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Cronache dal sottosuolo

L’enormità del male talvolta induce a dimenticare. Talaltra ingrassa famelica curiosità. Ma c’è un criterio, nel così detto Mondo dell’informazione?

10 Marzo. Una madre entra in cucina, prende due coltelli e scanna le sue tre figlie: Simona, di 13 anni, Keisi, di 10 e Sidnei (scritto così) di 4. Le più piccole, probabilmente mentre dormivano nella loro ultima notte, la maggiore invece ha visto, ha capito, ha lottato, infine è morta. Quindi, la madre si taglia le vene a vagola sul pianerottolo, fino all’arrivo di autoambulanza e Forze dell’ordine. Si stava separando dal marito.

4 Marzo. Un padre si reca a casa di un’amica e porta suo figlio, di cinque anni mentre la moglie, incinta, era rimasta a casa; dopo cena lui punta l’amica, venendo respinto; torna in cucina, prende un coltello e colpisce la donna, Libanny, di 29 anni, e la trafigge finchè gli regge il braccio. Urla, tramestio: i bambini, quello di lui e quello di lei, cominciano a piangere, vogliono il papà, vogliono la mamma. L’uomo afferra il figlio di Libanny, Denzel, di 3 anni, lo porta in bagno e, riavutosi dalla prima fatica, macella anche lui. Poi torna a casa col suo bimbo.

10 Febbraio. Un altro padre si presenta dai suoi figli, Thomas, di 2 anni, Elena, di 8, avuti da due madri diverse; prende un permesso dal lavoro e li invita a trascorrere qualche ora insieme; li porta invece in un appartamento non più abitato, dove viveva con Thomas e la madre, prima di separarsi anche da questa; l’appartamento ora, essendo di proprietà, lo usavano come una specie di deposito. Ovviamente aveva le chiavi. Apre la porta, chiude la porta e li sgozza; poi, tenta il suicidio.

Nel giro di un mese sei bambini, da 2 a 13 anni, sono stati massacrati. 

Anche per le notizie ci devono essere delle Moire, le antiche divinità greche che, come fosse il filo del telaio, tessevano, svolgevano e tagliavano quello della nostra vita. Infatti, alcune hanno un destino, dopo essere sorte crescono e durano, si ispessiscono, penetrano nelle nostre vite, nelle nostre case, quasi divengono parte dell’arredo; altre, come nascono, muoiono, si accompagnano mestamente alle persone che ritraggono. 

Ho omesso i particolari identificativi consueti: nazionalità, condizione sociale ed economica, luogo; non mi stupirei se molti di noi non sapessero distinguere con chiarezza le varie vicende, sebbene siano trascorsi pochi giorni dal loro accadimento. Per intenderci sul grado di incidenza dell’informazione basti pensare a Novi Ligure, a Cogne. Erano forse più bambini quelli? Meno, questi? E allora? 

Se rispondessimo che l’incertezza sull’assassino ha giustificato la centralità assunta dalla famiglia Franzoni, dovremmo ammettere che, senza le coloriture del “giallo”, anche l’innocente candore di Samuele sarebbe presto finito nel silenzio, dimenticato; conseguentemente, dovremmo ammettere una certa diffusa e piatta carenza di interesse verso le oscurità profonde dischiuse da simili abomini, e, viceversa, una più o meno sordida curiosità verso quanto si presta a galleggiare fra l’osceno cicaleccio. Analogamente, se ci spiegassimo il clamore suscitato da Erika e Omar per l’efferatezza dell’esecuzione, o per la giovane età dei colpevoli, dovremmo concludere, per l’efferatezza, che le vittime di questi giorni sono morte d’infarto o che ci manca una spiegazione razionale; e, per l’età dei carnefici, che questa colpisce più di quella della vittima, senza, ancora una volta, saper spiegare ragionevolmente perché.

Forse è questione di linguaggio. E di esorcismi.

Il linguaggio riposa su vari sedimenti di conoscenze che esso presuppone, di conoscenze che si assume siano il frutto di un certo tempo e di un certo spazio. Della storia, come si dice. E tanto più se ne ammette l’esistenza, senza mai dubitarne, quanto più questi sedimenti scompaiono dalla nostra mente e si presentano come elemento di natura, come l’aria, che non ha senso discutere. Uno di questi sedimenti, probabilmente il maggiore, oggi, è l’alienazione del male: di fronte all’enormità di alcune sue manifestazioni, che non ci consentono di sogguardarlo come un male lontano e generico, ma ce lo impongono come male vicino e concreto, un male che, per la rapidità e la semplicità con cui si manifesta, non permette di essere prontamente associato all’ Altro, rimasti soli con lui, sorge l’imperativo dell’alienazione: allontanare, misconoscere, nascondere. Come di fronte ad un pozzo artesiano, cerchiamo un tappo, una chiusura: cerchiamo l’oblio.

L’Altro possono essere le immancabili Condizioni Della Società, il Malvagio Di Professione (mafia, amministratori pubblici corrotti e così via), e, su tutto, la Follia. Purchè ci sia uno schermo che impedisca la domanda terribile, la domanda inconfessabile, la domanda tabù: e Io? 

Così, posti di fronte al male, o ci troviamo un Altro, o ci troviamo un tappo. Acquietandoci, con o senza telecomando, con o senza tablet, su questo sedimento di pigrizia e di viltà. Stando comunque in superficie, perché è bene smarrire il confronto con il limite, è bene esorcizzare il sottosuolo. E’ bene stare sempre con la lampada accesa, anche di notte, soprattutto di notte, come i bambini innocenti: nel timore di non esserlo.

        

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