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Il mio incontro con il Procuratore capo Federico Cafiero De Raho, segno tangibile della Giustizia e della Divina Provvidenza

Da mesi chiedevo un incontro con il magistrato a Capo della Procura della Repubblica di Reggio Calabria e quando il giorno è arrivato ho finalmente sentito il senso dello Stato: “Sono dell’idea che chi si è speso per la legalità merita rispetto fino al termine del giudizio" 

Ci sono notti che passi a pensare che senso ha la tua vita quando intorno fanno di tutto per farti perdere ogni senso ed ogni orientamento. Sono cresciuta all’ombra del campanile seguendo i comandamenti ed amando gli altri a volte ben oltre me stessa. Mi hanno insegnato che la forza del bene trionfa sopra ogni male, sempre. Che la Madonna è l’avvocata nostra e la giustizia, che come l’amore è sinonimo di Dio, è equa e sacra. 

Credevo che ogni persona racchiude in se la sua propria verità: che non si nasce giusti o sbagliati, né onesti o ndranghetisti: ma esseri umani. 

La mia vita dopo il 12 dicembre 2013 si è svuotata di gran parte del senso di ciò che muoveva i miei giorni. E mi sono trovata dover fare in fretta i conti con un mondo completamente diverso da quello che credevo fosse e che purtroppo non è. Visionaria o semplicemente ingenua? Mah…

Nei giorni scorsi ho scritto una lettera al Procuratore Capo della DDA di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho.  

Un testo che racchiudeva tutta l’amarezza di una cittadina assassinata da un’indagine “leggera” che si accorge ad un certo punto che in questo paese la legge non è uguale per tutti.  

Sono 2 mesi che con il mio avvocato chiedevamo un appuntamento con il Procuratore, ma nulla. Per giorni c’ho pensato e poi stamattina mi sono svegliata con la piena consapevolezza di voler portare a termine la mia missione: parlare con  Cafiero De Raho.

Sono circa le 11.00 mentre salgo le scale che portano al sesto piano della Torre 3 del Cedir, dove si sviluppano gli uffici della Procura antimafia, non ho alcuna certezza se non quella che non mi muovo da li senza aver parlato con lui. Ho nella borsa una barretta proteica e la settimana enigmistica prevedendo una lunga attesa.

Dopo aver passato il controllo all’ingresso vengo annunciata in segreteria. Mi danno l’ok, posso passare. Nella stanza in fondo al corridoio sulla destra mi riceve una signora gentile e ben vestita. Ha letto la mia lettera, sa chi sono e che ho urgenza essere ricevuta. 

“Ho bisogno di parlare con il Procuratore, – dico- non ho fretta, posso aspettare anche tutto il giorno. Ma desidero parlare con lui anche per qualche minuto”.

La donna comprende la delicatezza della mia situazione e mi invita a sedermi.
Nella sala antistante la segreteria c’è un divano-trappola: talmente sfondato che rischi di rimanerci dentro. I ragazzi della scorta attendono li. Hanno tutti delle facce simpatiche e la maggior parte sono in sovrappeso. Qualcuno parla in siciliano: spiega ai colleghi un nuovo video game che utilizza delle vere e proprie strategie di guerra.

Io faccio le parole crociate. In verità la mia testa corre velocissima, ma non provo nessuna emozione, anche se la sola possibilità di incontrare il Procuratore De Raho, colui che ha contrastato con successo i Casalesi, la considero per me è un grande onore.

Non so quanto tempo passa, ma ad un certo punto la signora mi chiama. Parlo prima con un uomo con il quale facciamo subito il punto della situazione. Lui comprende il mio disagio di nove mesi di firma quotidiana. Mi invita a sedermi e ad aspettare. Io ribadisco che sono disposta a stare li tutto il giorno, e se dovesse servire anche il giorno dopo.

Passa del tempo e quell’uomo mi chiama nuovamente. Mi accompagna attraverso il corridoio che conduce alla porta d’ingresso dell’ufficio di Federico Cafiero De Raho, Procuratore Capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. Lui è dietro la scrivania, mi saluta stringendomi la mano. Io provo una fitta al petto.  Sono mortificata: “Procuratore per me è un onore incontrarla nonostante la circostanza sia particolamente spiacevole”.

Lui si ricorda di me. Era li la mattina del 12 dicembre durante la conferenza stampa che decretava la mia morte civile. 

Gli parlo di me. Dell’associazione che ho creato e fondato, il mio amato “Movimento donne di San Luca e della Locride”. Gli spiego le ragioni, le motivazioni che mi hanno portato lassù, oltre le pietre del Bonamico, dove nessuno si avvicina nemmeno per sbaglio. Gli racconto del bene confiscato ai Pelle, quello in Località Giardino che agli atti figurava fosse una struttura in cui si tenevano corsi professionali, ma nel quale non ci stavano nemmeno i sanitari, ne la raccolta delle acque nere…
Lui mi ascolta attento e silenzioso. 

Arriviamo al mio arresto. 

“Durante quella conferenza stampa sono stata accusata di reati che il 17 aprile a chiusura indagini erano completamente spariti. Il PM il 30 aprile mi ha detto che non ci sono prove…ma il 12 dicembre Procuratore le prove ce le avevano?”. Sono stata intercettata con il 416 bis per mesi in maniera del tutto preventiva, senza aver commesso nessun reato…”

Lui continua a guardarmi negli occhi. Non parla. 

“Sono 8 mesi che firmo tutti i giorni, mentre altri personaggi noti già condannati, o altri imputati in processi con reati ben più gravi dei miei sono tutti a piede libero…quale è la differenza tra me e loro???”

De Raho ha un viso docile. Lo sguardo è profondo ma mai inquisitorio: ha l’aria dell’uomo giusto. È un Procuratore galantuomo di quelli in via d’estinzione. Un magistrato di altri tempi che non cerca la ribalta a tutti i costi, che sa dire cose forti, incisive seppur con la classe di chi parla sottovoce. Distante dal circuito dei clamori De Raho sa come fare il suo lavoro e lo fa con passione. 

Successi? Tanti, mai ostentati ne rivendicati. Non da l’impressione di essere alla ricerca di patacche o di poltrone alternative: anzi pare ben assestato sulla sua, nononstante  se le “serpi in seno” alla Procura dicono che non è lui a prendere le decisioni importanti…

Come al solito l’eleganza del non-protagonismo viene scambiata per debolezza. Dopotutto nell’era dei Procur-attori se non fai la superstar sei uno senza palle! Io invece lo trovo super ROCK il procuratore capo. Uno con cui puoi permetterti il lusso di parlare anche di fede e di spiritualità senza sentirti per forza scambiata per un’esaurita è un lusso che credo non molte Procure possono premettersi. Se il mestiere del magistrato/giudice si spoglia di quell’umanità e di quell’equità che richiamano le fondamenta dei valori cristiani ci troveremo sempre di più di fronte a degli invasati giustizialisti pronti a spazzare via la vita di chiunque, senza pagare fio.

Abbiamo parlato a lungo. E mentre tiravo fuori le mie frustrazioni di “imputata-accusata senza prove documentali” pensavo che Cafiero De Raho ha un portamento che conquista, che sa di buono e sa di Stato. E allora al di la di ogni possibile delusione riconosci che finchè ci saranno uomini come il “piccolo Federico” la giustizia giusta non avrà mai fine. E questa, quando vivi delle vicende giudiziarie drammatiche come la mia, è una speranza che ti conforta l’anima come segno tangibile della Divina Provvidenza. Rosy

“Procuratore come si può trattare cosi la vita di una persona che fino a poche ore prima era un riferimento di legalità e subito dopo viene sbattuta in prima pagina e trasformata in un mostro?”

“Se lei ha visto io non ho detto una parola su di lei quella mattina in conferenza stampa. Sono dell’idea che chi si è speso per la legalità merita rispetto fino al termine del giudizio. Io purtroppo non posso aiutarla, né consigliarla…Io sono il Procuratore Capo della Repubblica”.

Non volevo da lui risposte retoriche, né mi aspettavo passi indietro nei confronti dell’operato dei colleghi: beh…

Mentre mi accompagnava alla porta il Procuratore mi ha stretto ancora la mano trattenendola per qualche istante. E senza bisogno di aggiungere altro ci siamo detti tutto. 

 


Qui sotto la lettera di Rosy Canale al Procuratore Federico Cafiero De Raho e già pubblicata da "Il Garantista"

 

C.A. Dott. Federico Cafiero De Raho

Procuratore Capo DDA di Reggio Calabria

Palazzo Cedir – Reggio Calabria

Reggio Calabria 31 agosto 2014

 

Illustre Procuratore,

 

si ricorderà di me: sono Rosy Canale, arrestata il 12 dicembre 2013 nell’ambito dell’operazione “INGANNO”.

Lei era presente quella mattina alla conferenza stampa che dava notizia dei sei arresti, e nella quale veniva riservato particolare risalto alla mia persona, accusata pubblicamente di aver truffato e malversato somme destinate all’associazione che presiedevo, il Movimento donne San Luca e della Locride, per spenderli ai soli fini personali. Fin dall’interrogatorio di garanzia, qualche giorno dopo mio arresto, rispondendo ad ogni domanda per oltre 4 ore, smentivo con forza quelle accuse vergognose dichiarando che se fossero mai state trovate delle prove a sostegno delle stesse io mi sarei tolta la vita pubblicamente.

Il 31 dicembre 2013 alle ore 14.55 venivo scarcerata su ordine del TDL e mi veniva imposto un obbligo di firma giornaliero presso la stazione dei carabinieri Rione Modena di Reggio Calabria.

Il 17 aprile 2014 venivano chiuse le indagini, e di quelle accuse calunniose, pronunciate ai soli fini di uccidere civilmente la mia persona e macchiare irrimediabilmente la mia credibilità pubblica, non vi era più alcuna traccia. Anche per questo il 30 aprile ho chiesto di essere interrogata e di fornire spontanee dichiarazioni al PM Tedesco, al quale ho domandato che fine avesse fatto la famigerata minicar acquistata per mia figlia con i soldi dell’associazione, cosi come i vestiti di lusso le borse firmate e le vacanze in montagna. “NON CI SONO PROVE” mi rispose.

Lo scorso 20 giugno sono stata rinviata a giudizio, persino per un’accusa di malversazione che dagli stessi atti della Procura si evince che è un “reato impossibile”.

Non è mia intenzione entrare in merito alla questione giudiziaria; affronterò con serenità e fiducia il processo che inizia il prossimo 16 ottobre. Ma come può facilmente immaginare questa vicenda, che mi ha fatto conoscere l’altra faccia della medaglia della giustizia italiana, mi ha traumatizzato e deluso profondamente.  E da cittadina desidero delle risposte.

Oggi desidero sapere se il 12 dicembre all’atto del mio arresto le prove documentali ci fossero o se soltanto sono state estrapolate delle parole-chiave da intercettazioni personali per creare delle accuse scenografiche e di grande effetto mediatico solo per giustificare un arresto altrimenti immotivato, scandaloso e non degno di un paese civile. Desidero sapere perché  sono stata arrestata in un’operazione targata DDA se non mi vengono contestati reati di mafia? Per un “economia di protocolli”, cosi come ha dichiarato il PM, o per esaltare di più la gogna mediatica? Desidero capire perché  in questi anni non mi è mai stata sequestrata la contabilità dell’associazione. Perché se gli inquirenti mi consideravano una truffatrice non mi hanno stanato subito invece di lasciarmi libera malversare per altri 4 anni e mezzo?

A chi “sfiziava” il mio arresto Dottor De Raho?

Sono 8 mesi che ogni santo giorno firmo, con la febbre, la bronchite, il vomito, il ciclo. Non mi è nemmeno concesso di star male. Firmo in mezzo a nomi eccellenti, come fossi una ndranghetista con un curriculum di tutto rispetto.

Invece pensi, sono una cittadina incensurata che prima di essere assassinata civilmente dall’ufficio di Procura si è concretamente e fisicamente spesa per la legalità in questa terra.

Perché continuo a firmare Procuratore? Chi gode di questa mia umiliazione?Quali colpe devo o dovrò espiare? Quali prove schiaccianti mi inchiodano come colpevole? E soprattutto chi mi ripagherà tutto questo tempo sottratto alla mia vita?

Lei ha detto che “tutti siamo uguali di fronte alla legge”. Mi perdoni, ma io non ci credo più. La legge non è uguale per tutti.

Vuole cortesemente farmi comprendere la differenza tra Rosa Canale imputata in attesa di giudizio (accusata di truffa e di malversazione…) con obbligo di firma giornaliero e noti personaggi già condannati in primo grado (per reati ben più gravi… ) e ancora oggi serenamente a piede libero?

