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Cercasi dipendenti, astenersi madri, mogli e fidanzate

Viaggio nell’Italia della discriminazione di genere nella selezione del personale. Testimonianze, avvocati, sindacati e consigli pratici per raccontare la prassi di abusi nei colloqui e nei rapporti di lavoro. Un'illegalità diffusa e raramente denunciata che non penalizza solo le donne

“Costretta a togliere la fede nuziale prima di un colloquio? Fatto” dice Alice, sposata da poco più di un anno. “Durante il primo incontro per entrare in azienda racconto sempre di essere mamma di una bambina di due anni e mezzo – prosegue Chiara, un curriculum di tutto rispetto che passa in secondo piano – e lì spesso cala tutto l’entusiasmo della mezzora precedente”.

Non importa quanto tu sia motivata, brava a parlare, competente o professionale: se rientri in una fascia dai 25 ai 35 anni e ti stai per sedere nel posto di fronte al selezionatore delle risorse umane puoi stare tranquilla, le domande discriminanti, tanto illegali quanto diffuse, arriveranno. Hai il ragazzo? Hai intenzione di sposarti? Vuoi avere figli? Quesiti che mettono in imbarazzo chi se li sente porre, meno chi li fa. Il tema non è tra i più trattati, fa parte di quello che le donne non dicono, che non amano raccontare. Sottende l’amaro in bocca di una sconfitta, del non riuscire ad arrivare mai ad una parità di genere, del vivere sulla propria pelle tutte le retrocessioni degli ultimi 20 anni in tema di diritti per il lavoro femminile. Oggi l’Italia è al 72° posto nella classifica mondiale per la parità nell’occupazione, una delle posizioni più basse ricoperte da uno stato europeo.

Ma basta lanciare lo spunto di fronte ad un pubblico femminile ed è come aprire il vaso di Pandora: ci sono quasi tutte, accomunate da testimonianze condite da senso di frustrazione e spesso impotenza.

Noi scartate perché donne

“Mi sono candidata per la ricerca di una figura femminile in azienda. Ma hanno preferito assumere un uomo – denuncia Sara – Lo scorso febbraio ero stata selezionata per una posizione in un ufficio commerciale. Dopo una settimana ho ricevuto una telefonata da parte della recruiter dell’agenzia del lavoro che mi diceva che il direttore generale aveva optato per un maschio. La motivazione? Gli avrebbe dato più continuità. Durante il colloquio avevo anche specificato che per questa mansione avrei posticipato la maternità per almeno tre anni visto che il lavoro mi interessava particolarmente. Ma non è bastato”.

Vite messe in stand by per esigenze lavorative ma del resto “sei donna e hai quasi trent’anni. Cosa ti aspetti?” Si è sentita rispondere così Anna: “Mi trovo di fronte a siparietti penosi ogni volta che mi candido ad una posizione. Le prime domande che mi vengono poste sono se sono sposata o convivente, poi l'età e solo in seguito inizia il colloquio vero e proprio. Oltre ad episodi dove ho dovuto sopportare battute sessiste e piuttosto volgari, ricordo in particolare un colloquio durato un'ora e venti che sembrava essere andato molto bene. Dopo qualche giorno il responsabile dell'agenzia mi telefona piuttosto confuso chiedendomi se in azienda mi avessero avvisata che avrebbero assunto solo uomini a causa delle troppe sostituzioni per maternità che si erano verificate negli ultimi mesi. Io sarei stata perfetta per il ruolo, ma purtroppo sono donna”.

“Sicuramente non è legale, ma è la norma – spiega un’altra Chiara, già mamma di un bimbo – Ed è la norma non perché i datori di lavoro o gli imprenditori siano tutti “cattivi", ma perché in Italia la maternità e la condizione di mamma della donna è comunque e sempre un handicap. Una donna non dovrebbe mai essere messa nella condizione di dover scegliere tra l'avere figli o l'avere una carriera e tra avere un solo figlio o più di uno. La discriminazione è continua, sottile, talvolta evidente altre meno, ma c'è sempre”.

Chi discrimina non valorizza il talento

Ma il lavoro di squadra è la benzina che permette a persone normali, magari donne, mamme e pure lavoratrici, di raggiungere risultati straordinari. Lo sa bene Teresa Budetta, la presidente del Young Women Network con sede a Milano che di questo slogan ha fatto il suo motto. Attraverso incontri e attività di formazione mette in rete giovani donne che condividono la stessa situazione e le sostiene nel loro percorso di crescita. “Raccogliamo testimonianze di molte difficoltà ad affrontare i colloqui per ragazze che, a 27-28 anni, si sentono porre domande molto personali: noi le aiutiamo ad acquisire quelle competenze che non vengono insegnate all’università ma che invece nel mondo del lavoro sono indispensabili. Le ragazze ci confessano che non sanno mai come rispondere, se mentire o meno.

