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Il Bello ritrovato nella Genova devastata dall’alluvione e dalla brutta politica

Il reportage di un cittadino tra i volontari nella Genova allagata che ha visto la città dei giovani scuotersi per riprendersi il suo destino: "Oggi come ieri i nostri figli sono tutti a spalare fango negli scantinati di Corso Torino. Quando penso alla nostra classe dirigente, quest’Italia non ha futuro! Quando vedo questi giovani, allora c’è ancora speranza!"

Piero Ottone titolò la prima pagina del Secolo XIX dell’8 ottobre 1970: Genova resiste. Oggi come ieri, la città di Genova si è già mossa a spalare il fango e riprendersi la sua quotidianità. Oggi come ieri, i nostri figli sono tutti a spalare fango negli scantinati di Corso Torino. Quando penso alla nostra classe dirigente, quest’Italia non ha futuro! Quando vedo questi giovani, allora c’è ancora speranza!

“Ancora una volta un’alluvione ha messo in ginocchio Genova. Continuano a passare sotto i nostri occhi immagini di distruzione e di rabbia, di coraggio e di tentativi di ricominciare”. Questo è uno dei tanti messaggi che si leggono sui social network, testimonianza della rete di solidarietà che si attiva in Italia, ogni qual volta accade un disastro. Il messaggio continua: “Genova e la Liguria sono stati generosi con l’Emilia terremotata ed alluvionata. Rimettiamo in circolo la solidarietà ricevuta!”Genova alluvione

Le stesse sensazioni di tre anni fa! Quando insieme a Massimo e Marco eravamo in Val di Vara, la prima valle del biologico in Europa, a raccontare l’alluvione del 25 ottobre 2011. Racconto che poi è diventato il film-documentario: “Se io fossi acqua”. Un cielo nero che “illumina” la città. Lo stesso tepore nell’aria. Lo stesso odore di terra bagnata. Mentre prendo il treno per raggiungere Genova e gli Amici di Pontecarrega, associazione nata all’indomani dell’alluvione del 4 novembre 2011, in testa mi risuona “Dolcenera” la canzone di Fabrizio De Andrè che racconta di un’altra alluvione, sempre a Genova, quella del 7-8 ottobre 1970: " …acqua che non si aspetta altro che benedetta acqua che porta male, sale dalle scale senza sale sale, acqua che spacca il monte, che affonda terra e ponte…".

Il treno attraversa le gallerie ottocentesce delle 5 Terre: galleria-buio-luce; galleria-buio-luce … il mare! Tre anni fa, il 25 ottobre del 2011, tra le 5 Terre e la Val di Vara l’alluvione causò la morte di 13 persone e ancora oggi si vedono le ferite inferte al territorio. Dieci giorni dopo, il 4 novembre 2011, lo stesso evento meteorico si verificò a Genova. Il fiume Bisagno e i suoi “piccoli” affluenti, tra i quali il rio Fereggiano misero sott’acqua Genova, causando la morte di 6 persone. A tre anni di distanza, rieccoci! Un temporale “auto-rigenerante” prende corpo nel Mar Ligure, sempre più caldo, e si schianta sul versante ligure degli Appennini. E’ il 9 ottobre 2014, triste ricorrenza di un altro disastro italiano: il Vajont (09/10/1963). 

VecchiettoDa diverse generazioni non riusciamo a prenderci cura del nostro Belpaese. Come ci ricorda Salvatore Settis nel suo libro “Paesaggio Costituzione Cemento”, in Italia il paesaggio è il grande malato! Il cemento oramai sommerge quello che fu il Belpaese. E noi italiani continuiamo a fare scempio di noi stessi! Il treno giunge a Genova Brignole. Nella stazione c’è un silenzio assordante. Poche persone e soprattutto giovani con stivali e vanghe, nella città, all’anagrafe, più “vecchia” d’Europa. Passo da Borgo Incrociati, dove Antonio Campanella di 57 anni, vittima dell’alluvione, amava passeggiare prima di andare a letto. “Il pensionato gentile che amava la notte”, così lo ricorda chi lo conosceva. Rifaccio il sottopasso della ferrovia di Brignole dopo essermi affacciato sul Bisagno, che scorre tranquillo come se nulla fosse successo. In questo tratto il corso d’acqua non è più un torrente, ma una fogna. Non ci sono i barbi, ma i topi! Mi dirigo verso Corso Torino, l’appuntamento con gli Amici di Pontecarrega è là! Ci salutiamo e ci dirigiamo verso lo scantinato di un palazzo cittadino, colmo di fango. Poi ancora in un supermercato ed infine a liberare il “fondo” di un vecchio notaio genovese. La catena umana di giovani braccia che si passano dei faldoni infangati, con il sorriso stampato su un viso pieno di fango, è un insegnamento per chi come me porta la barba bianca! Ma chi sono questi Amici di Pontecarrega. La loro storia è emblematica per quello che sta accadendo a Genova. E dovrebbe far riflettere. 

Fabrizio Spiniello, studente 27enne e Presidente dell’Associazione mi dice: “L’idea della associazione nasce già durante i giorni dell’alluvione 2011, quando spinti dallo spirito di collaborazione e solidarietà abbiamo riscoperto una comunità viva e pulsante, orgogliosa e piena di idee. Con la vanga in mano e il fango alle ginocchia ci siamo voluti rimboccare le maniche e abbiamo voluto intraprendere un percorso comune che ha portato persone con storie e tradizioni diverse tra loro a creare un’associazione che avesse come obiettivo quello di fare comunità e di rendere più vivibile e più nostro questo tanto bistrattato quartiere.” Genova ragazzi

La ricchezza di questo gruppo di cittadini genovesi: fare girare le idee, che vengono discusse, disegnate, sognate. 

Sabrina Casagrande aggiunge:  “Ognuno di noi porta il proprio contributo e alla fine ci rendiamo conto che non siamo poi così diversi, perché tutti aspiriamo al Bene Comune. Ci anima questa certezza: anche qui esiste il Bello.” 

Fabrizio e i suoi amici non si sentono periferia e vogliono superare questo concetto. Vogliono essere promotori del processo di cambiamento per il loro quartiere e per la loro vallata e non meri spettatori passivi. Fabrizio, con la sua giovane barba, aggiunge: “Rivendichiamo il nostro territorio e vogliamo viverlo in prima persona, consapevolmente, perché noi siamo il nostro territorio”. 

Gigi, Ivan, Antonio, Sabrina, Monica, Simona, Simone e Fabrizio sono affascinati dall'idea di resilienza. Sono consapevoli di vivere in “disequilibrio” nel loro fragile territorio. Ne hanno preso coscienza e cercano di partire da questa certezza nelle loro attività, rivolte a promuovere la mediazione e la partecipazione della cittadinanza alla vita politica della città con forme nuove di impegno politico attraverso nuove forme di lotta, usando l'informazione e la competenza. Questo gruppo di cittadini ritiene che "senza una opinione pubblica agguerrita e documentata, non rassegnata alle calamità naturali, non sarà mai possibile avviare a soluzione i problemi di organizzazione della vita della nostra società".

macchinaMentre si spala il fango e si tolgono i materiali infangati dalle cantine, mi faccio raccontare dell’alluvione del 4 novembre 2011: “Ancora oggi la nostra Piazza Adriatico porta le ferite di quei giorni. A fronte di questa disgrazia tuttavia abbiamo trovato la solidarietà di tutti i cittadini che sono scesi con noi per strada per darci una mano a ripulire e ripartire. Fu come riscoprirci fratelli nel nostro “ghetto” in cui ormai non siamo più disposti a farci relegare! E’ necessario che i quartieri dormitorio delle periferie escano da questo triste ruolo!” 

La storia del quartiere di Fabrizio e dei suoi amici è sempre stata travagliata. Inizia nel dopoguerra con l’installazione di alcune baracche di legno costruite urgentemente per dare alloggio alle famiglie senza tetto, vittime dei bombardamenti del conflitto mondiale e soprattutto alle popolazioni di lingua italiana in fuga di massa dalla Dalmazia e dalla Jugoslavia. La toponomastica di questo quartiere ricorda quei tristi avvenimenti: Adriatico, Istria e Dalmazia. Solo successivamente vennero costruite le case in muratura, intorno agli anni 50, ma sciaguratamente i fondi e i primi piani delle nuove costruzioni vennero collocati a un livello inferiore rispetto gli argini dei torrenti Mermi, Rio Torre e dello stesso Bisagno. Queste abitazioni non hanno mai avuto una effettiva agibilità, ma vennero assegnate d’urgenza per la contingente necessità di nuovi alloggi per le famiglie sfollate. Durante gli episodi alluvionali del 1970 le case vennero gravemente danneggiate: questo episodio avrebbe dovuto far riflettere le istituzioni, mentre, solo qualche mese più tardi, nel 1971, esse derogarono nuovamente al buon senso e alla incolumità delle persone, ripristinando gli appartamenti per assegnarli forzatamente alle famiglie del quartiere di Via Madre di Dio. Un’operazione riconosciuta oggi all’unanimità come “infame”, che vide come protagonisti la diaspora e l’allontanamento dal centro di intere famiglie verso collocazioni disparate in degradanti periferie.

