di queste cose incredibili – come spesso è accaduto nel Belpaese dal 1860 ad oggi – il baricentro è, ancora una volta, la Sicilia. Di scena è il processo sulla trattativa tra Stato e mafia in corso a Palermo, città che rimane una delle capitali della mafia mondiale. Un processo del quale si parla poco e male. Perché – di fatto – come ora cercheremo di raccontare, c’è uno Stato, quello italiano, che dovrebbe processare e giudicare se stesso: cosa che si rifiuta assolutamente di fare.

“Un giorno un giudice come me giudicò chi gli aveva dettato la legge – cantava Fabrizio De Andrè in ‘Storia di un impiegato’ -. Prima cambiarono il giudice e, subito dopo, la legge…”. Nel caso del processo sulla trattativa tra Stato e mafia, sono solo riusciti a mettere da parte Antonio Ingroia, mentre l’altro pubblico ministero che ha lavorato a questa delicata inchiesta, Nino Di Matteo, è ancora sulle barricate, a reggere, in solitudine, l’accusa contro uno Stato che già negli anni Sessanta del secolo passato il parlamentare nazionale socialista Simone Gatto, componente della prima Commissione nazionale antimafia definiva “Stato brigante”.

Non piace, ai potenti d’Italia, questo processo. Perché questi fatti che si snodano dal 1992 in poi, toccano oggi personaggi che sono ancora in auge. Poniamo ai lettori americani solo una domanda: cosa sarebbe successo se, dalle vostre parti, un ex Ministro avesse chiamato al telefono la Casa Bianca e, parlando con uno degli uomini più vicini al Presidente degli Stati Uniti d’America, gli avesse detto: attenzione, perché se in questa brutta storia tirano dentro me…

Da voi sarebbe scoppiato un putiferio. In Italia, invece, non succede nulla. Le cronache raccontano di telefonate incandescenti tra l’ex Ministro della Repubblica, Nicola Mancino, e un collaboratore del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ovvero con un capo dello Stato oggi ancora in carica.

Attenzione: stiamo parlando di uno Stato, quello italiano, che nel 1992, dopo l’omicidio dell’eurodeputato della DC, Salvo Lima, terrorizzato dalla strategia decisa dal vertice della mafia siciliana, all’epoca capeggiata da Totò Riina, decide di avviare una trattativa – o una ‘rinegoziazione’ – con la mafia.

Su questo punto torneremo più avanti. Perché oggi la notizia, chiamiamola così, è la pubblicazione di un libro scritto a quattro mani da uno storico, Salvatore Lupo, e da un giurista, Giovanni Fiandaca. Il volume s’intitola: La mafia non ha vinto-Il labirinto della trattativa (pagg. 154, euro 12,00), edizioni Laterza. La tesi di questo libro è che il processo sulla trattativa tra Stato e mafia in corso a Palermo non sta in piedi.

Per gli autori del libro, il processo sulla trattativa tra Stato e mafia è sbagliato sul piano giuridico e anche per la visione storico-politica che illustra. Ricordiamo che questo processo vede imputati – con l’accusa di essere autori e complici del ricatto mafioso – boss di Cosa nostra come il già citato Riina, Brusca e Bagarella, quindi gli ex alti ufficiali dei Carabinieri, generali Mario Mori e Antonio Subranni, e politici come l’ex Ministro Calogero Mannino, Marcello Dell’Utri e l’ex Ministro Nicola Mancino (quest’ultimo è imputato di falsa testimonianza). Non sarà facile, anche perché è un processo ‘pesante’. Che mette in discussione il ruolo della politica e di altre istituzioni di quegli anni. Un processo che al giurista Fiandaca non va proprio giù. Tanto da accusare gli inquirenti della Procura della Repubblica di Palermo di “pregiudiziale atteggiamento criminalizzatore” ispirato da “una sorta di avversione morale” verso “ipotesi trattattivistiche” che sono prerogativa del potere esecutivo, senza necessità di un previo assenso dell’autorità giudiziaria (frasi che noi citiamo prendendole dal sito d’informazione Blitz quotidiano).