Teresa BUdetto

Teresa Budetta, presidente del Young Women Network

Ciò che diciamo noi, grazie anche all’esperienza di tante manager donne, è che l’azienda che pone questo tipo di domande di certo non faciliterà una carriera femminile. Chi vuole investire nel talento assume anche manager all’ottavo mese di gravidanza: è successo”. La discriminazione è più frequente nelle piccole aziende: “Alle nostre ragazze insegniamo ad essere determinate. Perché, di fronte alla domanda su come ci vediamo tra cinque anni, non rispondiamo affermando il nostro valore più che i nostri piani? Se io sono brava, perché mi chiedi se voglio avere figli? Cosa c’entra?”. Per questo tra incontri e workshop Young Women Network insegna le tecniche per presentarsi al meglio, per negoziare il compenso, per trovare il giusto equilibrio tra l’essere affermate boss e il saper mantenere un atteggiamento femminile e non dispotico. “Questo della discriminazione è un problema culturale. Ma la parità sul posto di lavoro serve, è l’economia che ce lo chiede. Le aziende con un organico bilanciato si compensano meglio e sono più competitive sul mercato”.

Avete dei diritti, fateli valere

“Sono le donne a pagare il prezzo più alto della crisi”. Non ha dubbi Fabiola Carletto, segretaria provinciale della CGIL di Vicenza e responsabile delle politiche attive del lavoro che conferma un quadro a tinte fosche. “Oltre alla difficoltà per le donne di rimanere nel mercato del lavoro dobbiamo fare i conti con retribuzioni più basse per profili sempre più qualificati, flessibilità imposte, lavoro nero, straniere costrette a subire soprusi”. Ma la parola sopruso non viaggia solo in direzione di chi arriva a lavorare in Italia dall’estero. Si chiama Valentina, è italianissima e ad un colloquio, dopo due ore di ricatti psicologici, si è sentita fare proposte indecenti. Nonostante questo, non ha denunciato: “Mi ha trattenuto nel suo ufficio per più di due ore permettendosi di dare giudizi sulla mia persona che niente avevano a che fare con il colloquio che stavo sostenendo. Ha descritto una persona totalmente estranea da quella che sono dandomi dell’insicura e ingrata nei confronti delle persone che ho accanto. Ma il momento più esilarante è arrivato alla fine dei suoi giri di parole. Mi ha chiesto di baciarlo. Io a quel punto mi sono alzata e sono uscita. Non gli bastava: in corridoio è venuto a giustificarsi dicendomi che il bacio era solo un atto di prova per vedere fino a che punto ero disposta a sacrificarmi per ottenere il lavoro. Non l’ho denunciato solo perché non avevo prove in mano”.

Fabiola Carletto

Fabiola Carletto, segretaria provinciale della CGIL di Vicenza

“Il mio consiglio è sempre quello di portare con sé un registratore – commenta la sindacalista Carletto – Il giudice potrà anche non riconoscere la registrazione come onere di prova ma è meglio tutelarsi. I diritti per le donne ci sono, bisogna però metterli in campo ed è la vittima che deve cominciare a reagire alzando la testa”. Stesso discorso vale per le discriminazioni dopo il periodo della maternità: “Solo 4 madri su 10 riescono a rientrare a lavoro dopo la maternità. I dati ISTAT nazionali parlano di 800.000 donne, l’8,7 per cento che arriva al 13,1 per cento se nate dopo il 1973, che hanno dichiarato che nel corso della loro vita lavorativa sono state licenziate o messe in condizione di doversi dimettere in occasione di una gravidanza. La maternità non diventa più un diritto ma un vero e proprio ricatto che la crisi sta accentuando. In una nostra indagine di CGIL e Veneto lavoro, eseguita nel 2013 su un campione di 150 interviste trasversali con un’età media di 39 anni, abbiamo sondato le ragioni dell’interruzione del lavoro femminile. Al primo posto c’è appunto la maternità, seguita dalla crisi dell’azienda per cui si lavora e dalle dimissioni volontarie”. Altro consiglio, oltre al rivolgersi sempre a qualcuno in grado di tutelare la lavoratrice, è rifiutarsi di firmare le dimissioni in bianco: “Una pratica odiosa – siega ancora Fabiola Carletto – che vessa principalmente le donne. Il foglio in bianco, che porta la dicitura 'in questo caso le dimissioni diventano volontarie', è una pratica vergognosa e ricattatoria che la legge 188 del 2007 impediva ma che poi il governo Berlusconi ha provveduto a cancellare”.

