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La giustizia (la) trionferà. Ma bisogna sfondare il “tetto di Renzi”

Il rinvio a giudizio, per rivelazioni di segreto d’ufficio, del Dott. Domenico Gozzo, Procuratore Aggiunto a Caltanissetta, è una piccola tessera di un grande mosaico. Con un’appendice su “l’eredità morale” di “Giovanni e Paolo” e i 300.000 euro l’anno che attentano all’indipendenza e all’autonomia della magistratura 

Dico subito che, se anche fosse dimostrato, il fatto non sarebbe certo della massima gravità. Nella conversazione che il magistrato Domenico Gozzo avrebbe indebitamente rivelato, il detenuto Salvatore Riina, a colloquio con suoi familiari, fra l’altro avrebbe detto: “quest’anno la Juve è una bomba”, e taluni ritengono possibile cogliervi un risvolto non metaforico. Chiacchiere, insomma.

E’ una piccola tessera. Semmai potrebbe interessare il grande mosaico in cui si incastona. 

Il rinvio a giudizio è stato disposto dal G.i.p. di Catania. L’imputato, dicevo, in atto assume funzioni a Caltanissetta, ma lì giungendo da Palermo. Quello che accade oggi è infatti solo un ulteriore episodio di una rete di fatti, accuse, lotte, recriminazioni, che da Palermo nascono e a Palermo riconducono. Solo che, essendo Palermo capoluogo di regione, il campo marzio si estende anche fuori le mura, nei “territori dell’interno” e fino all’estremo oriente ionico. Talvolta, istituendo un ideale Ponte, persino attraversando lo Stretto e coinvolgendo l’avamposto reggino.  

La mappatura guerresca ricalca le regole sulla competenza per le indagini (e i processi) riguardanti i magistrati: Caltanissetta indaga su Palermo, Catania su Caltanissetta, Messina su Catania, Reggio Calabria su Messina. Chi va e dove va, è, dunque, questione della massima importanza, non inferiore all’assegnazione degli uffici direttivi. In genere i due momenti della carriera di un magistrato coincidono, quando cioè arriva un nuovo capo si guarda anche all’equilibrio territoriale, ma non è detto: innesti e sostituzioni, da un posto ad un altro, sono possibili anche in momenti diversi dall’assegnazione della direzione di una Procura.

Sul corpo e sull’anima della competenza territoriale reciproca (chi va e dove), come su ogni altra questione di potere giudiziario, esercita la sua insuperabile moral suasion, per così dire, l’Associazione Nazionale Magistrati, l’impero delle correnti, il centro di gravità del pianeta giustizia. Il CSM esegue.

 In questa materia le coincidenze non sono contemplate (come in quella delle percentuali dei figli di magistrati che entrano nella grande famiglia). Basti osservare che il Procuratore Generale di Catania (grado d’Appello) è il Dott. Giovanni Tinebra, già Procuratore della Repubblica a Caltanissetta; Procuratore della Repubblica di Messina è il Dott. Guido Lo Forte, già Procuratore aggiunto a Palermo; il Procuratore di Caltanissetta (dove è Aggiunto il Dott. Gozzo) è Sergio Lari, già Procuratore Aggiunto a Palermo; il Procuratore di Reggio Calabria, fino al marzo 2013 era il Dott. Pignatone, già Aggiunto a Palermo; Procuratore di Palermo è il Dott. Messineo, già Procuratore capo a Caltanissetta.

Ma torniamo al conflitto, alla linea di faglia. Cioè a Palermo, lasciando Catania. Un passo determinate è comprendere che la frattura è di tipo interpretativo. Sembriamo allontanarci, invece ci avviciniamo. La separazione è fra chi considera Cosa Nostra come gruppo criminale operativo, e chi la considera come gruppo criminale di relazione. Da un lato, delitti “visibili”, con solo specifiche appendici parassitarie nelle istituzioni; dall’altro, istituzioni ritenute sempre “a doppio fondo”, con i delitti “visibili” a fare da mere appendici esecutive.

E’ appena il caso di osservare che, per gli uni, se i delitti “visibili” diminuiscono ha un significato, e si sta meglio; la normalità della vita associata è una meta degna e desiderabile. Per gli altri, se i delitti “visibili” diminuiscono non significa molto e, anzi, probabilmente il “vero” significato è che stiamo peggio; la normalità della vita associata è una bestemmia da scongiurare con ogni energia. 

