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I beni confiscati nell’isola del Gattopardo

Raccontiamo ai nostri lettori storie in bilico tra affarismo e follia. Storie di mafia che, generalmente, non finiscono sui giornali nazionali. Questo è il grande business dei beni immobili confiscati a Cosa Nostra

Nella terra di Pirandello può succedere di tutto: anche che la lotta alla mafia diventi, da un lato, un mezzo per fare arricchire uno ristretto numero di professionisti e, dall’altro, un modo per creare nuova disoccupazione. Sono storie incredibili, quelle che succedono nell’Isola del Gattopardo. Vicende che, solo marginalmente, finiscono sui giornali nazionali. 

Proviamo a raccontare ai nostri lettori americani queste storie in bilico tra affarismo e follia. 

Cominciamo con una premessa. Quando le autorità italiane arrestano un imprenditore per rapporti con la mafia, i suoi beni – beni immobili e anche aziende – vengono sequestrati. Nella fase di sequestro i beni restano di proprietà dell’imprenditore, anche se vengono amministrati da un soggetto incaricato dall’amministrazione della Giustizia. Se poi, di solito dopo il processo, si accerta che l’imprenditore è mafioso o prestanome di mafiosi o, ancora, colluso con la mafia, i beni vengono confiscati e diventano patrimonio dello Stato. 

A questo punto cominciano i problemi. I beni immobili confiscati alla mafia  – terreni, abitazioni capannoni, eccetera – o vengono assegnati ai Comuni, o ad amministratori giudiziari. Qui inizia il grande business. 

A Palermo, ad esempio, ci sono professionisti – che si contano sulla punta delle dita – che hanno fatto di quest’attività una vera e propria professione. Trattandosi della gestione di beni immobili, alla fine, si tratta solo di gestire gli affitti. E di organizzare lavori di manutenzione. Questi professionisti si arricchiscono, perché le parcelle che prendono ogni anno sono proporzionali al volume di affari che gestiscono, cioè al volume di affitti che passa dalle loro mani. E siccome alcuni di questi professionisti gestiscono decine e decine di beni immobili – in pratica, centinaia di appartamenti, ma anche terreni e altro ancora – guadagnano cifre a sei  zeri (con l’euro: se si parlasse di vecchia lira sarebbero cifre a nove zeri!). 

Con loro si arricchiscono anche i professionisti che si occupano della manutenzione. 

Tutto questo, si badi, viene fatto senza alcuna evidenza pubblica. Sono alcuni magistrati che decidono a chi affidare la gestione di questi beni immobili confiscati ai mafiosi. E sono gli amministratori giudiziari che decidono a chi affidare i lavori di manutenzione dei beni confiscati. Una pacchia per gli uni e per gli altri.    

Questo modo di gestire i beni immobili, facendo arricchire un ristretto numero di personaggi è noto da tempo. Ne sono a conoscenza, da sempre, i parlamentari e i componenti di tutte le Commissioni parlamentari Antimafia che si sono susseguite negli ultimi vent’anni. Compresi quelli che in questi giorni sono venuti in Sicilia facendo finta di non sapere come vanno le cose. Farisei a ventiquattro carati!

Solo in queste settimane, infatti, il problema è oggetto di dibattito politico perché, di recente, i vertici dell’Agenzia per i beni confiscati alla mafia si sono scontrati con alcuni magistrati. Pomo della discordia: neanche a dirlo, la gestione dei beni confiscati alla mafia. I magistrati avrebbero voluto gestire l’assegnazione di questi beni. Il direttore dell’Agenzia nazionale, il Prefetto Giuseppe Caruso, ha risposto per le rime: “Decidiamo noi a chi affidare i beni confiscati”. 

