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Il “ghe penso mi” del Veneto

Che significa quel "referendum" per l'indipendenza veneta? Quando il globale viene visto come una forza oscura al quale lo Stato-nazione non sa più come reagire, fioriscono i localismi/regionalismi dalla natura quasi feudale, come a voler creare isole felici e incontaminate. Ma quale etnia esprime il Veneto? E di quale autodeterminazione si tratterebbe?

"Inizieremo immediatamente a tessere le relazioni diplomatiche per assicurare l’immediato riconoscimento della Repubblica Veneta da parte della comunità internazionale": così sostiene Gianluca Busato, di Plebiscito.eu, promotore del “referendum”, più precisamente un sondaggio virtuale, sull’indipendenza del Veneto che ha visto l’affermazione in massa dei sì. Dopo la complessa questione Crimea, appesantire l’agenda di Barack Obama, che oggi arriva proprio in Italia, con la questione Veneto ci sembrerebbe alquanto inopportuno. A parte la battuta, l’errore più grosso sarebbe di sottovalutare quanto è successo. 

Nei numeri riportati dagli organizzatori si parla di  2.360.235 di votanti (il 63,23% degli aventi diritto). Il sì è stato votato da 2.102.969 persone, l’89,10% dei votanti, il no da 257.266 persone. Ricordiamolo si tratta di un sondaggio che non ha nessun valore giuridico, che tutt’al più sembra esprimere un sentimento diffuso. O per meglio dire un malcontento diffuso. Alla fine della consultazione lo stesso Busato, nella piazza dei Signori di Treviso, prende il microfono e annuncia: “Noi oggi, nel nome di San Marco, venerdì 21 marzo 2014 decretiamo decaduta la sovranità italiana sul popolo e sul territorio veneto e ne decretiamo conseguentemente decadute le relative magistrature politiche dichiarando contestualmente l’indipendenza del popolo veneto e del suo territorio. Con queste stesse parole confermiamo e proclamiamo la Repubblica veneta e demandiamo al popolo veneto la scelta dei suoi rappresentanti”. 

La consultazione è avvenuta tramite iscrizione on line. Dopo l’immissione dei dati si produceva un link inviato all’indirizzo mail attraverso il quale si poteva rispondere al quesito. Primo problema sorto è il dato reale dei numeri dei votanti, in quanto tale sistema di voto permette di produrre false identità e voti multipli. Per alcuni osservatori informatici i dati sono falsi. I voti reali sono: "Non più di centomila", sostiene il venetista informatico Loris Palmerini, così, infatti, riportano le statistiche di Alexa, Calcustat e Trafficestimate, tre contatori che monitorano il traffico di qualunque sito web. In ogni caso quando si parla di numeri on line non esistono certezze in un verso o nell’altro. 

E’ più veritiera l’indagine svolta dal quotidiano L’Arena di Verona che ha fermato più di una trentina di veronesi nella celebre Piazza Brà, chiedendo loro se avessero partecipato al sondaggio. Nessuno di loro lo aveva fatto. Eppure dovrebbero essere stati più di un veneto su due. Tuttavia, molti degli interpellati hanno risposto che vorrebbero l’indipendenza.

In sintesi, se il sondaggio va preso per quel che è, un buon sistema comunicativo al limite del folclore, più cauti bisogna andare con le reali intenzioni della gente. Il malcontento è straordinariamente diffuso, come il rancore, l’incertezza, la rabbia, l’odio. Basta entrare in un bar ed ascoltare. Tali sentimenti devono trovare un bersaglio, un capro espiatorio, ce lo ha ricordato da sempre il filosofo Renè Girard. Qualcuno sul quale scaricare la colpa del mal di vivere soprattutto in tempi di forte incertezza e precarietà dell’esistenza come quelli attuali. Non sottovalutiamo i fatti, che a ragione possono portare alla levata di scudi di gruppi e persone soprattutto quando si perpetuano sperperi, frodi, illeciti finanziari come, ad esempio, negli ultimi tempi in gran parte delle Regioni italiane, molte delle quali del nord.

Tutto questo mi ha riportato alla mente 1984 di George Orwell durante la “Settimana dell’odio” – giorni nei quali si costituiscono cortei, si fanno discorsi, si espongono striscioni e si incita la massa compattandola contro il nemico numero uno dello stato, l’Eurasia. Il sesto giorno tutti sono in delirio, se trovassero un euroasiatico lo farebbero a pezzetti. Ma poi, improvvisamente, tutto cambia. Si diffonde la notizia che il vero nemico non sia più l’Eurasia ma l’Estasia. Tutti nel giro di pochi istanti prendono di mira il nuovo nemico, compatti si fanno nuovi striscioni, nuovi discorsi, nuovi cortei. 

Se così è l’animo umano e non tutti riescono a guardar oltre perché al potere è meglio avere persone meno consapevoli, quindi più paurose e perciò più controllabili, c’è un’altro punto che merita di essere considerato. 

Dal punto di vista italico abbiamo promosso il tema del glocalismo: convivenza del globale e locale. Tuttavia, siamo consapevoli che le due situazioni possano entrare in contrasto molto facilmente. Quando il globale viene visto come una forza oscura, potente e disarmante al quale lo Stato-nazione non sa più come reagire, fioriscono i localismi/regionalismi dalla natura quasi feudale, con mura alte e forti, come a voler creare isole felici e incontaminate. 

I problemi globali si riversano localmente e viceversa e non c’entra niente l’autodeterminazione, in questo caso sostanzialmente strumentale. Essa è un concetto fondamentale nelle democrazie fondate sulla libertà e l’eguaglianza delle opportunità, ma è un concetto relativo e relazionale. I soggetti dell’autodeterminazione vanno dal mondo intero all’individuo, tutti sono possibili detentori dell’autodeterminazione. Per un certo verso aveva senso all’interno del paradigma dello Stato-nazione costituito intorno ad un idea di etnia. Ma quale etnia esprime il Veneto? E poi di quale autodeterminazione si tratterebbe? L’idea “ghe penso mi” allargata a tutto il Veneto è semplicemente illusoria e banale. Non si tratta di autodeterminazione quanto di un segnale, che può avere le sue ragioni, da inviare alle istituzioni centrali. Come lo è, sempre in questi giorni, il successo del Front National di Marine Le Pen in Francia. 

I risultati del sondaggio veneto mostrano, tuttavia, quella che Zygmunt Barman definisce la globalizzazione al negativo. Gli effetti di processi che generano situazioni di precarietà economica ed esistenziale nei gruppi e nei singoli. Voltare le spalle al mondo, chiudere le porte sembrano gli istinti più immediati. Forse dovremmo capire che, seppur nella  grande scomodità, le nostre spalle sono già al muro, di fronte infinite possibilità e incerti orizzonti.  Voltarsi dall’altra parte, invece, ci metterebbe nell’ impossibilità di capire cosa succede intorno a noi.

  

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