 Si comiciò con Falcone, come ricorderete; da una “piazza di Samarcanda”, gli venne urlato contro (Leoluca Orlando, Michele Santoro) che teneva nei cassetti le verità sui delitti politico-mafiosi degli anni ’80 (La Torre, Reina, Insalaco, Mattarella). Ovviamente Falcone e Borsellino non tenevano nei cassetti un bel niente; più semplicemente ritenevano che le istituzioni repubblicane e Cosa Nostra non costituissero in Sicilia un’unità, affermando al tempo stesso che, altrettanto ovviamente, un’associazione criminosa così diffusa sul territorio necessariamente cercasse e trovasse specifiche, ma non sistemiche, cointeressenze. Quando incriminò per calunnia il collaboratore Pellegriti che aveva accusato Lima, non escluse affatto specifiche e determinate ipotesi di reato (la concretezza e la precisione delle responsabilità erano un misterioso vezzo di Falcone, in effetti): escluse e, di fatto, incriminò, letture generiche che, dal delicato terreno dell’accertamento dei singoli reati, mirassero a trasmigrare su quello della propaganda, mediante equivalenze generalizzanti: Lima, Democrazia Cristiana, suoi alleati, Partito Socialista in primo luogo; e, di qui, tutta una “certa Italia”, pronta a riproporsi sotto nuove e sempre identiche bandiere. 

L’omicidio Lima colpì un uomo e non smentì Falcone; i processi “politici” degli anni ‘90 colpiranno il sistema, e, di fatto, tenteranno di smentire Falcone. Tanto vero che Falcone, da Direttore Generale degli Affari Penali, sarà accusato di essere “un nemico politico”. L’accusa “sistemica” verrà dal suo collega Mario Almerighi (ma fu solo uno dei tanti), di Magistratura Democratica. Sandro Viola, su Repubblica scrisse che era “un guitto” e, alla fine dell’articolo, dopo una montagna di insulti, si permise di definirlo “valoroso magistrato”, con ricercato senso canzonatorio. Il problema, dunque, non furono mai le singole ipotesi di reato, furono e sempre più sarebbero diventate le “interpretazioni”.

Dopo Capaci e Via D’Amelio, senza più nemici politici e guitti a ingombrare il campo, le letture sistemiche ebbero la meglio, come tutti ricorderemo. Da quel momento in poi, i nomi di Falcone e Borsellino verranno evocati (non voglio dire “usati”, anche se forse si dovrebbe) proprio a sostegno di quelle interpretazioni la cui negazione era loro valsa l’accusa di “tenere nascosti nei cassetti i processi”, la qualità di “nemico politico”.

 Cioè Falcone e Borsellino, da morti, verranno fatti testimoniare contro se stessi, contro le loro non-letture.

Sembrava tutto risolto, niente conflitti, niente più cassetti a nascondere intrecci politico-mafiosi. 

Questa “vittoria ermeneutica” ha però richiesto, in un ruolo di primo piano, la formazione di “chierici”, di “intellettuali”, che la sostenessero, che la rinnovassero ogni giorno, senza pause, senza dubbi e che, soprattutto, si dedicassero ad insabbiare certe imbarazzanti, pregresse, posizioni. Come quella su Falcone-Guitto, la medaglia al valore del Gruppo Espresso-Repubblica. Così si sono create formazioni di centauri, degli ibridi mostruosi in cui il controllore (il giornalista-intellettuale) e il controllato (l’uomo di potere-magistrato) anziché rimanere ben distinti, si fondevano in un’arma unica e compatta, puntata contro le sempre risorgenti “interpretazioni nemiche”. E lì è cascato l’asino, anzi, il centauro.

Perché, a furia di interpretare, i fili si sono ingarbugliati. Nel 1993, 15 Gennaio, era arrivato Caselli. Lo stesso giorno della mancata perquisizione della villetta di Via Bernini a Palermo, dopo l’arresto di Riina. Dell’Ottobre 1995 è il mancato arresto di Provenzano, nel casolare di Mezzojuso. Si rumoreggia. Riemergono acuminati e silenti contrasti fra Ros e Arma Territoriale (esplosi per la prima volta ai tempi del Dossier su Mafia e Appalti, 1991, quello del c.d. Tavulinu, De Donno versus Lo Forte; con querele, armistizi ecc) che si amplificano inevitabilmente quando giungono al grado più alto della catena di comando: la Procura. Si comincia in quegli anni ad alludere a quella che verrà poi chiamata trattativa, ai papelli, a Ciancimino e ai suoi tesori.

Nel 1999 arriva Grasso. Accuse fra lui e Caselli: tu tradisci la memoria di “Giovanni”, no la tradisci tu. E via così, più o meno per tutto il periodo della direzione Grasso, fino al 2006. Nel 2005, comunque il decennale contrasto non è più contenibile: si accusa il Generale Mario Mori e, in genere, il Ros. Comincia il processo per Via Bernini (Mori sarà assolto). In quell’occasione sostiene Caselli di non essersi fatto un’idea. Dopo dodici anni. Al “non essersi fatto un’idea”, Giuseppe D’Avanzo, fin lì Alto Protettore di ogni iniziativa “sistemica”, spara ad alzo zero. E’ il 20 Febbraio 2005. Su “Repubblica” si legge che questa posizione “gli è interdetta dalla decenza”. E’ la Wittenberg della gazzette, lo scisma fra i tutori dell’interpretazione, fra i militanti delle “tastiere per la legalità”. 