I beni immobili, a rigor di logica, non dovrebbero essere affidati a singoli professionisti, ma dovrebbero essere ceduti ai Comuni. Poi gli stessi Comuni dovrebbero cederli gratuitamente ai soggetti che operano all’insegna nella legalità e dell’interesse pubblico: per esempio, le associazioni antiracket, antimafia e via continuando. Cosa, questa, che avviene solo in parte. Perché in Sicilia, come già accennato, una parte consistente dei beni confiscati alla mafia è gestita da un ristretto numero di professionisti. Mentre i beni che vengono ceduti ai Comuni solo in parte vengono poi assegnarti alle associazioni che ne fanno richiesta. E sempre con tempi piuttosto lunghi. 

Adesso vi raccontiamo una storia incredibile che succedeva qualche anno fa (non sappiamo, in verità, se succede ancora: tutto è possibile in Sicilia). 

Qualche anno fa, a Palermo, succedeva che beni immobili adibiti a uffici e persino scuole, che erano stati confiscati ai mafiosi, erano stati affidati ai soli amministratori giudiziari. Questi ultimi li avevano affittati alle pubbliche amministrazioni. E, segnatamente, alla Regione siciliana e all’Azienda sanitaria di Palermo – la più grande della Sicilia. 

Ora, già è semplicemente assurdo che beni confiscati alla mafia e affidati ad amministratori giudiziari vengano affittati a pubbliche amministrazioni. Questi beni confiscati, come già accennato, sono di proprietà dello Stato. Che li ha affidati ad amministratori giudiziari. I quali affittavano questi beni di proprietà dello Stato ad altre amministrazioni pubbliche! In pratica, con questo giochetto ci guadagnavano gli amministratori giudiziari, che facevano da tramite tra due amministrazioni pubbliche, alla faccia dei risparmi o della spending review! 

A un certo punto era intervenuto un provvedimento che sanciva la cessione definitiva di questi beni alle pubbliche amministrazioni da parte dello Stato. Ma il provvedimento stentava a diventare operativo. Così, anche in presenza delle volontà dello Stato di cedere questi beni immobili alla Regione e all’Azienda sanitaria di Palermo (oggi si chiama Azienda sanitaria provinciale), la pubbliche amministrazioni siciliane avrebbero dovuto continuare a pagare gli affitti agli amministratori giudiziari!

Un capitolo a parte meritano le aziende. Quando si confiscano aziende in Sicilia lo Stato dovrebbe stare molto attento. Dovrebbe fare amministrare queste azienda da imprenditori capaci. 

Invece, in molti casi, si ricorre ai soliti professionisti che non hanno alcuna esperienza imprenditoriale. Cosicché molte di queste aziende confiscate chiudono i battenti. E chi lavorava per queste aziende di proprietà di mafiosi o di prestanome restano senza lavoro. Di conseguenza è ormai passata la tesi – pericolosissima, ma purtroppo un molti casi suffragata dai fatti – che la mafia, in Sicilia, da comunque lavoro, mentre lo Stato e l’Antimafia tolgono lavoro. 

Ai lettori americani quello che scriviamo può sembrare assurdo. Ma è la verità. Proprio in questi giorni, a Castelvetrano, in provincia di Trapani, va in scena una storia che potrebbe concludersi con il licenziamento di circa 200 lavoratori. 

E’ successo che un’azienda che opera nella grande distribuzione organizzata – il Gruppo 6 Gdo – è stata confiscata per mafia all'imprenditore Giuseppe Grigoli, per gli inquirenti prestanome del boss Matteo Messina Denaro, considerato uno dei capi, se non il capo, della mafia siciliana.

Ebbene, invece di gestire al meglio quest’azienda, c’è il rischio che fallisca. Se ciò avverrà – ipotesi che non è da escludere – 200 lavoratori perderebbero il lavoro in un momento di crisi pesantissima. Ovviamente, i 200 dipendenti di quest’impresa confiscata alla mafia non potrebbero fare a meno di fare due più due: quando c’era la vecchia gestione, lavoravamo; ora è arrivata l’Antimafia e siamo rimasti disoccupati. 

Chi potrebbe dargli torto? 
 

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