Fabrizio continua a raccontarmi dell’alluvione della quale stiamo spalando il fango insieme. “Dopo l'alluvione di fango del 2011 arriva l'alluvione di cemento. Operazioni speculative si abbattono sul quartiere con violenza. Viene costruito un grande centro “mall” di 50mila mq. Un secondo centro commerciale sarà costruito a breve a poca distanza mentre l'amministrazione comunale e regionale promuovono il restringimento del letto del fiume Bisagno e la demolizione dello storico Ponte Carrega del XVIII secolo.” Spalatori

Va bene, ma voi cosa fate, gli chiedo: “La nostra attività prosegue attraverso lo studio dei fenomeni alluvionali che colpirono Genova nel 2011. Coinvolgiamo esperti ed università, perchè non vogliamo più piangere i morti delle alluvioni, ne sentire le giustificazioni dei politici. Lo scorso autunno abbiamo organizzato un convegno di richiamo nazionale sui problemi del dissesto idrogeologico, dove abbiamo esposto le nostre valutazioni sui problemi della vallata del Bisagno, indicando una strada da percorrere: le grandi opere da sole non servono, se non sono accompagnate dalla cura dei versanti e dalle norme di autoprotezione e in genere da misure di flood proofing e di cultura del rischio.” 

Poi arriva il 9 ottobre 2014. “Di nuovo i fiumi che esondano, di nuovo fango, di nuovo morte. La stessa desolazione e l'impotenza di ieri ma anche una grande rabbia per cose previste e prevedibili. La voglia di tirarsi su le maniche e di riprendere in mano ancora la pala, come se il fango lavasse le vergogne e le pene di questa città. Nessuno di noi odia il Bisagno: è il nostro compagno fedele. Lo respiriamo, ma non lo viviamo più. In città si è creato un limite col fiume, come se fosse un disagio di cui vergognarsi. Tutti dicono della rabbia del fiume in piena, ma nessuno parla della violenza degli argini che lo costringono. E’ l'uomo e la sua urbanizzazione scellerata la causa di questo scempio. Ai responsabili di tutto ciò, ieri come oggi, è rivolta questa nostra dedica:“ …verremo ancora alle vostre porte, e grideremo ancora più forte, per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti!”

La giornata volge alla fine. E’ prevista una nuova “bomba d’acqua”. Saluto Fabrizio e i suoi amici dandoci appuntamento per l'11 gennaio 2015, data in cui i cittadini autorganizzati, che in questi giorni hanno la pala in mano e che vogliono riappropriarsi della dignità di essere territorio, parleranno ancora di alluvioni a Palazzo Ducale.

svenditaRisalgo sul treno per casa. Una domanda mi rimbalza in mente: cosa si può fare per evitare che ad ogni forte pioggia si ripetano nuovi disastri? Quello italiano è il territorio più franoso d’Europa e noi facciamo veramente poco per metterlo in sicurezza. “L’Italia è una Repubblica af-fondata dalle alluvioni” si legge su un muro. La prevenzione non è sufficiente e nel frattempo continuiamo a costruire, senza porci alcun limite. La Liguria in questa tendenza tutta italica, vanta un primato poco invidiabile. Il neologismo “rapallizzazione”, coniato dal giornalista Giorgio Bocca, che sta ad indicare il fenomeno di urbanizzazione selvaggia nelle zone turistiche dell’Italia a seguito del boom economico degli anni ’60, prende origine proprio dalla cittadina ligure di Rapallo. Non possiamo continuare così. Lo specchio di quanto sta accadendo oggi in Italia è nella normativa. Sulla carta le norme sono rigorose, ma intricate. Le competenze tra Stato ed Enti Locali poco chiare. Chi vuole approfittarne lo fa, lavorando negli “interstizi” della legge. Trova un varco tra la norma statale e quella regionale e si comporta come se la regola non ci fosse. E come se non bastasse, un ricorso al TAR può bloccare per anni un’opera, che magari poteva salvare qualche vita.

Arrivo a casa. Ritorno a fischiettare Dolcenera di Fabrizio de Andrè: “ … oltre il muro dei vetri si risveglia la vita, che si prende per mano a battaglia finita, come fa questo amore che dall'ansia di perdersi, ha avuto in un giorno la certezza di aversi”. Perfino il "tumulto del cielo" o lo straripare di un torrente "sbagliano momento". E l’amore cantato da Faber, che non può arrivare all'appuntamento perché coinvolto nello spettacolo dei vivi che si aiutano nella difficoltà del momento, viene comunque vissuto come una presenza reale, rimuovendone l'assenza. Nella certezza di amarsi!

Grazie Genova.

 

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Per chi volesse conoscere la storia degli Amici di Pontecarrega:

 

www.amicidipontecarrega.it

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