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Pancho Villa, il rivoluzionario che umiliò i gringos

Il suo mito è sempre vivo in Messico perché, come Emiiano Zapata, diede l’impressione di stare dalla parte dei poveri contro i ricchi e i profittatori. Ma anche perché invase con successo il territorio degli Stati Uniti. Aveva un solo debole: le donne

Roma sta dando in queste settimane attenzione al Messico, per due richiami culturali di un certo rilievo: la mostra alle scuderie del Quirinale delle opere di Frida Kahlo e il rapporto di Gabriel Garcia Marquez con Città del Messico, sua ultima destinazione. Per gli appassionati di storia si aggiunge il richiamo di un terzo evento, vecchio di un secolo, l’ingresso vittorioso di Emiliano Zapata e Pancho Villa nella città capitale, alla testa delle loro truppe: il primo da sud, l’altro da nord. Il destino sarà presto crudele con Zapata, sconfitto nel 1916 e assassinato nel 1919. A Pancho andrà meglio, perché sarà ammazzato nel 1923. La sventura contribuirà a tramutare i due in eroi e martiri, rendendo inossidabile un mito che pervade il Messico contemporaneo. Merita attenzione in particolare la vicenda umana e politica di Pancho Villa.

Il rispetto di cui gode la sua memoria non viene dal cursus politico-militare, altalenante come quello dei tanti caudillos e signori della guerra che costellarono il periodo “rivoluzionario” del primo Novecento messicano. Tantomeno dalle prestazioni macho di cui andava fiero, benché potesse vantare almeno diciotto mogli sposate, sembra, con rito religioso. Il mito resiste per due ragioni. Perché, come Zapata, diede l’impressione di stare dalla parte dei poveri contro i ricchi e i profittatori. E perché fu a capo dell’unico esercito straniero che abbia invaso con successo, dalla sua costituzione in stato, il territorio degli Stati Uniti, battendo a più riprese i gringos alleati del dittatorello messicano di turno. Nella guerra contro le truppe del governo a stelle e a strisce, Pancho rappresentò i bisogni posti dalla questione sociale del suo paese. Peccato che il presidente idealista Woodrow Wilson si mostrasse incapace di ascoltarli e comprenderli. Capiterà ancora, durante il secolo allora appena agli inizi, alla grande potenza nord americana, di stare dalla parte sbagliata, schierando la sua poderosa forza a difesa di privilegi ingiusti, contro i poveri del mondo.

Zapata e Villa avevano iniziato nei primi anni del Novecento a partecipare alla rivolta dei peones contro la rigida divisione di classe del Messico, dando un significativo contributo alla fine della lunga dittatura di Porfirio Díaz. Con il secondo decennio si apriva un crudele periodo di guerra civile che sarebbe passato alla storia come la “rivoluzione messicana”.

Villa agiva con gruppetti di uomini a cavallo e con azioni di guerriglia, al confine con Texas e Nuovo Messico. Sconfina quando Washington passa a sostenere manu militari la repressione del presidente Carranza Pancho realizza azioni come l’attacco del 1916 a Columbus, Nuovo Messico, protetta da consistente guarnigione. La città è incendiata e salta in aria un albergo. Wilson è furibondo: mette una taglia di 5.000 dollari su Villa e spedisce altri diecimila uomini al comando di Pershing e Patton, futuri mostri sacri della Grande guerra. I cavalli e le cartucciere del david messicano si fanno beffe del golia armato di blindati, dirigibile, aerei, oltre che camion e motocarri. 

Villa si ritirerà a vita privata nel 1920, dopo l’eliminazione di Carranza e l’elezione di Obregon alla presidenza. Gli vengono assegnate consistente protezione armata e una hacienda. Ha poco più di quarant’anni e la prospettiva di una serena vecchiaia da proprietario terriero, ma si fa buggerare dal debole per le donne. Esce per far da padrino al battesimo del figlio di un suo uomo, e va poi a far visita, con scorta ridotta, ad un’amante. Sulla strada del rientro, cade sotto il fuoco incrociato di cecchini. Al funerale piangeranno e si consoleranno a vicenda tre delle sue mogli. 

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