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Obama a Roma: chi è in cerca di visibilità e chi non sta al gioco

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il presidente degli Stati Uniti d'America Barack Obama nel corso dell'incontro a Villa Madama. Foto: laboratorio fotografico Chigi

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il presidente degli Stati Uniti d'America Barack Obama nel corso dell'incontro a Villa Madama. Foto: laboratorio fotografico Chigi

In visita in Italia, il presidente USA incontra Papa Francesco, Giorgio Napolitano e Matteo Renzi. Nella visita dal Pontefice il capo della nazione più potente del mondo, in pieno calo di popolarità, cerca approvazione. Al capo di Stato rivolge parole di apprezzamento mentre al capo del Governo chiede un maggiore impegno nella Nato. E Renzi cavalca l'onda: "La visita di Obama è un incoraggiamento"

 

E per fortuna che a Roma c'è un Papa di nome Francesco. Il viaggio di Barack Obama a Roma infatti non avrebbe avuto l'attenzione che invece ha ricevuto dai media mondiali senza quell'incontro con il papa argentino. La tappa del presidente Usa nella città eterna sarebbe passata in secondo piano dopo quelle in Olanda e a Bruxelles e prima del Medio Oriente. Non se ne risenta il premier italiano Matteo Renzi, ma senza il Papa a dargli la volata, la sua conferenza stampa conclusiva con il capo della Casa Bianca non sarebbe stata di così tanto interesse per la stampa internazionale. 

Nell'incontro con Bergoglio, sembra che Obama non fosse nello stesso "spirito" visto nel 2009 durante l'incontro con Benedetto XVI. Cinque anni fa, il primo presidente afro-americano della storia degli Stati Uniti, era ancora la star globale che con i suoi slogan "Yes We Can" e "Hope",  aveva riacceso l'immaginazione e la speranza nei popoli che fosse arrivata una guida nuova per la nazione più potente della Terra, un leader in grado di scuotere e trascinare tutti in direzione di un progresso più giusto. Mentre, al contrario, la Chiesa che riceveva allora il leader dell'America, si trovava in ginocchio per terribili scandali che la facevano sempre più apparire come un'istituzione obsoleta e forse ormai pericolosa. Nell'incontro di giovedì le parti erano completamente invertite. 

Obama, che secondo l'ultimo sondaggio Gallupp reso pubblico mercoledì, sarebbe precipitato al 42% nel rating di gradimento tra gli americani, incontrava un Papa che invece, secondo sempre la stessa agenzia di sondaggi, godrebbe negli Stati Uniti in questo momento del 76% di indice di popolarità positiva. Era il presidente USA ad avere questa volta tutto da guadagnare a farsi vedere accanto a quel Papa che da una anno tira le orecchie ai potenti della terra. E infatti Obama ha capito che in quell'incontro rischiava, se mai fosse trapelato un mancato "gradimento" del Papa più popolare della storia moderna. Per la Casa Bianca era il messaggio comune per una politica più sensibile alla riduzione delle diseguaglianze e alla lotta contro la povertà che poteva dare la "spinta" di Francesco al presidente democratico. Ma nel comunicato diffuso a seguito dell'incontro del Vaticano, si legge che il Papa, a telecamere spente, ha voluto parlare anche di libertà religiosa e di obiezione di coscienza. Pare che il Papa ha voluto tirare le orecchie a Obama sulla sua riforma sanitaria e su quella clausola che obbliga le strutture private ad assicurare assistenza per la contraccezione e l'aborto. Il Papa, ancora una volta, ha dimostrato di non voler stare ai giochi della politica internazionale e di visite ufficiali che spesso, nella storia di questi vertici, sono state semplici vetrine formali regolate da vuoti protocolli. 

Insomma per fortuna per Obama non c'è stata una conferenza stampa finale, perché probabilmente, la schiettezza di questo Papa nel parlare dei temi che gli stanno a cuore, non avrebbe risparmiato il presidente americano, anche sui temi che riguardavano la pace internazionale, dato che non crediamo che per la Chiesa quello che avviene in Medio Oriente o ai confini tra Russia e Ucraina sia solo responsabilità di Assad o Putin.

