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L’irredimibile Italia: e io che pensavo che con Cosa Grigia avessi esagerato…

Caso Scaloja e tangenti Expo 2015:  questa classe politica, purtroppo, è complice, ad ogni livello. Le cose da fare le sanno e le sappiamo tutti: reintrodurre il falso in bilancio, colpire l’autoriciclaggio, punire in modo più severo la concussione, modificare la prescrizione dei reati più gravi

Quando ormai più di un anno fa ho pubblicato Cosa grigia, credevo, in cuor mio, a volte, di esagerare. Denunciare la presenza in Italia una nuova mafia – non mafia, una forma di criminalità organizzata tutta nuova, che mette al bando la vecchia Cosa nostra delle coppole e dei padrini, dei mandamenti e delle famiglie, per fare il posto ad una nuova classe dirigente che con la vecchia mafia non ha nulla a che fare, anzi, a parole la combatte, ma che ne ha mutuato i tratti, il metodo, le caratteristiche. Una mafia che diventa sistema, che diventa Paese. Che esagerazione…

Mi inoltravo, in quel reportage,  nel raccontare come la corruzione sia diventata normale metodo per condurre la vita politica ed economica, di come i grandi eventi e le grandi opere nascano in realtà per pilotare e gestire appalti nell’assoluta impunità, e nella sospensione di ogni criterio di legalità e trasparenza, nel denunciare come il reato chiave per lottare la mafia oggi non è il 461 bis, ma la “frode nelle pubbliche forniture”, reato punito con pene troppo miti, eppure reato chiave per coloro che vincono appalti pilotati e realizzano opere pubbliche cadenti già ancora prima di essere inaugurate.

Sto esagerando, mi dicevo.

Adesso lo so: sono stato fin troppo prudente.

Lo dimostrano i continui scandali che avvengono nel nostro Paese, lo raccontano i due principali fatti di cronaca dell’ultima settimana, l’arresto dell’ex ministro dell’Interno Scajola e la scoperta della cupola che gestiva l’affare degli affari in Italia, l’Expò di Milano.

Scajola

L’ex ministro degli Interni Claudio Scajola

IL CASO SCAJOLA. Mai avremmo immaginato un giorno che un ex ministro dell’Interno fosse indagato per mafia. E per di più un Ministro ligure, che con la mafia propriamente detta non ci ha mai avuto nulla a che fare. Eppure Claudio Scajola per gli inquirenti è un mafioso, un mafioso di nuova generazione. Uno che sta benissimo con Cosa Grigia.

L’ex ministro ha favorito la latitanza dell’ex deputato Amedeo Matacena. Gli inquirenti  sono convinti che favorendo la latitanza di Matacena, condannato a 5 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, e mascherando la reale titolarità di alcune società che a lui fanno capo, Scajola ha agevolato la ‘ndrangheta visto che la stessa è «interessata a mantenere inalterata la piena operatività di Matacena e della galassia imprenditoriale a lui riferibile utilizzata per schermare la vera natura delle relazioni politiche, istituzionali ed imprenditoriali dello stesso garantite». Ecco perchè l’accusa per Scajola è di associazione mafiosa.

E nel gestire la latitanza del suo amico, Scajola si comportava come un mafioso. Telefonate su Skype per non essere intercettato, linguaggio in codice, quando parlava con la moglie di Matacena, Chiara Rizzo. I due temendo eventuali intercettazioni, utilizzano un linguaggio in codice e mezze frasi, ed indicano Amedeo Matacena come «La mamma». Il linguaggio cifrato non ha però impedito agli uomini della Dia di Reggio Calabria di ricostruire tutti i preparativi che venivano fatti, tanto che il giudice per le indagini preliminari  ritiene che sia stato proprio Scajola ad essere in pole position nell’impegno per «individuare uno Stato estero (nella fattispecie il Libano ) che evitasse per quanto possibile l’estradizione di Amedeo Matacena o la rendesse quanto meno molto difficile e laboriosa».

All’inizio il Libano e Beirut sono “L” e “B”, ma poi, col passare del tempo, il tono si fa più aperto e la capitale del Paese del Libano viene chiamata espressamente col proprio nome. «Stiamo parlando della capitale, giusto? Che inizia con la L», dice la Rizzo, subito pronta a correggersi («no, che inizia con la B») quando Scajola la riprende «Beh, il paese con… ».

“INTERLOCUTORE POLITICO DELLE COSCHE”. Claudio Scajola era stato individuato da Amedeo Matacena quale «interlocutore politico» delle cosche di ‘ndrangheta «ad operare su sua indicazione».

Nell’ordinanza i magistrati ricostruiscono i rapporti tra Scajola e Matacena, attualmente a Dubai dopo essersi sottratto all’arresto per scontare cinque anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’accusa, dopo la sentenza di condanna, Matacena, del quale viene evidenziata «la stretta commistione tra l’attività politica e quella imprenditoriale volta sia al proprio interesse che in favore delle cosche», si trova costretto a scindere i due aspetti. Ed è in questo contesto che l’ex deputato individuerebbe «l’interlocutore politico destinato ad operare su sua indicazione in Scajola, interessato alla candidatura per le elezioni europee, come risulta da alcune conversazioni con la moglie e con Chiara Rizzo, peraltro poi escluso dai vertici del partito con il conseguente naufragare di tale golosa prospettiva». Una prospettiva che Scajola attendeva, al pari della probabile elezione. E che gli sarebbe servita, tra l’altro, a poter dare, col proprio stipendio, 15.500 euro a Chiara Rizzo, che è la moglie di Matacena, per l’anticipo di una casa in fitto a Montecarlo. Una circostanza emersa dalla sintesi di una telefonata intercettata dalla Dia il 4 aprile 2014 e che è agli atti del procedimento.

