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Responsabilità civile dei magistrati e la concezione della giustizia/transustanziazione

Troppi magistrati, troppi giudici nei loro comportamenti, nella concezione di come si deve esercitare la loro funzione, sono simili al presidente della Corte Suprema Riches immaginato da Leonardo Sciascia ne “Il contesto”. E le proposte di riforma? Ancora un bla-bla, un pio-pio, un bau-bau...

Non esiste paese civile al mondo dove il magistrato che sbaglia nei confronti di un cittadino, tenendolo in carcere per giorni, settimane, mesi, ingiustamente, non sia chiamato a risponderne. Se ne deduce che l’Italia non fa parte dei paesi civili; la conferma viene dalle ripetute condanne che giungono dalle corti di giustizia d’Europa, dai richiami ultratrentennali che segnalano come l’Italia sia un paese “tecnicamente” fuori legge. Fuori dalla legge non che può piacere e gradire a chi scrive o a voi che leggete; fuori dalla legge che lo stesso paese si è dato. Chiedere a un cittadino italiano di essere “obbediente”, ammonirlo che non c’è ignoranza che tenga, perché è cosa che non viene ammessa, e poi vedere che lo Stato per primo di quelle leggi e norme non tiene conto, beh, si ammetterà, è cosa che lascia l’amaro in bocca.

Il fatto è che in Italia troppi magistrati, troppi giudici nei loro comportamenti, nella concezione di come si deve esercitare la loro funzione, sono simili al presidente della Corte Suprema Riches immaginato da Leonardo Sciascia ne “Il contesto”, racconto che comincia a scrivere “con divertimento, e l’ho finito che non mi divertivo più”. Cosa teorizza, Riches? Che l’amministrazione della giustizia è simile al mistero della transustanziazione, il pane e il vino che diventano corpo, sangue e anima di Cristo: “Il sacerdote può anche essere indegno, nella sua vita, nei suoi pensieri: ma il fatto che è stato investito dall’ordine, fa sì che ad ogni celebrazione, il mistero si compia. Mai, dico mai, può accadere che la transustanziazione non avvenga. E così è un giudice quando celebra la legge: la giustizia non può non disvelarsi, non transustanziarsi, non compiersi. Prima il giudice può arrovellarsi, macerarsi, dire a se stesso: non sei degno, sei pieno di miseria, greve di istinti, torbido di pensieri, soggetto a ogni debolezza e a ogni errore; ma nel momento in cui celebra, non più. E tanto meno dopo…”. 

Questa concezione della giustizia/transustanziazione è il problema, la questione; e s’arriva, come si è arrivati, al punto che si tratta di difendere lo Stato, ma tutti noi, da coloro che lo Stato lo rappresentano; abbiamo uno Stato detenuto, che andrebbe liberato, ma anche solo aprire “semplici” crepe è faticosissimo. Discorso lungo, complesso che si può riprendere in altra occasione; e lungo preambolo, ma necessario, per il discorso che qui e ora si vuol fare. A  la Repubblica il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha detto che non farà vacanze, al lavoro pure a Ferragosto "perché entro il 20 metterò on-line sul sito del ministero i 12 punti della riforma". Solo un primo passo, perché da settembre sarà “pronto a partire con i singoli testi” di quella che nientemeno definisce “la più importante manovra sulla giustizia degli ultimi vent'anni, visto che tocca i temi più dibattuti, dal Csm alla prescrizione, dalla corruzione al processo civile”. Gongola, Orlando: perché con il voto sulle carceri, "è stato fatto un importante passo avanti… abbiamo evitato condanne da 300 milioni di euro e stabilito un principio di civiltà".

