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La calata dei nordisti

Risotto alla milanese contro carbonara, matriciana e cacio e pepe: la storia si è ripetuta e come i Lanizichenecchi anche i nordisti hanno messo a sacco Roma, ma a Roma si trovano benissimo…

Vent’anni fa in Italia andava per la prima volta al potere Silvio Berlusconi, creatore d’un partito che, nonostante i proclami, movimento non era: Forza Italia, una grossa conventicola di democristiani e di socialisti, i quali socialisti manco sapevano che cosa fosse il Socialismo che a suo tempo aveva avuto capi illustri, sebbene talvolta indecisi se abbracciare il massimalismo o il riformismo, l’interventismo o il neutralesimo. Una consorteria puntellata con sospetta bramosia da Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini e Umberto Bossi. “Assemblea” di individui stanchi del “digiuno”, ansiosi di prendere parte al grande banchetto, al banchetto del nocivo, debilitante neo-liberismo. Li abbiamo visti coi nostri stessi occhi.

Bossi, la Lega… Nel 1994 Bossi dettava legge da almeno un paio d’anni. Gli veniva permesso dettar legge. Minacciava un giorno sì e uno no la “secessione”. Col beneplacito, guarda caso, di nazionalisti quali Berlusconi e Fini, sputava sul Tricolore, sferrava invettive a “Roma ladrona”. Arrivò a dire che la Lega disponeva di migliaia e migliaia di fucili coi quali far fuoco, appunto, su “Roma ladrona”. Quasi senza sosta, i leghisti violavano leggi, leggi della Repubblica Italiana. Le violavano con una stomachevole impunità. Le infrangevano con voluttà, con la voluttà, come si dice a Roma, dei “pidocchi rifatti”, che altro loro non erano, altro non sono. Bastava guardarli, bastava ascoltarli: voci roche e sgraziate, sagome tagliate con l’accetta. Discutibile il loro abbigliamento: il marrone col nero, cravatte fantasia su camicie fantasia…l’obbrobrio. L’obbrobrio di italiani rimasti senza un briciolo di senso estetico.

Con Berlusconi, Bossi, Fini e Casini assistemmo alla calata dei “nordisti”, dei settentrionali di marca lombarda (poi piemontese), calata non tanto dissimile da quella dei Lanzichenecchi che nel 1527 misero appunto a sacco Roma dopo aver devastato il Veneto, l’Emilia, la Romagna, l’Alto Lazio. La Storia si ripeteva, era impressionante.

I “nordisti” si dichiaravano sostenitori della meritocrazia, ma subito dopo si dimostrarono praticanti di un nepotismo e di un clientelismo perfino sconosciuti ai Fanfani, ai Moro, ai Rumor, agli Zaccagnini. Agitavano la bandiera del “cittadino qualunque”, ma intanto concedevano spazio alle aziende della grande distribuzione alimentare. Non mettevano affatto in questione l’appartenenza dell’Italia alla Ue, salvo poi sparare sulla Ue quando era ormai troppo tardi. Non batterono ciglio neppure quando l’Italia venne consegnata al nodo scorsoio chiamato euro.

Ma a un certo punto Bossi e Berlusconi litigarono di santa ragione e la Lega ritirò l’appoggio al governo del piazzista meneghino. La stessa cosa sarebbe poi successa intorno al 2011 fra il Cavaliere e il Fini grosso “dialettico”, sapete, uno di quelli che imparano a memoria dozzine e dozzine di frasi da snocciolare poi in comizi e talk-show. Ci coglie la curiosità di sapere per quale mai ragione gli alleati “di ferro” d’un tempo litigarono anch’essi. Di sicuro litigarono su questioni assai prosaiche, tristemente prosaiche: bottegaie.

La calata dei “nordisti”, una sventura, ancora peggiore del “regno” dell’inossidabile, imperturbabile De Mita, irpino tutto d’un pezzo eppur malleabile, accondiscendente: uno da studio antropologico! Ma De Mita uno stile lo aveva; aveva il “phisique du role”. I “nordisti” nemmeno quello hanno. Guardate Galan, guardate Borghezio e Maronì…

La calata dei “nordisti”, il “reame” dei leghisti e dei berlusconiani, pochi anni fa riappacificatisi in maniera, ancora una volta, sospetta, come del resto tutto, ormai, è sospetto in Italia, in questa Italia senza più regole, senza più doveri, salvo quelli che ha il cittadino nei confronti d’un Fisco esoso, di Comuni anch’essi esosi. La Lega “reame” più non è, sebbene faccia sentire ancora la sua presenza qua e là. Ma se Fini ha finalmente tolto il disturbo (ci sarebbe da fare luce anche su questo), Silvio Berlusconi resta e il Renzi lo invita, lo ascolta, forse il “capo” della “sinistra” ne subisce il “fascino”: il capo della “sinistra” corteggia un uomo che agli scranni costituzionali mandò una impresentabile ragazza quale la Minetti, un uomo idolatrato dalla Santanchè, la quale in altra epoca il Parlamento lo avrebbe giustamente visto solo in cartolina.

La calata dei “nordisti”, dei lombardi i quali oltraggiano Roma, ma a Roma si trovano benissimo. C’è un bel Sole a Roma, anche a gennaio, a febbraio. A Roma non ti servono l’anonimo risotto alla milanese: ti servono carbonara, matriciana, spaghetti cacio e pepe, melanzane! Li vedo quasi ogni giorno giostrare euforici in Corso Vittorio, in Via del Corso, in Galleria Colonna. Loro, i padroni, i “vestiti a festa”, sono sguaiati, pretenziosi. Dice che hanno i giorni contati. Magari! Noi non crediamo che abbiano i giorni contati i “nordisti” acerrimi nemici d’una Roma che seguitano con indecenza a mungere. Come viene munta da Berlusconi e dai suoi accoliti.

 

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