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Nella Roma della canonizzazione io c’ero

Non capita tutti i giorni di vedere ben quattro Papi sul sagrato del Vaticano. In via dei Fori Imperiali si assiste alla cerimonia come se si fosse in Chiesa alternando i momenti in piedi a quelli seduti, per terra. Ogni piazza è caratterizzata dal silenzio, interrotto solo da sprazzi di ‘din don’ provenienti dalle Chiese in festa e dal battito delle mani quando i Papi finalmente vengono proclamati Santi

La Roma della canonizzazione dei due Papi sembra quella dell’austerity, delle domeniche a piedi durante la crisi petrolifera dei primi anni ’70. “Una città bella e orrenda”, scriveva Natalia Ginzburg nel dicembre del ’73, perché riportava la gente nelle strade, sgombere dalle auto, a godere del silenzio e dell’autenticità dei suoi rioni. Ma allo stesso tempo metteva in rilievo tutti quei contorni sbiaditi dalla routine e dal frastuono quotidiano e quegli angoli bui che altrimenti non verrebbero visti. Due lati della stessa medaglia che accrescono, però, l’amore verso questa città che oggi a braccia aperte ha accolto più di un milione di persone tra pellegrini e turisti, assiepati in ogni angolo del centro storico per partecipare all’evento mediatico più importante della storia. 

Alle 5.30 di questa mattina sono stati aperti i varchi che dividevano Piazza San Pietro da via della Conciliazione dove da giorni ‘pascolano’ centinaia di fedeli. Una corsa, a passo di lumaca, per accaparrarsi il posto migliore gioendo davanti alle immagini dei due Papi viventi ed emozionandosi davanti a quella iconica dei due Santi. Alle 6 via della Conciliazione è già off limits. Sono rimasti solo posti in piedi a Castel Sant’Angelo oppure seduti su piccole porzioni di marciapiede  in balìa di odori nauseabondi, rimanenza della notte bianca della preghiera. E allora si prosegue a cercare i 17 maxischermi dislocati in tutte le piazze romane, facendo attenzione però ad alzare il braccio ogni tanto per salutare il potente di turno arrivato appositamente per la cerimonia. Il Ponte Principe Amedeo fa da spartiacque tra una Roma sonnacchiosa e indolente per cui in fondo, morto un Papa se ne fa un altro, e quella colma dei colori e delle voci del mondo.  E’ stato scelto quel ponte come corridoio per le auto blu delle delegazioni e dei Capi di Stato e di Governo, in mezzo ai quali, intorno alle 9, passa anche l’immancabile bicicletta del sindaco Ignazio Marino. 

Lì sotto, sulle banchine del Tevere, ci sono squadre di sommozzatori, polizia e qualcuno che, in barba a ciò che sta succedendo a pochi metri di altezza da lì, corre o va in bici come in una normale domenica di primavera. E allora si prosegue il giro, in cerca di uno spazio meno affollato e magari anche meno maleodorante. In Piazza Navona si accede a malapena. Dal maxischermo, collocato sul lato di via Pasquino, si percepiscono appena le parole pronunciate da Papa Francesco. L’audio qui non è stato messo a punto e i pellegrini restano, assorti, incollati alle loro radioline che trasmettono la diretta nelle loro lingue madri. Di tanto in tanto ritornano al presente grazie a qualche cameriere dei bar della Piazza che tra un’Ora pro nobis e l’altro, riesce a piazzare un cappuccino da 10 euro.  In via dei Fori Imperiali si assiste alla cerimonia come se si fosse in Chiesa alternando i momenti in piedi a quelli seduti, per terra. Ogni piazza è caratterizzata dal silenzio, interrotto solo da sprazzi di ‘din don’ provenienti dalle Chiese in festa e dal battito delle mani quando i Papi finalmente vengono proclamati Santi. 

In fondo l’importante è esserci. Non capita tutti i giorni di vedere ben quattro Papi sul sagrato del Vaticano. Che siano immagini dal vivo o da un maxischermo poco importa. Tra qualche anno si potrà dire “noi c’eravamo”, tutti sotto lo stesso cielo che, plumbeo, ha trattenuto la pioggia per tutta la mattina salvando il grande evento di Santa Romana Chiesa.

 

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