Topolino partorito dalla montagna? Chi si loda s’imbroda? La saggezza popolare avrebbe molti modi per definire questo autocompiacimento Orlandiano. Ma diamo un’occhiata a queste linee guida, spacciate, l’abbiamo visto, come “la più importante manovra sulla giustizia degli ultimi vent’anni”. Leggiamo così che l’area di responsabilità dei magistrati verrebbe ampliata, si supererebbe il filtro di ammissibilità per questo tipo di cause, vi sarebbe la certezza della rivalsa nei confronti del magistrato e un incremento della soglia di rivalsa, il cui limite verrà portato fino alla metà dell’annualità dello stipendio. La si giri come si vuole: la responsabilità civile resta indiretta. Il cittadino non avrà la possibilità di rivalersi sul singolo magistrato; l'azione è condotta nei confronti dello Stato, che può poi decidere se procedere nei confronti del magistrato. E bisognerà accertare il "cattivo uso del potere giudiziario", la "violazione manifesta delle norme applicate", il "manifesto errore nella rilevazione dei fatti e delle prove".  

Naturalmente per l’Associazione Nazionale dei Magistrati è un “un dato positivo l'azione resti indiretta", cioè non sia possibile al cittadino chiedere il risarcimento per il pregiudizio subito direttamente al magistrato: "lo impongono i principi della Costituzione che garantiscono l'indipendenza dei magistrati, ma anche la stessa Europa esclude l'azione diretta", dice il presidente dell’ANM, a cui bisognerebbe pur chiarire la costituzionalmente prevista indipendenza non significa che il magistrato ha diritto all’irresponsabilità. Cosa paventa l’Associazione Nazionale Magistrati? Lo dice Rodolfo Sabelli, il presidente: “Si rischia di aumentare a dismisura i ricorsi, anche strumentali, contro i magistrati”. E che, vogliamo correre questo rischio, abituati come siamo, alla pacchia di sempre? Un piccolo ma combattivo quotidiano, il Garantista, titola: “Medici denunciati 600mila. PM denunciati: 4. Strano”. PM denunciati, in 26 anni di legge Vassalli sulla responsabilità civile, quattro!. Più che strano, surreale. La dice lunga su come funziona (o meglio, non funziona) questa legge, la dice lunga su come funziona (o meglio, non funziona) il Consiglio Superiore della Magistratura. E come funzionino (o meglio, non funzionino) le cose lo comprende un lettore attento dei giornali: che riportano ogni settimana almeno uno o due casi di cittadini accusati di crimini gravi, tenuti in carcere per giorni e settimane, e poi, quando va bene, con una pacca sulle spalle scagionati. 

Come da allora sia mutato poco, e quel poco non in meglio ognuno lo sa e lo vede. La conferma della strumentalità di certe affermazioni, di certe prese di posizione, le resistenze anche alle pur minime riforme che chiamare riforme è tanto, troppo, ci viene dal procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio: “Se si pensa di sanzionare un magistrato con una pena pecuniaria, si sbaglia…così incrementeranno soltanto i premi delle assicurazioni. Tutti noi giudici siamo assicurati e paghiamo anche tanto queste assicurazioni. Ecco perché la pena pecuniaria non è un deterrente per i nostri errori…meglio sanzionare in termini di carriera. E’ molto semplice. Anche con la sospensione dal servizio. Oppure, nei casi più gravi, arrivando alla destituzione. Questa si che funzionerebbe come deterrente”.

Per inciso: Nordio fornisce un esempio rivelatore di come questo Governo sia composto da Paperoga che fanno e improvvisano, il beau geste che vorrebbe meravigliare e invece, ti fa scuotere la testa preoccupati: “Nella riforma della Pubblica Amministrazione c’è una parte che riguarda la giustizia in maniera importante e secondo me non se ne sono nemmeno accorti di cosa stanno approvando: lì dove si dice che i giudici andranno in pensione a 70 anni invece che a 75. In un solo colpo decapitano almeno 550 posti apicali di giudici presidenti di tribunali, giudici di Cassazione, di Corti d’Appello, procuratori capi…Significa la paralisi del Consiglio Superiore della Magistratura: in media ci mette sei mesi a nominare un procuratore capo di posti come Roma o Palermo. Come faranno a nominarne 550 tutti insieme? Sarà un effetto tsunami”.

Questa è la situazione, questi sono i fatti. Tutto il resto è noia, un inutile bla-bla, un insopportabile pio-pio, un avvilente miao-miao.

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