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La follia della Grande Guerra e la scoperta degli italiani

Lo studio della Prima Guerra Mondiale, ultimamente, ha cessato di essere riservato alle grandi battaglie, ai grandi nomi e agli atti eroici, per diventare la guerra dei fanti contadini. La vita di tutti i giorni in trincea, le lettere a casa, l’impatto emotivo della morte di massa, la rielaborazione del lutto individuale e collettivo, sono divenuti temi fondamentali per ricostruire i fatti dell’epoca, colti nella sua più vasta complessità

“Mamma carissima, pochi minuti prima di andare all’assalto ti invio il mio pensiero affettuosissimo. Un fuoco infernale di artiglieria e di bombarde sconvolge nel momento che ti scrivo tutto il terreno intorno a noi… Non avevo mai visto tanta rovina. È terribile, sembra che tutto debba essere inghiottito da un’immensa fornace. Eppure, col tuo aiuto, coll’aiuto di Dio, da te fervidamente pregato, il mio animo è sereno. Farò il mio dovere fino all’ultimo.”

E’ questa una delle tante lettere che dal fronte italiano arrivano ai familiari. 

E’ la Prima guerra mondiale, di cui quest’anno si celebrano i cento anni dallo scoppio. Da quel 28 giugno quando l’arciduca austro-ungarico Francesco Ferdinando viene assassinato dal nazionalista serbo Gavrilo Princip a Sarajevo. La conseguente dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia ha luogo esattamente un mese dopo, il 28 luglio. Da quel momento tutte le maggiori potenze entrano in gioco. L’Italia un anno più tardi, nel 1915, gli Stati Uniti nel 1917, dando luogo ad una guerra che costerà più di quindici milioni di vittime militari e civili.

La Prima guerra mondiale è stata la prima guerra totale. Non si scontrano solo gli eserciti nei campi di battaglia, ma si mobilitano paesi interi, l’economia nella sua completezza e, mai come prima, le vittime civili sono numerosissime. Si bombardano paesi interi, si lanciavano gas nervini che annientavano i soldati nelle trincee ma avvelenavano anche i pozzi e le falde acquifere che danno da bere. Le donne prendono il posto degli uomini nelle fabbriche e si mettono a disposizione per produrre quanto occorre: armi, divise, macchine per sostenere i soldati al fronte. Tutti sentono di poter dare il proprio contributo e che la guerra, in un modo o nell’altro, è loro vicina. 

La Grande guerra è la prima vera esperienza collettiva degli italiani. Non lo è stato il Risorgimento, malgrado i migliaia di morti lasciati sul campo delle guerre d’indipendenza come a Solferino. Si tratta di, infatti, guerre di eserciti dove gran parte  della popolazione, soprattutto quella contadina,  rimane indifferente.  L’altra grande esperienza collettiva, che aveva accomunato italiani del Nord e del Sud, è l’emigrazione di massa iniziata nel post Unità d’Italia e che continua anche nei decenni successivi. 

Per la prima volta, militari e civili, adulti e bambini, uomini e donne, contadini e operai, gente del Settentrione e del Meridione, sono coinvolti. La guerra mette fianco a fianco nelle trincee veneti e sardi, lombardi e pugliesi, piemontesi e siciliani. Provengono per la maggior parte dall’Italia settentrionale  il 48%, da quella centrale il 23%, da quella meridionale il 17%, dalle isole il 10%. Imparano, per quanto possibile, a leggere e a scrivere nei campi di battaglia tanto è il desiderio di inviare e ricevere lettere dai familiari. Molte di queste missive vengono scritte in un italiano stentato, ma non in dialetto se non per certe inflessioni. Perché è quella la lingua che s’insegna e s’impara a scrivere. Lo stesso fanno i familiari dei soldati che aspettano le notizie. Per poter leggere o imparano loro stessi o vanno a chiedere a chi, alfabetizzato, è in grado di leggere per loro.

Le lettere, ma anche i diari, diventano un calmante dell’anima, un modo per rimettere un poco di ordine, per ridare un minimo di senso a quell’enorme follia che gli uomini al fronte vivono. Molti, infatti, se sfuggono la morte non ci riescono con la pazzia, vittime delle shock da combattimento non saranno più in grado di tornare ad una vita normale.

C’è il bisogno della comunicazione scritta, nella lontananza forzata: due miliardi di lettere e cartoline. Un'intricata rete di parole, di sensazioni, immagini, di sentimenti, di racconti passano attraversa tutto il territorio nazionale e lo rende più coeso. La penna si affianca al fucile. Pur nella tragedia, nel lutto e nel dolore, la Grande guerra è un momento di forte unione, di un rinnovato sentimento di appartenenza.

La guerra diventa un miscelatore sociale e culturale straordinario. Molti linguaggi, idee, conoscenze, tradizioni e costumi vanno a fondersi, costituendo un grande fattore di inclusione e di riconoscimento reciproco..