Il giurista ammette che “interessi tutt’altro che nobili e aspetti di forte ambiguità hanno contribuito a rendere poco chiaro e poco trasparente lo scenario di allora”. Ma per Fiandaca resta la domanda di fondo: “Ciò è sufficiente per escludere la possibile liceità di concessioni a Cosa nostra, trasformando negoziatori istituzionali operanti a fin di bene in una banda di delinquenti in combutta con la mafia?”.

La risposta del giurista è no. Anche perché – precisa Fiandaca – ammesso che la mancata proroga di oltre 300 decreti di carcere duro per altrettanti detenuti “di non primaria grandezza” fosse una concessione a Cosa nostra per evitare nuove stragi fu comunque un atto “di discrezionalità politica” dell’allora Guardasigilli Giovanni Conso, “insindacabile penalmente”.

Ed è insindacabile – aggiunge il giurista – sia che il ministro l’abbia assunta “in piena solitudine”, come afferma, sia che abbia aderito a mirati suggerimenti, come ipotizza l’accusa: “La decisione – rimarca Fiandaca – rimane giuridicamente legittima in entrambi i casi. Altra cosa sono le valutazioni politiche o di opportunità”.

Secondo lo storico Lupo, il ministro della Giustizia aveva pieno diritto di concedere quelle “aperture” senza venire meno ai propri doveri, e “agì comunque nell’ambito delle sue competenze, scegliendo tra due alternative per cui militavano buoni argomenti”.

Lo storico ammette che “la trattativa c’è stata, solo che purtroppo (per i boss, ndr) qualcuno si è rimangiato la parola”. Secondo Lupo, il piano storico-politico non va confuso con quello etico, né tantomeno con quello giudiziario.

Nella tesi dei due autori c’è un passaggio che ci lascia molto perplessi. I professori Lupo e Fiandaca – che sono entrambi docenti universitari – sostengono che, alla fine, questo processo non si sarebbe dovuto celebrare per il semplice motivo che lo Stato italiano ha vinto e la mafia ha perso. E questo, a loro dire, proverebbe che certi comportamenti di politici e alti ufficiali delle forze dell’ordine di vent’anni fa avevano buone ragioni: non “di Stato”, ma di salvaguardia delle “persone in carne ed ossa”.

Che dire? Fatti salvi i professori Lupo e Fiandaca – studiosi di grande polso, ognuno nel proprio campo – a noi non questo libro, ma l’atmosfera che si sta creando attorno a questo processo suona in modo strano: è come se, nelle prossime udienze, dovessero emergere fatti non ancora noti e molto gravi.

Ci permettiamo di ricordare che ci sono intercettazioni telefoniche che riguardano collaboratori del Presidente della Repubblica, ma anche intercettazioni che riguardano lo stesso Napolitano. E c’è, soprattutto, la sostanza di una storia ancora tutta da scrivere. Anche dal libro di Lupo e Fiandaca un fatto emerge con chiarezza: la trattativa – o la ‘rinegoziazione’ di ‘Patti’ tra Stato e mafia – c’è stata. Su questo non ci piove.

Noi, oggi, ci dobbiamo chiedere non tanto e non soltanto se questa trattativa è stata lecita o illecita, ma – per esempio – quando finisce, ammesso che sia finita.

Il coinvolgimento, in questa storia, di personaggi ancora in vita – anche se magari ormai fuori dalla politica (emblematico il caso del già citato ex Ministro Mancino e di un altro ex Ministro, Claudio Martelli, che sembra dire cose diverse da quelle che dice Mancino) – rende questo processo ‘indigesto’ a tanti.

