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Al Greenwich Village per raccogliere pensieri sul discorso di Obama e la guerra all’ISIS, ma nessuno lo ascolta

di Lisa D'Ignazio e Barbara Gigante
Washington Square Park, nel cuore del West Village

Washington Square Park, nel cuore del West Village

In giro ieri sera nel quartiere simbolo di New York per la lotta ai diritti civili, convinte che avremmo trovato gli americani con molto da dire sullo speech di Barack Obama sulla guerra ai terroristi di ISIS. Ma le idee del presidente a quanto pare non interessano, a far discutere è la partita di baseball...

Il quartiere in cui il movimento gay ha posto le basi per rivoluzionare la cultura americana, sede di storiche librerie e punto d’incontro di cantautori, autori, scrittori, ieri sera sembrava un posto qualunque. Mentre il primo presidente afro-americano della storia, a sua volta simbolo delle minoranze alla ribalta, tiene quello che è considerato il più importante discorso alla nazione della sua carriera politica, le strade di Greenwich Village si popolano di giovani studenti alla ricerca di un pub in cui guardare la partita di baseball. Sono le 9:00 PM in punto e su nessuno schermo si scorge la faccia di Obama. 

“Il nostro obiettivo è chiaro: noi degraderemo e alla fine distruggeremo l’ISIL, attraverso una strategia anti terrorismo complessiva e sostenibile". La Casa Bianca emette proclami di guerra, eco di distruzione, minacce al nemico, da parte dell’insignito premio Nobel per la pace Barack Obama. 

Gli storici pacifisti del Village, hippys per tradizione, guardano il mondo dal bancone del bar. Discutono, ma non di politica estera, quanto delle imprese olimpiche dei loro campioni. Domandando in giro il perché di tutta questa indifferenza, Thomas, quarantenne gestore di un pub, risponde, con un sorriso quasi incredulo: “Alcol e politica non vanno d’accordo!”

Non serve un eccessivo sforzo d’immaginazione per capire che chi è davvero interessato alle sorti della sua nazione si troverà altrove, probabilmente incollato alla TV, in un posto dove regni un silenzio più consono all’altisonanza di quelle parole. Anche John, 27 anni, all’ingresso del suo locale, dice di pensarla così. 

“Non abbiamo trasmesso il discorso di Obama perché nessuno lo ha richiesto. La gente viene qui per rilassarsi, scappare dai problemi, in un’isola felice dove non esista la realtà e quindi la politica. Nessuno entrerebbe in un pub per sentirsi Obama”. 

Difficile dargli torto, ma qui non siamo in Italia. Il presidente in carica non sta annunciando alla nazione come riformerà il sistema pensionistico. Questa è l’America. Qui si decidono le sorti della collettività, da che lato far pendere la bilancia degli equilibri mondiali. Non è finita. La guerra continua in Medio Oriente. “Chi ha minacciato l’America non avrà un posto sicuro dove nascondersi”. Parola del presidente. 

Qualcuno non ha ascoltato questo discorso in tempo reale, eppure si sente di condividerlo. Connor, anni 23, è d’accordo con l’esportazione della democrazia. “E’ l’unico modo per insegnare alla gente del Medio Oriente a gestirsi. E’ importante mantenere l’esercito americano in quelle aree. Non c’è altro modo per scongiurare il pericolo terroristico”. 

Claire, la sua ragazza, non è d’accordo. “L’unica ragione per cui Obama ha ricevuto il premio Nobel per la pace – dice – è perché è il primo afroamericano diventato presidente degli Stati Uniti d’America.” 

Dopo 13 anni dall’11 Settembre, in un discorso che arriva proprio alla vigilia di quella ricorrenza, la risposta di Obama è ancora la guerra. Il modo per prevenire che si ripetano simili tragedie è ostinatamente quello di armare i ribelli, mandare consiglieri di guerra, bombardare in Iraq e adesso anche in Siria. 

Niente, neanche la prospettiva di un altro conflitto, che in realtà è sempre lo stesso, sembra turbare le serate al West Village. È di nuovo l’America a decidere le sorti del mondo, ma non sembra interessare troppo i newyorchesi, almeno quelli di Downtown, cui la storia scorre accanto senza che se ne accorgano.

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