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Alti tradimenti o delle derive autoritarie di Renzi

La recente affermazione del presidente del Consiglio sulla corruzione dei politici non ha suscitato reazioni, ma sembra nascondere un piano basato sul dominio dell'economia e dell'informazione, con la scusa della governabilità

Da buon narcisista, Renzi sa perdere con stile (un ego ipertrofico aiuta a giustificarsi) ma vince malissimo, con un’arroganza che inclina verso il delirio di onnipotenza. E purtroppo i suoi discorsi non vengono criticati e neppure analizzati dai media, ormai semplici amplificatori del potere, e dagli intellettuali, che da tempo il coraggio proprio non se lo possono dare; per non dire dall’opposizione di sinistra, troppo impegnata a litigare per le poche poltrone che ha conquistato. Tutti drammatici sintomi dello stato di passività e di confusione mentale, oltre che etica e politica, in cui vent’anni di berlusconismo hanno fatto precipitare il paese.

Ha detto Renzi: “Un politico indagato per corruzione fosse per me lo indagherei per alto tradimento”. A qualcuno sarà sembrata una delle sue tante affermazioni iperboliche e senza senso (ne dice tante): pura demagogia, che non spiega in che modo cambiare l’imputazione aiuterebbe la causa della giustizia o l’efficienza della magistratura. Ma non ci sono parole vuote in politica: anche le barzellette di Berlusconi hanno avuto un effetto reale e duraturo, quello di omologare la morale, la responsabilità e la politica stessa alle battute di uno show televisivo.

C’è del metodo nella retorica di Renzi. Alto tradimento è l’accusa preferita dai regimi totalitari, che pretendono non tanto il rispetto delle leggi quanto lealtà e ortodossia. Chiunque non si conformi è un traditore e la sua eresia è sufficiente per determinarne la caduta o la condanna, senza bisogno di provare crimini concreti davanti a un giudice ordinario. Infatti il Codice penale fascista (il Codice Rocco, del 1930) assegnò la competenza per i delitti di alto tradimento (ossia qualsiasi minaccia al regime) ai Tribunali speciali per la difesa dello stato.

Proprio per evitare tali abusi, l’ordinamento repubblicano limitò drasticamente il significato e applicabilità del concetto, restringendolo ai militari e (nell’articolo 90 della Costituzione) al Presidente della Repubblica. Ma si sa, Renzi vuole rottamare la Costituzione: l’Italia che ha in mente non è fondata sul lavoro bensì sul mercato. Ciò non significa che per ora abbia l’intenzione e la possibilità di sopprimere la democrazia e la libertà di espressione: il liberismo di solito non ha bisogno di brutalità ed esplicite censure, gli basta un’egemonia soft, imposta attraverso il dominio dell’economia e dell’informazione e realizzata addomesticando i risultati elettorali in nome della governabilità. Il fatto stesso che le proposte autoritarie e palesemente anticostituzionali di Renzi non suscitino proteste e tanto meno indignazione lo conferma. Ma Renzi guarda avanti: per quando l’alto gradimento mediatico di cui gode non bastasse più, sta preparando il terreno a future accuse di tradimento della patria contro chi osasse mettere in discussione la sua missione provvidenziale.

 

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