Vita molto più facile ha avuto Obama quando è stato il momento di incontrare il nuovo presidente del Consiglio Matteo Renzi. Prima ancora, il presidente USA aveva avuto un lungo colloquio con il presidente Giorgio Napolitano, colui che per l'amministrazione americana (come anche per quella tedesca) avrebbe salvato l'Italia dal caos politico. Il messaggio di rispetto verso il vecchio presidente, una volta esponente del "nemico" PCI, per gli americani era essenziale. Obama lo ha ripetuto anche in apertura di conferenza stampa con Renzi: “L’Italia è fortunata ad avere un uomo di Stato così forte, che aiuta il Paese in momenti così difficili”.

Alla conferenza stampa con il premier italiano, si è parlato molto di difesa, della Nato e quindi della crisi Ucraina-Russia. Sembra che tra Obama e Renzi ci sia stata intesa. Almeno così ci hanno fatto vedere. Perché, sia chiaro, in queste conferenze stampa alla fine di un vertice, quello che veramente si dicono i capi di governo non ce lo vengono di certo a spiattellare due minuti dopo davanti a telecamere e giornalisti. Soprattutto sembra che Obama insista sul fatto che gli europei e quindi anche l'Italia, debbano fare di più sul fronte della spesa nella difesa, perché il gap tra le spese di difesa Usa ed europee in seno alla Nato “è diventato troppo significativo”.  “Non ci può essere una situazione in cui gli USA spendono più del 3% del loro PIL nella difesa… e l’Europa spende l’1%: il divario è troppo grande” ha detto Obama. Insomma risparmiare va bene, ma “c’è un certo impegno  che i Paesi devono mantenere se vogliono essere seri nell’alleanza Nato e nella difesa” ha detto ancora il presidente USA. Chissà se i caccia F35 che l'Italia dovrebbe comprare dagli USA a cifre folli, rientrano in questo discorso…

Ad Obama ad un certo punto è stato chiesto se gli USA non avessero lasciato ormai sola l'Ucraina contro la Russia.  Il presidente USA ha confermato che non si "può promettere quello che poi non si può dare", ovvero gli ucraini non devono aspettarsi che gli americani e la Nato siano pronti alla guerra per Kiev. 

Per parte sua, Renzi, sulla questione del ruolo dell'Italia in ambito Nato si è spinto più in là di Obama, con un discorso – che, ha specificato il premier, era rivolto soprattuto alla stampa italiana – in cui ha chiarito che l'Italia può permettersi più di quello che si pensa ("Abbiamo sì un grande debito pubblico ma un risparmio privato quattro volte il debito e un avanzo primario. Non siamo la Cenerentola d’Europa, usciamo da una subalternità culturale"). Tuttavia Renzi ha poi tenuto a specificare che l'impegno italiano nella Nato non è mera questione economica, ma di valori, libertà e democrazia, ricordando che se gli americani sono venuti a liberarci dal nazi-fascismo lo hanno fatto per questi valori, non certo basandosi su valutazioni di opportunità economica. Tutto molto ad effetto: il premier si è mostrato molto a suo agio su questi temi. Peccato che si sia dimenticato di ricordare, per esempio, che un grande alleato della Nato, la Turchia, dopo aver spento Twitter, proprio oggi decideva di chiudere anche YouTube. Ma guarda che valori…

E se nell'incontro col Papa era Obama ad essere in cerca di visibilità, Renzi ha tutto da guadagnare da una visita di Obama. Non solo perché l'incontro tra i due capi di governo ha rappresentato per Renzi una delle prime e più importanti occasioni per esporsi nella vetrina delle relazioni internazionali, per anni terreno instabile per l'Italia, ma anche perché rappresenta una sorta di “endorsment” della nuova politica del giovane governo. Lo ha detto lo stesso Renzi spiegando che la visita di Obama “non è solo un gesto simbolico, ma un incoraggiamento”. Un messaggio che il premier ha voluto girare direttamente agli italiani: "L’Italia – ha detto il presidente del Consiglio – non ha alibi, agli italiani dico: non cerchiamo scuse, dobbiamo cambiare noi stessi”. Un pragmatismo che fa suo lo slogan che ha portato Obama alla Casa Bianca: “Quel messaggio che ha caratterizzato la campagna di Obama, ‘Yes we can’, oggi vale anche per noi in Italia”. Speriamo che non vada a finire come in America.

 

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