Ma, in realtà, è solo una faccia della medaglia; l’altra riguarda Caselli e Grasso, tutti eredi di “Giovanni e Paolo”, come dicevo, tutti “esperti di sistema”. Tutti legati a Palermo. 

Da allora, questa seconda linea di faglia, si è sovrapposta alla prima. Nel 2006 subentra Messineo, e comincerà la grande stagione del Procuratore Aggiunto Ingroia: Massimo Ciancimino, icona dell’antifamia. Nel 2008, D’Avanzo prende di petto l’Avversario su carta, Marco Travaglio, e scrive in modo sospettoso delle sue vacanze estive, nel 2002 e nel 2003, a Trabia e ad Altavilla Milicia, vicino Palermo, durante le indagini Cuffaro-talpe-Ingegnere Ajello-Clinica di Bagheria-Provenzano. Ti sei fatto pagare le vacanze, dice uno. Seguono risposte, rispostacce, ricevute di pagamento e varie altre amenità. Non è chiaro quanto c’entrino le quote di mercato, visto che sia Repubblica che il Fatto Quotidiano, provengono dalla stessa “area interpretativa”, quella sistemica, quella dell’Italia peggiore e dell’Italia migliore. E’ chiaro però che se le danno senza guantoni.

Il rinvio a giudizio del Dott. Gozzo per avere rivelato a due giornalisti del Fatto Quotidiano (e ad uno di un giornale locale siciliano) si inquadra in questo contesto: un pozzo senza fondo in cui ci siamo appena affacciati. Un contesto in perenne e opaca ebollizione. Naturalmente, giustizia (la) trionferà e tutto sarà chiarito.

 

Il pezzo è concluso. Ma mi sono venuti in mente due pensieri, chiamiamoli corollari della memoria. Sicchè ve li rassegno così come mi sono venuti.

Il primo riguarda l’eredità morale di “Giovanni e Paolo”, variamente rivendicata negli anni dai due “nemici a Palermo”, Grasso e Caselli. Il Dott. Grasso è Presidente del Senato. Bella carriera, non c’è che dire. Il Dott. Caselli, oltre ai ruoli specificamente giudiziari, è stato anche Direttore dell’Amministrazione Penitenziaria. E’ andato in pensione da Grand Commis d’Etat. 540.000 euro annui, l’un per l’altro. Ma Renzi vuole un limite unico a 300.000. Allora il Nostro chiede alla Corte Costituzionale che dichiari illegittimo il “tetto”; se la Corte accogliesse la questione sollevata, tutti i c.d. supermanager potrebbero superare il limite richiesto. Ma questo, per il Dott. Caselli, deve essere stato un dettaglio trascurabile. Infatti, è chiaro che gli sta a cuore la questione di principio: ha scritto che il trattamento imposto, 300.000 euro annui, pregiudicherebbe “l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”. Quando “Giovanni e Paolo” furono mandati all’Asinara perché urgentemente minacciati, e lì scrivessero l’Ordinanza-Sentenza istruttoria del Primo Maxi-processo, per la “vacanza”, gli venne richiesto regolare pagamento. Pagarono e nessuno ne seppe nulla per molto tempo. Nemmeno la Corte Costituzionale.Falcone Borsellino

Il secondo corollario riguarda l’eredità più propriamente investigativa di “Giovanni e Paolo”. Pochi giorni dopo quello in cui sarebbe saltato in aria a Capaci, “Giovanni” si sarebbe dovuto recare a Mosca per incontrarsi col Procuratore Generale di Mosca Stepankov. Questi cercava circa 700 miliardi di rubli spariti dalle casse del PCUS (il Rublo il giorno della strage quotava 1480 contro la Lira, il Dollaro 1220) e stava valutando l’ipotesi che i “partiti fratelli” potessero avere avuto un qualche ruolo nella “sparizione del tesoro”. Soprattutto, voleva approfondire il sospetto che ci fosse un coordinamento fra Cosa Nostra e associazioni criminali russe (queste, caduti i muri, in effetti facevano capo a ex uomini di apparato che stavano sbranando il ricco cadavere sovietico).

Questa, fra le ipotesi sistemiche, era la più sistemica di tutte. Falcone aveva ritenuto “interessanti” le proposte investigative di Stepankov; non essendo operativo, ne parlò anche con Borsellino. Ma Falcone era notoriamente un perdigiorno che amava inseguire le farfalle e non i flussi di denaro. Un guitto, giustappunto. E poi era un “nemico politico”. Perciò il silenzio assoluto fedelmente osservato in più di vent’anni su questo versante è pienamente giustificato. Come anche il dileggio verso ogni, anche solo timida, perplessità.      

 

 

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