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Il Papa che fa epoca

Potrebbe un bel giorno convocare a San Pietro i grandi della Terra e aprire loro la salutare via del dubbio. Potrebbe chiamare a giudizio lo Stato brasiliano che procede imperterrito nella devastazione della Foresta Amazzonica. Detto da un ateo, oggi come oggi, lui è la nostra sola speranza

Papa Francesco un anno dopo. Da un anno il Vescovo di Roma, la guida del Cattolicesimo è lui, l’argentino di origine piemontese, il colto che non fa sfoggio della propria erudizione, un dialettico “alla Malaparte”, e cioè uno che, se necessario, sa essere tagliente, assai incisivo, mai velleitario, mai retorico. Papa Bergoglio parla come scrivevano una volta i giornalisti italiani (prendere Montanelli, Buzzati, Dall’Ongaro, Venè): è chiaro, asciutto, perfino illuminante. Brevi i suoi “periodi”.

Il Vaticano non c’è mai piaciuto. C’è sempre parso come un cuneo piantato nella carne e nello spirito degli Italiani. Misfatti ha commesso… S’è reso protagonista di efferatezze. Seppe tuttavia concepire alla fine dell’Ottocento la Rerum Novarum, documento apprezzabilissimo, in sintonia coi tempi in cui fu diffuso. Ma prima, e dopo… il buio, il sordido, il taciuto, il sottaciuto. Per poi arrivare al caso, a dir poco sconcertante, della ragazza sparita in Vaticano oltre trent’anni fa. Una giovane donna che un dato giorno non fece più ritorno a casa: da allora, una famiglia inchiodata in un’angoscia continua, assassina. A San Pietro ci devono ancora dire come e perché Emanuela Orlandi sparì, o venne fatta sparire. Magari Papa Francesco faccia finalmente luce sulla sorte delle giovane, avvenente romana; o tenti di farla. Sì che la Curia e tutto il resto rappresentano meandri nei quali si finisce per rimbalzare contro pareti di gomma. Vorremmo, eccome, la verità su Emanuela: lo Stato italiano avrebbe pure il diritto di esigere la verità.

Se il Vaticano in noi non ha mai suscitato simpatia, tutti i predecessori di Papa Francesco ci appaiono quindi più impegnati nell’alimentare il culto di sé che a indicare la via di Cristo. Col suo sfarzo, le sue ampollose liturgie, i suoi dogmi sparati a raffica, il suo distacco dalla gente ‘qualunque’. Il Vaticano, fin quasi dagli inizi, tradì, sissignori, il mandato del Cristo; dell’uomo che soccorse Maddalena la puttana! Ma lui, no! Papa Francesco abbraccia con sincerità e amore Maddalena quando si unisce alla causa degli omosessuali e si chiede: “Chi sono io per giudicare i gay?? Chi sono?”. Pensiero e sentimento d’alta nobiltà, questo. Qui troviamo il sacerdote che parla a tutti gli esseri umani, e lo fa con schiettezza, con originalità intellettuale e morale; non con timbro e stile accademici, no davvero. È il Papa che non monta in cattedra. È il Papa che non cerca il facile applauso, come lo cercavano Papa Wojtyla, Papa Giovanni XXIII, Papa Pacelli. È il Pontefice che non demoralizza nessuno, non fustiga nessuno, non annuncia sventure: così diverso da Paolo VI!

Papa Bergoglio i “pugni” comunque li sa usare. È il primo Pontefice ad aver messo in seria discussione gli orrori mercantili dello Ior; il primo Vicario di Cristo ad aver preso di petto il lusso, in questo caso disgustosamente mondano, di cardinali, vescovi; di tirapiedi di vescovi e cardinali. Il suo messaggio è chiaro e netto: l’opulenza NON è cristiana. Francesco si riconduce quindi al Cristo morto sulla Croce: a nostro avviso (sottolineiamo, ‘a nostro’ avviso) nessun altro Vescovo di Roma aveva mai fatto altrettanto. Si ricollega a Gesù figlio di Giuseppe e di Maria e non dello Spirito Santo. Questo, a maggior gloria del Profeta di Nazareth. Uno “come” noi. Un grande.

Ma, all’atto pratico, che cosa potrebbe fare per il Mondo Papa Bergoglio? È naturale chiederselo. Mediare fra un governo e l’altro? Tenere rapporti costanti con Capi di Stato, di Governo? No. Sarebbe dispersivo, impraticabile. ‘Time consuming’! Sarebbe una forma di deleterio protagonismo, una dimostrazione, sissignori, di superbia; della superbia che Papa Bergoglio aborrisce con bello slancio.

Francesco dall’alto del prestigio raggiunto, potrebbe un bel giorno convocare a San Pietro i ‘grandi’ della Terra: Barack Obama, Vladimir Putin, Angela Merkel, altri ‘notabili’ ancora. Col tatto che gli è proprio (e con la decisione che gli è propria!), schiafferebbe tutti quanti dinanzi a se stessi; saprebbe mettere a nudo gli “astanti”… A loro ricorderebbe quali sono i doveri d’un Capo di Stato, d’un Primo Ministro. Saprebbe essere persuasivo ‘anche’ con loro. Lascerebbe un segno anche in loro. Ai suoi ospiti ricorderebbe che “non si viene a Roma senza un’idea universale”. Su politici ‘navigati’, consumati, eserciterebbe forse un fascino determinante. A loro aprirebbe la molto salutare via del dubbio.

Ma potrebbe spingersi “anche” oltre… Potrebbe chiamare “a giudizio” lo Stato brasiliano che per ragioni tristemente commerciali (ed effimere) procede imperterrito nella devastazione del “polmone del mondo”: la Foresta Amazzonica. Potrebbe sbattere sul “banco degli imputati” i canadesi e i giapponesi che fanno scempio di foche e balene. Per via di questi massacri, anni e anni fa una ragazza americana si tolse le vita, sopraffatta, sì, da un dolore spaventoso, inestinguibile. Al Vaticano non mancano certo le capacità per presentarsi alla famiglia di quella creatura così “incredibilmente” sensibile.

Papa Bergoglio, insomma, fa epoca. Continui a farne. Detto da un ateo, lui, oggi come oggi, è la nostra sola speranza.

 

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