Finita l’epoca delle dimissioni in bianco

Gianmaria Rosin

L’avvocato Gianmaria Rosin

Francesco Savio

L’avvocato Francesco Savio

Una legge abrogata nel 2008 e un provvedimento votato alla Camera a marzo che dovrebbe passare al Senato per porre fine una volta per tutte alle dimissioni in bianco. Ma secondo gli avvocati Francesco Savio e Gianmaria Rosin, assistente universitario di diritto sindacale e del lavoro alla facoltà di Giurisprudenza di Modena e Reggio Emilia, l’epoca delle dimissioni in bianco è già finita. Merito della riforma Fornero che ha introdotto la necessità di convalidare le dimissioni. “Il fenomeno delle dimissioni in bianco è divenuto molto popolare alla fine degli anni ’90 – spiegano Savio e Rosin – I datori di lavoro si facevano spesso firmare dimissioni in bianco senza data: era un modo per cautelarsi in maniera eccessiva anche di fronte al fenomeno dell’immigrazione, con lavoratori che non di rado non si presentavano più sul posto di lavoro e non davano spiegazioni. Con la legge 188 del 2007 del governo Prodi le dimissioni dovevano essere rassegnate per iscritto e non più verbalmente, bloccando così le presunte dimissioni. L’abrogazione arriva con la legge 133 del 2008 del governo Berlusconi che, forse a causa di probabili pressioni imprenditoriali, fa un passo indietro. La svolta è la riforma Fornero del governo Monti dove l’articolo 4 della legge 92 del 2012 introduce il requisito della convalida. Qualsiasi lavoratore, a prescindere dal sesso, dovrà confermare la propria volontà attuale e presente al Centro per l’impiego o alla Direzione territoriale per il lavoro, una pratica che, di fatto, elimina il fenomeno delle dimissioni in bianco, lo assorbe e lo rende obsoleto e inefficace.” Inutili le dimissioni in bianco, illegali le domande sulla vita privata delle lavoratrici donne. “Si tratta di domande illegali e discriminanti anche se diffuse – spiega l’avvocato Francesco Savio – Anche se le candidate dovessero rispondere il falso, mentiranno di fronte ad una domanda illecita. Scorrettezza per scorrettezza…”.

Dimissioni

Una protesta contro la pratica delle dimissioni in bianco che colpisce le donne in modo particolare

Illegali anche tante pratiche comuni al momento del rientro dalla maternità. “Sono stata obbligata a licenziarmi da lavoro per aver portato avanti una gravidanza – racconta Elisa – Per non parlare dei soldi di maternità percepiti solo dopo due anni grazie ad un avvocato. Son stata umiliata pur avendo fatto sempre il mio lavoro.” “Io al rientro dalla maternità, mi sono trovata con un'ora in meno di lavoro in contratto – spiega Milena – e in più mi è stato chiesto se avessi qualcuno che mi tenesse il bambino anche qualora fosse ammalato. Sì insomma, se il bambino dovesse star male dovrò comunque essere presente a lavoro.”

“Il datore di lavoro può licenziare anche in caso di maternità – risponde l’avvocato Rosin – ma solo in quattro casi ben definiti: per una colpa grave della lavoratrice, per la cessazione dell’attività aziendale, per la scadenza del contratto a termine o per il mancato superamento del periodo di prova. Ciò che un datore invece non può assolutamente fare è modificare le mansioni di lavoro in senso peggiorativo al rientro dalla maternità. La lavoratrice può essere spostata solo orizzontalmente e non demansionata”.