L’Italia non è un Paese abituato a fare luce sui propri misfatti. “L’Italia – ricordava Leonardo Sciascia – è un Paese senza verità”. E tale è rimasto anche nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Eravamo in tanti, in Italia, nel 1996, quando Napolitano – attuale capo dello Stato – appena nominato Ministro degli Interni, ad aspettarci l’apertura degli archivi sulla strage di Portella della Ginestra. Invece quegli archivi sono rimasti chiusi. E lo sono ancora. Questo è un fatto. Può non essere piacevole per alcuni personaggi ricordare questo passaggio della vita politica italiana. Ma il fatto rimane tale e quale.

L’Italia è un Paese “senza verità”: un Paese di stragi e di stragisti. Si comincia con Portella della Ginestra, il Primo maggio del 1947. E si prosegue con le altre stragi di Stato, dalla “Strategia della tensione” negli anni ’60, ’70, fino a lambire gli anni ‘’80, fino alle stragi del 1992-1993.

A capire chi metteva le bombe negli anni ’60 e ’70 ci abbiamo rinunciato. Ma è piuttosto chiaro perché si mettevano, allora, le bombe. Lo lascia intendere nei “Tacquini” il leader socialista, Pietro Nenni, là dove descrive l’azione del mondo della conservazione dell’Italia di quegli anni tesa a bloccare il riformismo dei Socialisti andati al Governo.

Noi del centrosinistra degli anni ’60 e ’70 ricordiamo la nazionalizzazione dell’energia elettrica – con la nascita dell’Enel – nei primi anni ’60, e lo Statuto dei lavoratori nel 1970. Ma dimentichiamo, ad esempio, i tentativi – falliti – di ridurre lo strapotere del capitalismo italiano, fatto per lo più da speculatori che hanno anche utilizzato i giornali, sostituendosi agli editori puri, per controllare e disinformare l’opinione pubblica. Questa e tante altre battaglie sociali ed economiche dei Socialisti italiani di quegli anni sono state bloccate da un’informazione spesso distorta e dalle stragi di Stato.

Le stragi, in Italia – da Portella fino alla stagione delle bombe del 1992-1993 – sono state tutte stragi per il centrismo: sono servite a intimorire l’elettorato italiano di sinistra – soprattutto quello che dal centro si spostava a sinistra – e a far recuperare voti al centro. E’ stato così negli anni ’60 e ’70. Ed è stato così anche alle elezioni politiche del 1994, forse perché il Pds di Achille Occhetto sembrava ammiccare più all’Internazionale socialista che ai poteri forti, che pure avevano invitato lo stesso Occhetto su una nave insieme a tanti ‘potenti’ di allora per parlare di privatizzazioni.

Oggi non ci sono più navi. E nemmeno bombe. La rete ha rivoluzionato tutto. E’ diventato difficile, se non impossibile, manipolare le informazioni. Così non resta che trasformare la sinistra in centro. Quello che è stato fatto con il PD di Matteo Renzi.

Sono proprio i risvolti di questo scenario politico che, forse, fanno paura ai protagonisti di una vicenda che i poteri forti italiani avrebbero voluto dimenticare. Ma che la Procura della Repubblica di Palermo ha riportato sotto le luci della ribalta. Oggi – con l’avvento dell’informazione on line – il potere, in Italia, non controlla più l’informazione. E questo, con molta probabilità, fa tremare i protagonisti ancora in vita dell’ultima stagione stragista italiana.

Per la prima volta la tesi di Sciascia sull’Italia “senza verità” potrebbe essere smentita. Da qui la mobilitazione generale. Assoldando tutti: consapevoli e inconsapevoli. Ma c’è una talpa che da quando si è aperto questo benedetto processo sulla trattativa tra Stato e mafia – o sulla ‘rinegoziazione’ di chissà che cosa – che per la prima volta scava in una stagione stragista della quale potrebbero anche venire fuori se non tutte, magari alcune verità.  

 

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter