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L’inutile circo dei Bronzi di Riace travestiti, triste simbolo del fallimento calabrese

Esplode la polemica per gli scatti fotografici versione “trans” dei due guerrieri calabresi realizzati da Gerarld Bruneau, fotografo noto anche per essere stato allievo di Andy Warhol. Intuizione artistico-geniale o trovata di pessimo gusto? La soprintendenza sapeva ma non aveva autorizzato la diffusione delle immagini 

Un tulle da sposa, un boa di piume fucsia, un tanga leopardato ed un finto bouquet inserito nella mano che in tempo reggeva un valoroso scudo. Le immagini dei Bronzi di Riace travestiti fanno il giro del web. Il risultato è pessimo. Dissacratore di una classicità e di una bellezza che non viene affatto valorizzata ma svilita da un concetto ormai stantio e superato: il travestimento. 

Cosa è accaduto? Chi ha autorizzato questo scempio?

Nel febbraio 2014 la Regione Calabria coinvolge una serie di fotografi internazionali per realizzare un progetto di promozione dei Bronzi di Riace soprattutto nei paesi esteri. 

vTra i vari professionisti ci sta anche Gerarld Bruneau, che collabora con delle testate inglesi e tedesche. Il fotografo mostra a Simonetta Bonomi, soprintendente ai beni archeologici della Calabria, una sua foto che ritrae l’opera dedicata a Paolina Borghese avvolta da un drappo rosso, e propone alla donna di arricchire i suoi scatti ai guerrieri di Riace con un drappo di tulle bianco. La soprintendente, affascinata dalla foto della Borghese, autorizza “l’esperimento”. Ma al tulle bianco vengono aggiunti il perizoma leopradato, il boa colorato ed i fiorellini. 

Passano diversi mesi da quel set fotografico ma nei giorni scorsi le foto vengono pubblicate: per prima sul sito Dagospia per poi essere riprese da altre testate giornalistiche. Scoppia la polemica.

La Bonomi si difende: “sono scatti non autorizzati”. La soprintendente sapeva di quelle foto che a suo stesso dire sarebbero “terribili”, ma non ha mai fatto nulla ne per recuperale, né per bloccarne la pubblicazione visto che “non erano autorizzate”.  Di questa vicenda se ne ne lava le mani dichiarando: “ pensavo che Bruneau le tenesse per se…”.

I guerrieri secondo Vittorio Sgarbi: “I Bronzi di Riace ostaggi della ‘ndrangheta!”

Ci mancava l’opinione del critica-tutto Vittorio Sgarbi che attacca in maniera plateale la gestione dei due guerrieri. La ‘ndrangheta, ormai prezzemolo in ogni minestra, fa sempre notizia, vale la pena tirala in ballo anche per i poveri Bronzi, giusto per attirare più clamori. La sua è un’affermazione forte ma fuori luogo. In Calabria non si può ridurre ne rimandare tutto alla ‘ndrangheta, persino la mala gestione di due opere d’arte straordinarie che in qualsiasi altro posto del mondo sarebbero una preziosa risorsa per l’intero territorio. Manca la “cultura del valore”, la consapevolezza di una così grande bellezza che non siamo mai stati in grado di amministrare, valorizzare e tantomeno difendere. Forse Sgarbi con il termine ‘ndrangheta si riferisce a quella mentalità diffusa che ormai è una forma di identità radicata a certe latitudini, che non fa decollare il Sud né la Calabria. Allora si, mi trova d’accordo che i Bronzi, come tutte le altre meraviglie calabresi, sono completamente ostaggio di quell’ignoranza che prevarica anche la bellezza al punto di annullarla. 

I Bronzi di Riace paladini dell’Expo 2015: paure e contraddizioni

Le foto kitsch di Bruneau vengono pubblicate proprio nei giorni in cui si discute e si polemizza di un’eventuale partecipazione delle due statue all’Expo 2015.