Secondo l’accusa, Scajola e gli altri indagati «prendono parte ad una associazione per delinquere segreta collegata alla ‘ndranghetà da rapporto di interrelazione biunivoca al fine di estendere le potenzialità operative del sodalizio mafioso in campo nazionale ed internazionale». Nello specifico avrebbero fatto in modo di interferire sulle funzioni sovrane di altri Stati per proteggere la latitanza di Matacena, «decisivo concorrente esterno della ‘ndrangheta reggina» che svolge un «rilevantissimo ruolo politico ed imprenditoriale a favore» della stessa ‘ndrangheta, «interessata a mantenere inalterata la piena operatività del Matacena e della galassia imprenditoriale a lui riferibile, utilizzata per schermare la vera natura delle relazioni politiche, istituzionali ed imprenditoriali dal predetto garantite a livello regionale, nazionale ed internazionale».

L’EXPO’ E LA CRICCA. La vicenda, invece, dell’Expò di Milano dimostra ancora una volta che nelle grandi opere pubbliche in Italia c’è molto marciume. A parole si fanno proclami, si firmano protocolli di legalità, le star dell’antimafia prestano i loro volti. Nella pratica c’è una cricca che con metodo mafioso gestisce tutto. Ed è interessante notare come sia un gruppo criminale trasversale agli schieramenti politici. Gli arrestati della cosiddetta «cupola degli appalti», vanno dal “compagno G” Primo Greganti all’ex esponente Dc Gianstefano Frigerio, a Sergio Cattozzo, ex segretario regionale dell’Udc in Liguria che in alcuni filmati è ripreso mentre intasca del denaro. Cercavano di  “pilotare” e spartire la torta degli appalti per la costruzione dei padiglioni dei Paesi stranieri ospiti all’Expo per garantire i lavori alle imprese “amiche”. Dalle carte dell’inchiesta  saltano fuori anche alcune cifre: più di mezzo miliardo di euro, infatti, è il valore complessivo degli appalti, anche relativi a molti ospedali lombardi e alla società pubblica Sogin, su cui la “cupola”, di cui avrebbero fatto parte anche l’ex senatore di Forza Italia, Luigi Grillo, e il manager di Expo 2015 spa, Angelo Paris, aveva messo gli occhi. E gli inquirenti, al momento, hanno accertato il versamento o la promessa di tangenti per un totale di circa un milione di euro. E sempre dagli atti delle indagini si capisce che nell’ambito di quella “saldatura” tra imprese e cooperative, riconducibili a diversi schieramenti politici, Greganti, Frigerio e Grillo cercavano di ottenere «protezioni politiche», a destra come a sinistra.

Per arrivare a prendere l’appalto della “Città della Salute”, che valeva 323 milioni di euro, Frigerio, come scrive il gip, riteneva, infatti, «necessario coinvolgere da subito un grande pool di imprese», procedendo «in accordo con il sodale Greganti Primo»e “spingendo” sulla «Cooperativa Manutencoop, in quanto essa ha i “necessari collegamenti”». E il 7 settembre 2012 incontra Antonio Rognoni (arrestato lo scorso 20 marzo), all’epoca Dg di Infrastrutture Lombarde, stazione appaltante, e gli dice: «Ho sentito un po’ a Roma Bersani e poi gli altri, sulla Città della Salute, tu devi cominciare a fare delle riflessioni, poi, senza responsabilità tue, mi dici come far partire un colosso macello, perché è una cosa grossa». E ancora: «Poi Bersani mi ha detto: “A sinistra cosa fate? “, bisogna che senta , se Rognoni mi dice Manutencoop per me va bene».

Un’inchiesta che si concentra molto, tra l’altro, anche sulla capacità di Frigerio e degli altri di “tenere in mano” i direttori generali di numerosi ospedali. «I medici che gareggiano vengono e vanno dai politici… perché la Sanità è gestita dai politici», spiegava, intercettato il 31 luglio 2012, Giovanni Rodighiero, ritenuto stretto collaboratore di Frigerio, il quale, inoltre, come dimostrano le intercettazioni, già la scorsa estate sembrava aver timore di essere arrestato. «C’è andata di culo… (…) perché non ci hanno tirato dentro, ma se estendono quella roba lì e vanno a vedere dove questi qui han visto da altre parti, van dritti (…) da noi… », diceva, facendo riferimento all’arresto dell’ex consigliere regionale lombardo, Massimo Gianluca Guarischi, per presunte mazzette nella sanità.

Gli affari illeciti e consegne di mazzette sono avvenuti fino  alla vigilia degli arresti, nonostante la bufera giudiziaria di un mese prima. Il terremoto che 30 giorni prima aveva scosso il vertice di Infrastrutture Lombarde (Ilspa) con l’ex dg Antonio Rognoni finito in cella non aveva prodotto effetti: il lavorio del terzetto Frigerio-Greganti-Grillo, come risulta dalle intercettazioni, il 28 aprile scorso andava avanti come se nulla fosse.

IN CONCLUSIONE… In queste due storie, di corruzione e di nuova mafia, c’è l’anima di Cosa Grigia. Quale può essere la risposta dello Stato? Possiamo continuare ancora a voltarci dall’altra parte? Credo di no. Ma questa classe politica, purtroppo, è complice, ad ogni livello. Le cose da fare le sanno e le sappiamo tutti: reintrodurre il falso in bilancio, colpire l’autoriciclaggio, punire in modo più severo la concussione, modificare la prescrizione dei reati più gravi.

Il tanto vituperato Movimento Cinque Stelle ha fatto sue queste proposte, tanto che ha presentato alcuni disegni di legge anti corruzione, al Senato.

Sono fermi da un anno in Commissione Giustizia…

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