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L’Odissea europea e il Renzi arenato ad Itaca

di Elisabetta De Dominis
Matteo Renzi pronuncia il discorso al Parlamento europeo per l'inaugurazione del semestre di presidenza Ue dell'Italia

Matteo Renzi pronuncia il discorso al Parlamento europeo per l'inaugurazione del semestre di presidenza Ue dell'Italia

I miti si possono leggere in tanti modi, ma non se ne può stravolgere il messaggio e inventarsene uno nuovo. Perché qualcuno potrebbe pure osservare che noi italiani vantiamo la fondazione extracomunitaria di Roma, caput mundi, visto che Enea fuggì dall’Asia minore

 

Renzi in Italia va a gonfie vele. In Europa naviga a vista. Anzi, galleggia su un’isola. Un’ipotetica Itaca. Come Telemaco, il figlio di Ulisse, che trascorse la vita aspettando il padre il quale, una volta tornato, avrebbe dovuto decidere il da farsi. Telemaco come tanti “figli di…” nomi illustri, che scimmiottano l’allure paterna. 

Come ha fatto Renzi a dire a Strasburgo che “c’è una generazione nuova che ha il dovere di riscoprirsi Telemaco, di meritare l’eredità” dei padri fondatori dell’Unione europea? Telemaco non è un esempio pertinente perché non si diede molto da fare, a parte pregare gli dei di dargli una nave per andare a chiedere notizie del padre ai suoi compagni d’armi, reduci da Troia. Certo Renzi ora è come l’unto del Signore, visto che ha ricevuto il premierato quasi per grazia divina. Ma almeno ci ha messo del suo facendo un colpo di mano. E ben ha fatto a sfoggiare autorevolezza anche in sede europea: era ora di mostrare i muscoli e dire alla Germania che non accettiamo lezioni da lei visto che nel 2003 ha sforato i tetti del Patto di Maastricht. 

Cosa c’entra poi paragonare l’Europa al vecchio Anchise, padre di Enea? Enea, fuggendo da Troia in fiamme, si portò sulle spalle il padre. La vecchia Europa sarà pure un fardello per i giovani d’oggi, ma cosa sarebbero senza? Se Enea si portò Anchise sulle spalle, era perché rispettava il padre e lo amava, nonostante la sua infermità. Riconosceva i valori che gli aveva insegnato e la sua autorevolezza, tanto che si portò via pure i Penati, gli spiriti protettori della famiglia e dello Stato.

I miti si possono leggere in tanti modi, ma non se ne può stravolgere il messaggio e inventarsene uno nuovo. Per dare l’impressione di essere acculturati. Perché qualcuno potrebbe pure osservare che noi italiani vantiamo la fondazione extracomunitaria di Roma, caput mundi, visto che Enea fuggì dall’Asia minore. E già i nordici hanno non pochi pregiudizi nei nostri confronti: meglio non parlare a vanvera. Sarebbe stato semmai meglio che Renzi si fosse portato Anchise sulle spalle a Strasburgo: se è arrivato dove è arrivato, di qualche insegnamento patrio avrà fatto tesoro. Il nuovo che avanza deve riconoscere sempre da dove viene, quali sono le sue origini, per sapere chi è. Renzi viene dalla democrazia italiana, che nel bene o nel male l’ha forgiato. Vedremo se solo parla come un democristiano o anche fa come un giovane che si rimbocca le maniche. Se riuscirà ad essere un uomo nuovo e fare dei nuovi italiani. Le speranze sono tutte con lui. 

Cominci dunque a cambiare rotta: agli italiani non serve dare soldi, ma lavoro. Il sussidio di 80 euro in busta paga è una elargizione di cristiana memoria, che ha provocato l’ennesimo aumento delle tasse. Abbia il coraggio invece di tagliarle ai piccoli imprenditori, titolari di ditte individuali che rischiano in proprio, e ai professionisti che lavorano con partita iva, per i quali oggi il lavoro c’è e domani non c’è, ma lo Stato gli chiede l’anticipo delle tasse per l’anno venturo. Faccia una bella riforma fiscale. Pretenda nel semestre di presidenza europea un medesimo regime fiscale in Europa e un uguale costo del lavoro. Non possiamo avere nella Ue degli Stati all’Est che si rifanno il look e si riempiono la pancia con i nostri contributi e poi ci fanno la concorrenza con il costo del lavoro di un operaio a 150 euro il mese. Altrimenti anche Renzi continuerà a riempire i forzieri delle banche e di quei grandi imprenditori che sfruttano il prossimo e il proprio Paese.

Stiamo celebrando la Prima guerra mondiale dalla quale pur uscimmo vittoriosi ma riuscimmo a calare le braghe di fronte al neonato regno dei Serbi, Croati e Sloveni, regalandogli la Dalmazia. Facile fare gli storici, avendo radici al di qua del confine italiano orientale, come Marina Cattaruzza, che ha appena sfornato L’Italia e la questione adriatica, e Sergio Romano che ne parla sul Corriere, sostenendo che l’Italia rinsavì cedendo, per pensare a un futuro sullo stesso mare. Abbiamo visto quale.

Facile dire che in Europa non ci sono più i confini, solo perché essa accoglie cani e porci. I confini sono rimasti negli animi, come in quelli tedeschi. E non dovremmo porre i paletti intorno al nostro giardino per non farcelo sporcare? Ma per pretendere rispetto, bisogna sapersi far rispettare, forti di mettere in campo fatti non solo parole.

 

 

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