La Bonomi si dice sorpresa. “ Spostare i Bronzi li espone a rischi di danneggiamenti e di perdita. È un dato di fatto. Come sorpintendenza lo diciamo da 30 anni, evidentemente ci si dimentica che queste statue hanno 2500 anni di cui 2000 trascorsi sott’acqua ( e gli altri 500 anni dove???). E comunque ancora nessuno ne ha fatta esplicita richiesta.” 

studioI Bronzi di Riace, per quanto possenti nella loro forma, sono assolutamente fragili nella loro sostanza. Ma questo, giusto per ricordarlo alla Dottoressa Bonomi, dovrebbe valere in ogni caso. Bruneau nel suo set fotografico, documentato anche da un video, non pare che abbia utilizzato delle precauzioni particolari vista la specifica delicatezza delle opere d’arte. Nelle immagini non abbiamo riscontrato appositi guanti, tantomeno sappiamo se quei tessuti erano privi di polveri o batteri, visto che, per conoscenza dei nostri lettori, prima di accedere nella sala che custodisce i due guerrieri ogni visitatore deve attendere qualche minuto in un’anticamera appositamente realizzata che neutralizza eventuali organismi dannosi per le due statue.  

Cosa risponde in merito la soprintendente?

Inoltre la Bonomi dichiara che "i sorveglianti hanno bloccato Bruneau quando l'hanno visto utilizzare altro materiale". Ma dalle stesse foto che documentano il set si vedono degli uomini, forse gli stessi commessi del museo con i pass attaccati al collo, osservare tranquillamente il lavoro del fotografo.

È mai possibile che durante dei set fotografici ad opere d’arte cosi preziose non ci sia un servizio di sicurezza preposto che abbia delle direttive chiare su quello che ogni singolo professionista debba fare?

E se Bruneau preso dal suo estro creativo avesse voluto aggiungere del make up sulla statua? Magari un rossetto sgargiante? …a questo punto mi viene da pensare che avrebbe potuto farlo.

I Bronzi di Riace patrimonio dell'umanità

In questi giorni ho letto numerosi commenti e diverse opinioni circa questa performance “non autorizzata” di Bruneau. Io la trovo inutile e deprimente, nonostante ci sia sempre chi, affannandosi a sostenere  l’evoluzione del concetto di contaminazione artistica e la nuova frontiera della cultura, ritiene quegli scatti un capolavoro. 

I bronzi rappresentano gli albori di un mondo da cui tutto è partito. Sono icone di una sensiblità antichissima, di un’arte che traduce le nostre radici e la nostra storia di gente del Mediterraneo. Sono espressione semplice di una bellezza intesa nel suo concetto più classico, cioè come perfezione delle forme, e non necessitano di scorciatoie o di espedienti per farsi conoscere. I Bronzi di Riace non hanno bisogno di travestirsi di clichè convenzionali per far parlare di loro. Non sono giocattoli per far divertire, né manichini da vestire e svestire. Sono patrimonio di tutti.

La soprintendenza calabrese deve delle risposte alla cittadinanza per questo circo inutile. Pare che siano scattate addirittura delle indagini. Bene, che ognuno si assuma le proprie responsabilità, soprattutto chi è preposto a gestire un patrimonio culturale di tale importanza.  

Museo fantasma nel mezzo del nulla

I Bronzi pagano il prezzo di 30 anni di cattiva gestione artistico-promozionale da parte di amministratori ignoranti ed incapaci che li hanno trasformati in un simbolo triste dell’ennesimo fallimento calabrese. Anche le campagne promozionali realizzate negli anni passati, in cui le due statue erano protagniste, sono state sempre banali ed infelici. Forse è tempo di cambiare direzione. Basta con le tarantelle, la nduja, le faide ed i bronzi dissacrati. La Calabria può essere molto altro.

Spostarli? Sì, con le dovute garanzie e precauzioni. Potrebbe addirittura essere un modo per far cassa ed investire gli eventuali entroiti nel potenziamento e nella promozione della struttura museale reggina ricca di numerose altre bellezze. I bronzi bisognerebbe farli conoscere ed apprezzare, restituire loro la gloria che meritano invece di tenerli segregati in un museo fantasma, in una città dove arrivarci costa quanto un volo internazionale. 

 

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