E quanti altri casi clamorosi di imputati (o condannati) liberi e belli?

Oggi mi sento di chiederle con forza che cosa è la legge e cosa la giustizia in questo paese. Desidero sapere da Lei se l’applicazione della regola è soggetta ad interpretazioni, a rancori personali o antipatie, a dispetti di sorta o a finalità politiche. E nel mio caso quale di queste opzioni si è realizzata?

Lei è a capo di una struttura che a suo stesso dire è una squadra che “deve essere considerata come un unico magistrato”: allora dottore mi dispiace ma devo ritenere anche Lei responsabile di questa mia inutile disgrazia. Se, a suo dire, la “legalità è un principio a cui tutti ci dobbiamo ispirare”, questa lei come la chiama? Questa per lei è legalità? Accusare una persona senza prove, arrestarla e sbatterla in prima pagina come fosse un mostro e dopo avergli tolto tutto, la libertà, il lavoro, la famiglia, gli amici e la credibilità continuare a sottrargli la cosa più preziosa: il suo tempo.

Nessuno pagherà per tutto questo dolore. Ed io non posso stare qui ad aspettare in silenzio, per evitare che i suoi Procur-Attori si accaniscano ulteriormente con la mia vita. Il peggio è di gran lunga già successo, ed io non ho paura. E non starò qui con le mani in mano giorno dopo giorno in attesa di ammalarmi, perché questa giustizia mi creda, ammala questa società.

Non mi aspetto da lei risposte retoriche, ma capisco anche che non è facile fare un passo indietro dopo tanto clamore.

Dopotutto in questo tempo senza fede e senza ideali voi siete i surrogati di Dio, gli onnipotenti, i veri ed unici intoccabili Procuratore De Raho. In questo paese voi potete entrare dappertutto ed occuparvi di ogni cosa in cielo in terra e in ogni luogo. Avete licenza di uccidere senza sporcarvi le mani di sangue. E non è certo un assoluzione con piena formula a restituire la vita che quotidianamente sottraete a gente innocente, mentre la fuori molti colpevoli patentati “passianu” impuniti.

E se io non avessi retto alla gogna e mi fossi gettata dal balcone?

Oggi Lei che direbbe a mia figlia?

Io invece con grande umiltà Le dico che ci vuole responsabilità Dottore, quella che è mancata alla sua squadra “tanti corpi e un’anima” nei miei riguardi. Questo non è un reality show. La giustizia sana non necessita di spettacolarizzazione. Qui ci sono in ballo vite, famiglie, figli. Non si può, ma soprattutto non si deve puntare il dito, aprire bocca e dargli fiato, sfruttare la propria autorevolezza per accusare un cittadino se non si ha la certezza assoluta che una persona sia realmente colpevole. E basta con la filosofia fondata sul “intanto scrivete poi si difende…in caso l’assolvono”….

Le statistiche parlano chiaro. La Procura di Reggio è una tra le più prestigiose in questione di cause perse. Con un gran dispendio per lo Stato, cioè per noi cittadini.

Quando lei si isediò  in questa Procura disse che il suo ufficio “è aperto a tutti i cittadini che hanno problemi di rilevanza penale”. Oggi con tutta la stima che provo per lei mi duole doverla smentire. Sono due mesi che con il mio avvocato Francesco Calabrese chiediamo alla sua segreteria di incontrarla ma senza alcun esito. Dottore perché non vuole parlarmi? Chi mi vuol bene invece dice che a Lei semplicemente non importa nulla della mia vicenda. Io non voglio crederci e per questo le ho scritto.

Questa lettera non vuole essere ne una provocazione ne un lamento.

Sappia che io non mi arrendo e aspetto che le porte del suo ufficio si aprano davvero e mi accolgano come cittadina che cerca un dialogo.

Nonostante il mio coinvolgimento in questa triste vicenda giudiziaria, che ripeto verrà chiarita in ogni sua parte, non credo che una fede si possa spegnere con un’indagine, tantomeno l’amore verso la propria madre terra. Io sono, mi sento e resto un’ operatrice della legalità senza patacche ne potere alcuno, ma con una coscienza cristiana viva che oggi si ribella di fronte certa tracotanza.

 

A presto

Rosy Canale

 

 

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