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Quando tra i fiorentini giunse l’ora di regolare i conti

Nel Ferragosto di settant’anni fa, a Firenze, raggiunse il suo apice la lotta tra fascisti e partigiani: al Campo di Marte, in Santa Croce, in Santo Spirito, i partigiani, quasi del tutto comunisti, uscirono allo scoperto, e lo fecero con ardimento, con sprezzo della propria vita. Si fecero sotto con decisione, con la collera di chi credeva di aver subito torti enormi 

E’ Ferragosto. Ferragosto “di pace”. Nella “pace” che sommerge, schiaccia gli Italiani i quali non reagiscono, non si coalizzano… Non passano, no, al contrattacco. Al contrattacco che vorremmo noi: quello incruento, condotto con alto senso di responsabilità, e questo nel segno del rispetto verso le istituzioni. Nel segno di una controffensiva mirabilmente ghandiana! Quotidiana, spettacolare, dolce quanto ferma, granitica. Coraggiosa. Paziente. Un certo risultato forse lo otterrebbe.

Ferragosto… Nel Ferragosto di settant’anni fa, a Firenze, raggiunse il suo apice la lotta tra fascisti e partigiani iniziata ai primi del mese con l’ordine insurrezionale lanciato dal Comitato di Liberazione Nazionale: al Campo di Marte, in Santa Croce, in Santo Spirito, i partigiani, quasi del tutto comunisti, uscirono allo scoperto, e lo fecero con ardimento, con sprezzo della propria vita. Con disinteresse! Non erano, no, animati da sete di guadagno e di ricompense, una volta battuto per sempre il Fascismo creato nel 1919 dal “traditore dei socialisti”. Avevano una loro idea dell’Italia come essa sarebbe dovuta uscire dal cataclisma della Seconda Guerra Mondiale. Era un’idea sana, un’idea giacobina, ma non troppo giacobina… Era condivisibile, anche se un poco manichea, ma a volte anche il manicheismo troppo male non fa…

Così, antifascisti di ogni estrazione sociale si gettarono allo scoperto: operai, falegnami, muratori e studenti d’università, medici chirurghi, impiegati, imprenditori. Non erano armati poi tanto bene: secondo fonti dell’epoca, non disponevano che di due o tre mitragliatici, qualche mitra, poche bombe a mano. Eppure, si fecero sotto con decisione, con slancio. Con la collera di chi credeva di aver subito in passato torti enormi. Non erano granchè militarizzati: alla loro guida si trovava, sì e no, una mezza dozzina di ufficiali reduci dall’Africa Settentrionale, dal Fronte Orientale. Tutti gli altri ben poco sapevano di tattica e tecnica militari. Eppure, superarono se stessi. E senza il concorso degli anglomericani… Dall’Hotel Excelsior di Roma, già intorno al 6 o 7 agosto, il Generale americano Clark, comandante supremo delle forze Alleate in Italia, così aveva sentenziato: “Che a Firenze gli italiani per un po’ si scannino da soli”… Così, a Porta Romana, alla Due Strade, Firenze Sud, unità alleate sostavano… I soldati americani giocavano a Baseball; i britannici, a Football o a Rugby…

I partigiani di fronte a sé avevano quattrocento franchi tiratori in camicia nera, quasi tutti giovanissimi, il più anziano avrà avuto 21 o 22 anni… A loro le autorità della Repubblica Sociale Italiana in ritirata coi tedeschi sulla “Bolognese”, avevano dato la consegna: resistere a oltranza. I giovani cecchini in camicia nera avevano così replicato: “Resisteremo a oltranza, perdio”! Ne fu testimone Curzio Malaparte nel suo meraviglioso “La pelle”, testimonianza della Firenze che si riavviava, come il resto d’Italia alla democrazia.

Fu atroce. Fu ‘infernale’… Implacabile l’offensiva dei partigiani nelle cui fila agivano “anche” ragazze, ragazze di ‘buona famiglia’, come una Tina Lorenzoni scoperta con un carico d’armi dai fascisti sui Viali Granducali: fucilata sul posto a 22 anni di età…

Rabbiosa la resistenza dei 400 cecchini in camicia nera i quali si rammaricavano che non un inglese, non un americano si presentasse sulla linea del fuoco… Era un gioco a scacchi… Un gioco condotto sui tetti e nelle vie di Santo Spirito, Santa Croce, il Campo di Marte, Le Cure, San Niccolò, San Frediano. Era un duello sottile quanto robusto: una contesa che stimolava su entrambe le barricate il senso d’improvvisazione, la ricerca del colpo a effetto; della stoccata definitiva, perentoria…

I cecchini in camicia nera… In gran parte, non erano rampolli dell’alta borghesia o dell’arisrocrazia; non erano figlioli di notai, avvocati, dentisti, funzionari di Stato. Erano la prole di metalmeccanici, muratori, piccoli esercenti, impiegati d’ordine. Come i partigiani comunisti, avevano, anch’essi un ideale: quello dell’affratellamento, dell’azzeramento delle classi sociali. Sognavano un mondo simile a quello degli italiani e delle italiane che essi combattevano. A questo ideale dettero tutti, o quasi tutti, la vita; come partigiani e partigiane la dettero nella “bagarre” al Campo di Marte, alle Cure, Oltrarno.

Ma più che una lotta tra fascisti e antifascisti, fu una lotta “fiorentina”… Guelfi e Ghibellini… Bianchi e Neri… Medici e Pazzi… Gli uni rimproveravano agli altri il “tradimento” di Firenze… Gli uni definivano gli altri “la schiuma di Firenze”… Non c’erano mezze misure. Non potevano essercene. I fiorentini o stavano da una parte o dall’altra. Nessun “gioco dialettico”. Nessun “avvicinamento”. Il fiorentino non è un “freddo”, come potrebbe invece sembrare: è un passionale.

Il passionale dell’agosto 1944.

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