I militari italiani che stanno nelle trincee, lungo il fronte dell’Isonzo, sull’arco alpino orientale, da qualunque regione vengano sentono di essere ognuno al fianco dell’altro, di combattere ognuno per l’altro, contro quello che era ritenuto lo straniero nemico, i tedeschi e gli austro-ungarici. La scena finale del film di Monicelli La grande guerra , nelle vicende interpretate da Alberto Sordi e Vittorio Gassman, ci racconta questa fratellanza, l’orgoglio ritrovato difronte a quello che viene ritenuto il nemico ingiusto e crudele.

Ma quel sentimento di esser parte di uno stesso popolo, di comunanza, di lottare facendo in fondo, come nella lettera citata, il proprio dovere; anche se molti militari italiani sono consapevoli e critici all’idea di essere inviati al macello, falciati dalle mitragliatrici nemiche negli assalti, nasce proprio in un legame che porta all’eroismo per difendere l’amico, il proprio tenente, e chiunque avrebbe fatto altrettanto. Non si combatte per i generali, uomini scriteriati arrogantemente indifferenti a quella massa di contadini, spesso impreparati, arrivati ad uccidere e sfidare la propria morte, ma per chi si ritiene viva la stessa condizione, le stesse sofferenze, le stesse paure. E’ un’Italia che nasce dal basso, nei suoi piccoli grandi eroi, nella partecipazione totale delle famiglie all’evento, nello stare fianco a fianco, nel desiderare di comunicare e riconoscersi. E’ l’Italia della gente comune che emerge realmente, seppur nascosta nei libri di storia dalle vicende politico-geografihe e militari, dalle statistiche, dai patti, dai discorsi politici. E’ l’Italia della vittime senza nome.  

Lo studio della Grande guerra, ultimamente, ha cessato di essere riservato alle grandi battaglie, ai grandi nomi e agli atti eroici, per diventare la guerra dei fanti contadini. La vita di tutti i giorni in trincea, le lettere a casa, l’impatto emotivo della morte di massa, la rielaborazione del lutto individuale e collettivo, sono divenuti temi fondamentali per ricostruire i fatti dell’epoca, colti nella sua più vasta complessità, come nel bel testo di E.J. Leed Terra di Nessuno, oppure nel testo, più attento alle vicende italiane di Mark Thompson La guerra bianca.Vita e morte sul fronte italiano 1915-1919. E’ lo stesso Thompson a svegliare le nostre coscienze con a brani tratti proprio da alcune lettere: “E si ammazza così, a freddo, perché tutto ciò che non giunge nella sfera della nostra vita pare che non esista […]. Se io sapessi qualcosa di quel poveraccio, se lo sentissi parlare una volta, se gli leggessi le lettere che tiene accartocciate sul cuore, solo allora mi parrebbe di compiere un delitto uccidendolo così.”

E' a partire da questo punto di vista che molti ritengono quella guerra un evento che poteva e doveva essere evitato. Fu la guerra della paura tra gli Stati stessi, esasperati da nazionalismi irrazionali, incapaci di soffocare inutili tensioni, di annacquare immaginarie glorie, della stupidità umana, della vendetta che quando ha luogo non la fermi più. Fu la guerra delle tecnologie militari, mai così avanzate, che una volte messe in moto producono morti di massa.

E’ Emilio Lussu, autore del più importante racconto sui fatti italiani Un anno sull’altopiano, a riportare tutte le glorie, le esaltazioni iniziali alla tragica realtà, descrivendo, sul Carso, il momento più terribile, quello dell’assalto, come pure lo ricostruisce Francesco Rosi nel suo film Uomini contro : ” ‘Pronti per l' assalto!’ ripeté ancora il capitano. L' assalto! Dove si andava? Si abbandonavano i ripari e si usciva. Dove? Le mitragliatrici, tutte, sdraiate sul ventre imbottito di cartucce, ci aspettavano. Chi non ha conosciuto quegli istanti, non ha conosciuto la guerra. Le parole del capitano caddero come un colpo di scure…Due soldati si mossero e io li vidi, uno a fianco dell' altro, aggiustarsi il fucile sotto il mento. Uno si curvò, fece partire il colpo e s' accovacciò su se stesso. L' altro l' imitò e stramazzò accanto al primo. Era codardia, coraggio, pazzia?” E poi “…Contro di noi si sparava a bruciapelo. D'un tratto, gli austriaci cessarono di sparare. Io vidi quelli che ci stavano di fronte, con gli occhi spalancati e con un'espressione di terrore quasi che essi e non noi fossero sotto il fuoco. Uno, che era senza fucile, gridò in italiano:

– Basta! Basta!

– Basta! – ripeterono gli altri, dai parapetti…

– Basta! bravi soldati. Non fatevi ammazzare così.

Dalla nostra trincea, una voce aspra si levò:

– Avanti! soldati della mia gloriosa divisione. Avanti! Avanti, contro il nemico!

Era il generale Leone.”

E invece si facevano ammazzare. Così si moriva nella Prima guerra mondiale.

 

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