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Santa maria

Le stanze di un vecchio convento di Palermo trasformate in una piantagione indoor di marijuana. Per il restauro dell'edificio, una decina di anni fa, era stato speso quasi un milione di euro di fondi pubblici

Una piantagione di droga dentro le stanze di un vecchio convento. Una serra di marijuana in un bene monumentale, abbandonato all’incuria. Forse solo a Palermo poteva succedere una cosa simile, la città che aspirava a diventare capitale europea della cultura. La candidatura è stata subito stroncata, in compenso il degrado del centro storico non si è arrestato. Fino alla scoperta di oggi. Si viene a sapere che mentre la Vucciria cade a pezzi, al Capo si coltivava droga nell’ex convento di Sant’Agata alla Guilla.

Locali da anni abbandonati dai legittimi proprietari, (prima il Comune, poi pare il Teatro Biondo) ma non da trafficanti e spacciatori che, loro sì, hanno trovato il modo di utilizzarli. Nessuna controllava il monumento? Benissimo, hanno detto i malavitosi. Ci pensiamo noi. Nessuno viene a vedere se cede un soffitto o se le pareti sono ancora al loro posto? Non chiedevano nulla di meglio. I criminali se ne sono appropriati e l’ex convento è diventato cosa loro. Gli sarà bastato qualche appostamento per capire che nessuno si occupava del monumento e poi sono passati all’azione. Fino a realizzare un’incredibile piantagione indoor, la prima a Palermo e forse nel mondo occidentale dentro un bene artistico. Qualcosa del genere potrebbe accadere in Pakistan o in Afghanistan, dove talebani (non esattamente amanti dell’arte) e trafficanti di droga fanno insieme affari d’oro, ma dalle nostre parti pare non ci siano precedenti. La vicenda è ancora più paradossale se si pensa che per questo monumento una decina di anni fa sono stati stanziati soldi pubblici, quasi un milione di euro, per interventi di consolidamento. Che sono stati fatti, ma l'unica cosa che si è consolidata è il degrado.

E così al civico numero 3 della discesa Sant’Agata alla Guilla, nel cuore del centro storico palermitano, superato un cancello di ferro, l’antico convento è diventato terra di conquista e insospettabile base per gli affari dei narcos. E lì è sorta una coltivazione di canapa indiana, ospitata in due stanze al primo piano. Dentro l’armamentario classico per questo genere di attività: cellule fotoelettriche, teli di plastica, terriccio, bidoni, vasi. Il tutto, tra l’altro alimentato, con un allaccio abusivo alla rete della corrente elettrica. Giorni, settimane, di luce a scrocco e continua irrigazione, fin quando le piante sono cresciute, arrivando quasi ad un metro e mezzo. Ancora pochi giorni e sarebbe arrivato il momento giusto, altre invece erano già si erano già sviluppate, e in quelle stanze frequentate un tempo da religiose c’era già stato il raccolto.Prima però sono intervenuti i carabinieri. Qualcuno deve avere notato uno strano via vai nell’ex convento e si è insospettito, sapendo che da anni è abbandonato. E lo ha segnalato agli investigatori. Ma a far scattare il blitz potrebbe essere stata anche la soffiata di un altro trafficante, che non gradiva la concorrenza della "marijuana del convento". In ogni caso i militari della compagnia di piazza Verdi hanno agito a colpo sicuro e sapevano cosa e dove cercare. Si sono districati nel dedalo di stanze e corridoi, hanno salito una scala chiusa con una rete metallica e giunti al primo piano i carabinieri hanno notato sul pavimento della stanza di disimpegno, diversi fusti di plastica, tutti vuoti. Era solo la premessa. Il locale attiguo aveva il pavimento e le pareti rivestite, fino ad un’altezza di due metri circa, con teli di plastica bianchi. Sul pavimento, disposti su dieci filari, c’erano 103 vasi con piante di canapa indiana alte un metro e mezzo. Il terriccio era ancora umido, segno che qualcuno era passato di recente. 

La piantagione era completa di tutto. L’areazione garantita grazie all’utilizzo di grossi tubi in alluminio collegati ad estrattori, l’illuminazione assicurata tramite un allaccio abusivo alla rete Enel che faceva funzionare 32 reattori di alimentazione di altrettante lampade alogene complete di porta lampada e copertura rifrangente in alluminio. C’era perfino un misuratore di umidità collegato all’impianto d’irrigazione. Ma non è finita. Nella stanza accanto c’erano altri 19 vasi di plastica, questa volta vuoti e altri 194 ripieni solo di terriccio. Ognuno di questi conteneva un tronco di pianta recisa a circa dieci centimetri dal terreno; evidentemente le piantine erano state, almeno in questo ambiente, già tagliate e raccolte. 
Chi c’è dietro questa vicenda? Gli investigatori adesso stanno cercando i responsabili. Potrebbero passare guai anche i proprietari dello stabile che, avendo omesso il controllo su un bene artistico, hanno permesso un simile scempio.

 

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