Puntate tutto sulla professionalità

Domande personali ai colloqui, assunzioni difficili e poca voglia di investire nel talento. Quindi cosa fare? La risposta, sotto forma di consigli pratici e pronti all’uso, la dà chi lavora in un’azienda di outplacement, anche lei donna, anche lei tra i 25 e i 35 anni. L'abbiamo incontrata di persona, ma ci ha chiesto di rimanere anonima perché teme critiche dai datori di lavoro. Ci ha raccontato che di colloqui lei ne ha vissuti tanti. E non solo sulla sua pelle. “Continuo a sostenere anch’io dei colloqui, è il miglior modo per tenersi in allenamento”. Lei è la tutor di chi si deve sottoporre ad un faccia a faccia per accaparrarsi un posto di lavoro. Si fa raccontare caratteristiche personali e trasversali, esperienze di vita vissuta, passioni e attitudini e prepara a rispondere alle domande più assurde, da chi è il tuo eroe, a “ti vedresti più come generale o come sacerdote?”. “Non c’è una risposta esatta a queste domande – confessa – Spesso il selezionatore le pone solo per capire chi ha davanti. Non dobbiamo dargli il tempo di arrivare fin qua. Un colloquio si gioca sui primi cinque minuti, su come si entra, su come ci si pone.” Primo consiglio: lasciare a casa tutto ciò che è personale. Poi serve delimitare l’obiettivo, confrontare ciò che voglio fare con quello che invece posso fare. “Un colloquio non si improvvisa, va preparato tenendo presente che dobbiamo mostrare il massimo della nostra professionalità. Serve studiare l’azienda, il ruolo per cui ci vogliamo candidare. Se riusciremo a vederci con gli occhi dell’azienda il gioco è fatto.” Esiste un modo per evitare le famose domande personali e discriminanti? “Esiste, basta attirare l’attenzione con carisma su di sé. Magari poi le domande verranno poste lo stesso ma non avranno lo stesso peso. Ti chiedono se hai figli? Rispondi con uno schietto sì, senza puntualizzare. Lascia che si prendano loro la briga di farti le domande. Io opto per la verità senza l’argomentazione”. Il profilo della madre in carriera può esistere, “dipende tutto da che cosa vuol dire per una persona essere una buona madre: essere a casa 24 ore su 24 o avere la propria indipendenza? La risposta è molto personale. Certo è che la mamma migliore è la mamma soddisfatta, qualsiasi sia il suo profilo lavorativo”.

Sì, è successo anche a me 

claudia gasparetto

Claudia Gasparetto, insegnante

L’hanno detto in tante all’inizio di questa indagine. Hanno risposto accorate all’appello, protestando, rompendo il muro della vergogna, impiegate, commerciali, commesse. Tra le voci, una ha voluto testimoniare la sua esperienza in direzione opposta. “Scrivo della mia storia felice di lavoro e maternità, così, per raccontare anche come potrebbe essere per tutte – inizia Claudia Gasparetto– Non ho fatto un vero colloquio di lavoro per cominciare ad insegnare. Gli unici sono stati la discussione di laurea e la discussione della tesina dopo i due anni di specializzazione per l'insegnamento. Con questi titoli mi sono iscritta in graduatoria con un punteggio di partenza, e ogni anno, se lavoro almeno sei mesi, aumento di 12 punti. L'ufficio scolastico provinciale e le singole scuole chiamano in base a quello, non ti chiedono niente altro, solo se hai la fedina penale pulita e se non ti trovi in situazione di incompatibilità con altri lavori. In caso di gravidanza si applica la legge alla lettera, senza sotterfugi o discriminazioni. Per il rientro con la riduzione per l'allattamento, si concorda l'orario con il dirigente scolastico. Io mi sono fatta tutti i mesi, anche la facoltativa. Sono precaria. Alla fine dei 9 mesi, rientri con le tue tette e le tue occhiaie, ma sempre al tuo posto. Se rientri dopo il 30 aprile, ovviamente non ti affidano le classi, ma le mansioni di contorno (ad esempio le supplenze) così il supplente finisce l'anno con i tuoi alunni. Io sono felice di essere madre, e sono felice di lavorare. Quello dell'insegnante è ancora un lavoro che ti permette di conciliare tutto”.

“Si, è successo anche a me”, magari un giorno lo diranno anche impiegate, commerciali, commesse, quando verrà chiesto loro se ai colloqui l’unica domanda personale posta sia stata sul loro casellario giudiziario e quando alla fine dei 9 mesi rientreranno sì con le occhiaie, ma sempre al loro posto.

 


Nota dell'autrice: Parlare di soprusi femminili è ancora un tabù, un tema scomodo da tacere per paura di essere nuovamente discriminate su altri posti di lavoro: lo dimostra il fatto che la maggior parte delle ragazze che hanno risposto via mail all’appello lanciato su Facebook, che le invitava a raccontare la loro storia, hanno chiesto di non essere riconoscibili. Per questo abbiamo scelto di mantenere il loro vero nome, e non di sostituirlo con uno di fantasia, occultandone però l’età e la provenienza.

Parlare di soprusi è però anche una necessità: le ragazze che hanno voluto testimoniare hanno scritto mail accorate e molto lunghe delle quali abbiamo riportato solo i passaggi più salienti.

 

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