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Swatting: falso arresto per falso allarme, ma i rischi sono reali

La notizia della condanna di un quindicenne a 25 anni con l'accusa di terrorismo domestico ha fatto il giro del web prima di rivelarsi una bufala. Ma lo swatting è un fenomeno reale che fa riflettere sulle gravi conseguenze di una vita vissuta nel mondo virtuale

Quante volte abbiamo sentito parlare di “punizione esemplare”, cioè di quelle sentenze a volte un po’ estreme che restano non solo indelebili nell’antologia della giurisprudenza ma soprattutto nella memoria della gente… Sono giudizi portatori di un messaggio ben chiaro: attenzione, la legge fa sul serio.

Ed in certi luoghi la legge a volte fa troppo sul serio. È di qualche settimana fa la notizia che nello stato della Luisiana, negli Stati Uniti d’America, Paul Horner un ragazzino di soli 15 anni è stato condannato ad una pena di 25 anni con l’accusa di swatting. 

E che reato sarà mai? Lo swatting, in effetti, non è ancora stato inquadrato come vero e proprio reato ma è una “pratica” sempre più comune tra i ragazzini americani. Potremmo riassumerlo in due parole come “scherzo telefonico” ma ha ben poco a che fare con quel concetto universale di scherzo, e può causare delle conseguenze molto gravi. Detto cosi ci si può immaginare di tutto, ed infatti questo è uno di quei casi in cui la realtà supera persino l’immaginazione.

Tutto nasce da una passione ossessiva per i videogiochi: alcuni tra i più popolari a livello mondiale sono ambientati all’interno di operazioni di sicurezza estreme in cui l’obiettivo è quello di stanare bande di terroristi o serial killer attraverso l’intervento di forze speciali di polizia che utilizzano delle armi e delle pratiche straordinarie. SWAT è infatti la sigla con cui si identifica una speciale squadra di forze dell’ordine che negli Stati Uniti interviene esclusivamente in caso di atti di terrorismo, pluri omicidi con ostaggi o situazioni di pericolo collettivo. 

Una volta esaurite le sfide da joy-stick, un immenso popolo di adolescenti, passano alla simulazione reale architettando veri e propri raid di polizia contro i propri rivali. Una persona anonima chiama il numero nazionale di emergenza pubblica 911, riportando delle situazioni di estremo pericolo totalmente inventate: un pluri omicido con ostaggi o una bomba pronta ad esplodere in un luogo popolato. L’effetto è quello di far intervenire le forze speciali di polizia presso la casa o il posto di lavoro dell’antagonista.

E proprio come accade nelle scene dei telefilm polizieschi americani, in pochissimo tempo si mobilitano decine di uomini delle unità speciali che fanno irruzione all’indirizzo di riferimento trovando la maggior parte delle volte solo dei ragazzini esaltati e video dipendenti. In questo caso il punteggio viene calcolato in base al numero dei poliziotti che interviene sul posto. E la sfida continua…

Lo swatting è tutt’altro che un semplice scherzo telefonico che non solo rischia di trasformarsi in tragedia, ma impiega un gran numero di uomini e risorse che gravano sui costi della stessa collettività. Basti pensare che ogni intervento del genere da parte di queste squadre speciali ha un costo base di circa 10.ooo dollari: cifra destinata a crescere se si contempla anche l’utilizzo di elicotteri o mezzi straordinari. Tutto a carico delle casse federali…

Per questo il giovane Paul Horner, scoppiato in lacrime durante la lettura della sentenza, è stato condannato a 25 anni di detenzione con l’accusa di terrorismo domestico. Qualche tempo prima, Paul aveva chiamato la polizia autoaccusandosi di aver ucciso due persone, di averne altre in ostaggio e minacciando di essere pronto ad aprire il fuoco anche contro di loro, qualora i reparti speciali fossero intervenuti. Un vero e proprio invito ed un inno all’autodistruzione. La telefonata ha scatenato un intervento massiccio di forze che appena giunte sul posto hanno involontariamente ferito gravemente il padre del ragazzo, prima di giungere nella sua camera e comprendere che era tutto falso, tutto inventato.

L’articolo con la storia di Paul, apparso online, ha ottenuto in poche ore centinaia di migliaia di “mi piace” e di condivisioni su Facebook, a testimonianza che vi è una crescente sensibilità nei confronti degli episodi di swatting sempre più frequenti in certi stati d’America. Dopo qualche ora però si è giunti alla conclusione che il servizio, effettivamente apparso su un sito nazionale di satira, riportava una notizia falsa. Paul Horner è il nome che il noto magazine online utilizza solitamente per raccontare storie inverosimili ma attinenti con la realtà quotidiana. 

La storia ben articolata racconta un episodio di swatting conclusosi in tragedia, con il grave ferimento del padre del ragazzo e la condanna dello stesso ad un quarto di secolo di prigione, evidenziando i numerosi rischi che si possono correre una volta che si mette in moto la macchina della sicurezza pubblica. L’intervento di un certo tipo di poliziotti addestrati per affrontare delle emergenze critiche, convinti di dover stanare uno o più criminali, salvare degli ostaggi innocenti o evitare lo scoppio di un ordigno, può talvolta prevedere anche la stessa eliminazione del killer. Dopotutto un gioco troppo rischioso.

Paul, condannato a 25 anni dall’immaginazione del giornalista per questa volta è stato graziato nella vita reale, vita che andrebbe vissuta fuori dagli schermi e lontani dalle situazioni virtuali che troppo spesso condizionano, se non addirittura ammalano, il nostro pensiero spingendoci a compiere azioni che possono avere conseguenze gravissime.

 

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