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Renzi e la magistratura: garantisti si nasce

Le parole di Renzi sul troppo zelo della magistratura esprimono la metamorfosi del PD in un'entità nuova e diversa che non si impegna nella lotta alla corruzione e che porta avanti un'interpetazione di garantismo dal sapore arcoriano, incompatibile con la trasparenza e la disciplina necessarie a garantire la ripresa anche internazionale dell'Italia

Le recenti invettive renziane contro una certa magistratura un po' troppo zelante hanno messo a fuoco una delle tante metamorfosi che stanno plasmando il PD in un’entità nuova e diversa. Una sorta di ritorno al passato, davvero singolare per un premier che fa della rottamazione il suo marchio di fabbrica.

Era naturale che alcuni cronisti finissero con l'accostare Renzi al Craxi dei bei tempi andati, quando cioè il futuro eroe di Hammamet criticava la magistratura per aver fatto il proprio dovere con l'arresto di Roberto Calvi. Fa davvero cadere le braccia sentire esponenti del PD liquidare il paragone con uno sbrigativo "Io sono troppo giovane“, come ha buttato lì il vicesegretario Lorenzo Guerini. Se si è “troppo giovani” per aver vissuto gli anni degli scandali del Banco Ambrosiano, si ha il dovere di informarsi: ignorare la storia è infatti il modo più sicuro per ripeterne gli errori.

Per farci un'idea sull'opportunità delle parole pronunciate dall'inarrestabile segretario nonché premier, vediamo che cosa dice la Costituzione riguardo al ruolo di politici e titolari di incarichi pubblici. Articolo 54: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Il testo è chiaro: resta da vedere che cosa si intende per "disciplina ed onore". Viene spontaneo chiedersi come può un destinatario di un avviso di garanzia per reati particolarmente gravi essere un esempio di particolare "disciplina e onore" qualora decidesse di ignorare le pesanti accuse a suo carico, rimanendo candidamente al suo posto. Ogni riferimento a Claudio Descalzi è puramente casuale: il nuovo amministratore delegato di ENI, società pubblica al cui vertice è stato nominato proprio dal Governo Renzi, è recentemente stato indagato dalla Procura di Milano per corruzione internazionale nell'acquisizione di una grande concessione petrolifera in Nigeria. Pur ribadendo la sua innocenza fino al terzo grado di un eventuale giudizio, sono i requisiti di “disciplina e onore” che vengono qui chiamati in causa: chissà perché, ma l'imperativo categorico di dimettersi e invocare il processo per dimostrare la propria estraneità ai fatti contestati pare ormai passato di moda. Ci viene quasi da sorridere se alziamo lo sguardo oltre le Alpi e vediamo che cosa succede altrove: in Germania, per esempio, due ministri del governo, uno nel 2011 e uno nel 2013, si sono dimessi per aver copiato le rispettive tesi di dottorato. Evidentemente, attingere un po’ troppo pesantemente da altre fonti nella fretta di finire il proprio PhD pregiudica la propria aura di onorabilità in misura molto maggiore piuttosto che essere sospettati di corruzione internazionale mentre si guida un'enorme azienda pubblica. Ergo, male hanno fatto i magistrati milanesi a disturbare il manovratore.

Renzi se ne faccia una ragione: oggi, nel nostro Paese, l'azione penale è ancora obbligatoria. Di fronte a indizi di reato, i giudici non possono quindi fare altro che indagare e notificare il malcapitato. Con annesse le ovvie ripercussioni sulla sua onorabilità, che contageranno inevitabilmente ogni società pubblica da lui eventualmente guidata, qualora il figuro decidesse di restare al suo posto. Certo, prima o poi la leggendaria Riforma della Giustizia entrerà in vigore, plasmando il nostro sistema giudiziario a immagine e somiglianza del Piano di Rinascita: su questo, la profonda sintonia fra l'attuale premier e il suo illustre predecessore condannato definitivo lascia purtroppo poco spazio al dubbio. Ma fino a che questa maledetta obbligatorietà dell'azione penale non sarà tolta di mezzo, per gli esponenti renziani non avrà molto senso prendersela coi giudici, né stracciarsi le vesti contro quei citofoni che snocciolano avvisi di garanzia come se fossero caramelle: basterebbe scegliere persone estranee a qualsiasi sospetto di reato per ottenere la tanto agognata pacificazione fra magistrati e titolari di cariche pubbliche.

Più in generale, una delle tante cose che mancano a questo governo è una chiara e forte lotta alla corruzione, ma concreta e che vada oltre gli annunci, per quanto roboanti. Tale mancanza non fa che cristallizzare nel tempo la presenza di classi dirigenti impresentabili alla guida del Paese. Quello che sfugge a Renzi e ai suoi, purtroppo tanti, seguaci è un concetto molto semplice: non è solo la colpevolezza accertata di gravi reati (come la corruzione internazionale o, per fare un altro esempio a caso, la frode fiscale) che genera disonorabilità e toglie fiducia. È spesso anche solo il dubbio che un dirigente possa essere implicato in fatti così gravi che contribuisce già a rimuovere credibilità e rispetto. Questa è l'interpretazione corrente in molti ambiti internazionali, dove ci si dimette al minimo sospetto di un comportamento irregolare; e se ci si rifiuta di dimettersi, è lo stesso partito, oltre ai media, che impone fortemente un'uscita di scena.

Quello che un partito come il PD dovrebbe promuovere è un insieme di criteri più oculati e restrittivi per la scelta di manager pubblici, membri di governi e dirigenti di partiti; più intransigenza qualora sorgessero dubbi sull"'onore e disciplina“ di titolari di incarichi delicati (pur nel sacrosanto riconoscimento della loro innocenza fino a sentenza definitiva) in modo da preservare la credibilità delle istituzioni; infine, e soprattutto, più rispetto dell'azione dei giudici e della loro indipendenza, cose che finora sono state dimostrate solo a parole.

Come ex-elettore del PD, non posso che definirmi assolutamente disorientato (ma mi verrebbe da dire di peggio) quando non riesco a capire se una frase è stata pronunciata dal segretario del mio ex-partito o dalla Santanché. Il vero garantismo, che sarà anche un valore di sinistra (per dirla col Matteo Orfini), significa rispettare l'innocenza fino al terzo grado di giudizio e lasciare a chiunque la possibilità di difendersi in un processo equo, per dimostrare la propria estraneità ai fatti. Purtroppo, nel comportamento del PD attuale, si distorce questo concetto al fine di portare ai ranghi più alti persone la cui idoneità è quantomeno discutibile, perpetrando così l'inadeguatezza della nostra classe dirigente. Non ci si lamenti poi della scarsa crescita italiana: per attirare investimenti esteri servono trasparenza e disciplina, è necessario meritarsi rispetto e comunicare all'esterno un'immagine di serietà e di efficienza. Tutti elementi incompatibili con quest'idea perversa di "garantismo" dal sapore molto arcoriano.
 


*Jacopo Coletto lavora a New York come analista finanziario in una delle maggiori società di gestione del risparmio americane. Ha conseguito una laurea in Discipline Economiche e Sociali presso l’università Bocconi e un master in Ingegneria Finanziaria presso l’Università di California a Berkeley. E' un simpatizzante del PD ed è stato attivo nel Circolo PD di New York.
 

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