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La vera colpa di Davide Bifolco è stata quella di essere napoletano?

La protesta dei familiari di Davide Bifolco

La protesta dei familiari di Davide Bifolco

Chi tenta di giustificare l'omicidio di un ragazzo di 17 anni da parte di un carabiniere che lo inseguiva con la solita retorica basata sull’utile teoria “Napoli territorio di guerra”, sta solo cercando di giungere alla solita italianissima conclusione secondo cui “non è colpa di nessuno”. Non ci sto!

Davide Bifolco avrebbe compiuto tra qualche giorno 17 anni. È stato colpito da un proiettile partito accidentalmente dal revolver di un carabiniere, durante degli accertamenti in un posto di blocco a Napoli. La dinamica è ancora da chiarire: si dice che ci sia stato un’inseguimento, che i ragazzi siano caduti a terra dopo esser stati speronati dall’auto dei carabinieri. Gli altri due si sarebbero dati alla fuga mentre lui, ferito, sarebbe rimasto sull’asfalto in attesa dei soccorsi medici. 

Davide era un ragazzino pulito, per la legge italiana un incensurato. 
Fa male da morire, morire così.

Il popolo del quartiere Traiano, una sorta di ghetto nella periferia occidentale della città di Napoli, è sceso per strada sconvolto, arrabbiato, deluso. È difficile farsene una ragione, vedere cadere i propri ragazzi per mano di chi invece dovrebbe difenderli.

La sua colpa? Forse quella di non essersi inizialmente fermato all’alt delle forze dell’ordine. Con lui sulla sella viaggiavano due giovani: uno pregiudicato l’altro risultava latitante, per aver violato l’obbligo degli arresti domiciliari. 

Ma in fondo la vera colpa di Davide è di essere napoletano. Di essere nato e cresciuto in quella periferia della vita che qualcuno chiama jungla, ma della resistenza all’interno di quel mondo distante non si ha la più pallida idea.
Davide viveva la sua quotidianità, come si vive in un territorio di guerra in cui sai che potresti essere colpito ma non credi mai che possa accadere a te, forse anche per una questione di scaramanzia. Quei luoghi in cui portare a casa la pelle ogni santo giorno diventa una sfida o una lotteria; posti in cui l’esistenza vale meno del costo di un proiettile. E non ha importanza chi sei o cosa fai, se non hai mai avuto problemi con la giustizia, se sei tu il vero bersaglio: quando capiti nel ballo non ci sono distinzioni, e basta un niente e ti ritrovi a terra con lo sguardo fisso nel vuoto ed i suoi sogni infranti. 

Chissà cosa sognano i ragazzi di Napoli… Certamente non di morire assassinati cosí, in una notte qualunque. Chissà che cosa avrà pensato quel ragazzino nel vedere l’ALT di quella paletta: non aveva patentino, ne casco, ne assicurazione. 
Sarà stata la paura di mettersi nei guai o la consapevolezza della condizione dei suoi compagni a non fargli fermare quel maledetto motorino? Chissà se anche solo per un attimo avrà pensato che qualcuno gli avrebbe sparato contro, e che quella sarebbe stata la sua ultima corsa…

Ho letto centinaia di commenti e di post su questa vicenda.  Perchè volete farmi credere a tutti i costi che i ragazzi di Napoli sono programmati al crimine? Per ragioni di DNA o per una questione di luogo comune ormai cristallizzatosi?
Identificarli come criminali per appartenenza rende tutto più facile, certo. 
Io non ci sto!

A prescindere da ogni possibile analisi del territorio, da ogni eventuale amara filosofia o considerazione sviluppata in queste ore da giornalisti “santoni” e dai soliti servi del sistema, io resto dell’idea che indossare una divisa non può giustificare azioni criminali. Non si spara contro un ragazzo che fugge disarmato. 
Chi tenta di giustificare questo omicidio con la solita retorica trita e ritrita basata sull’utile teoria “Napoli territorio di guerra”, sta solo cercando di costruire delle abili scappatoie per giungere alla solita italianissima conclusione secondo cui “non è colpa di nessuno”. Invece no. Un proiettile non parte accidentalmente, non ad altezza uomo. Chi ha sparato lo fatto sapendo che avrebbe potuto colpire uno dei ragazzi. E questo è accaduto. 

Ma ciò che mi lascia senza parole è la subdola convinzione che trapela dai post degli italiani che se a morire fosse stato uno dei due pregiudicati ci sarebbe stato molto meno clamore. Come se la vita di un ragazzo incensurato valga di più rispetto a quella di uno che ha commesso degli errori. Questo lo trovo sconcertante, come l’odio che spesso alberga nelle caserme, di cui nessuno scrive e nessuno parla. 

Chi rappresenta lo Stato, chi ha scelto di stare dalla parte della legge e uccide deve assumersi tutte le responsabilità civili e penali: altrimenti rischiamo di portare la discussione su un campo di inequità. E questo paese, per quanto riguarda l’applicazione della regola-giustizia, soffre di molte “interpretazioni" e particolarità. 
Lo Stato ha perso ancora una volta, e non nascondiamoci più dietro il dito. Oggi siamo di fronte a due vittime: un ragazzino che ha perso la vita ed un altro che di certo non ne avrà una migliore dopo quella notte. Siamo nel cuore di una città allo sbando sotto il fuoco delle bande emergenti, e non bastano più i posti di blocco ne le condanne, che non fanno più tanta paura.

Davide non tornerà, e il suo sacrificio non deve alimentare discordie ne far innalzare ulteriori barriere ma essere da esempio per far coprendere quanto sia mortale vivere al di fuori delle regole. Resta la viva preoccupazione per i migliaia di ragazzini che a Napoli, ed in tutto il meridione d’Italia, continuano ad essere bersaglio dei buoni e dei cattivi.

In quest’epoca di riforme e di cambiamento dobbiamo pretendere in coro dal mago Renzi una nuova strategia di contrasto dell’illegalità fondata soprattutto su percorsi culturali-formativi e di primo impiego che possano costruire nel tempo una nuova identità per i nostri giovani. 

 

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