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Terrore per Ebola a Midtown Manhattan. I saggi, una volta di più, sono i bambini.

New York si è svegliata con un primo caso di Ebola. Percorrendo la Quarantesima strada dalla Nona alla Quinta Avenue interrogo i passanti sulle prime reazioni all'arrivo del virus in città. La maggior parte delle persone sembra inorridita all'idea, ma ci pensano i più piccoli a richiamarci al buon senso...

I newyorkesi non si fermano volentieri a parlare di Ebola e non solo perché affaccendati nel quotidiano, ma come se rifiutando di rispondere a domande sul tema scongiurassero anche la possibilità che il virus dilaghi, attivando una sorta di meccanismo scaramantico precosciente. Eppure l’Ebola è qui, a New York. Craig Spencer, un medico di 33 anni di ritorno dalla Guinea l’ha contratta e non si può far finta che non sia così, seppure ciò non debba necessariamente coincidere con uno stato d’allarme che per ora, per fortuna, non c’è.

Midtown Manhattan non l’ha presa bene. Risalendo la Quarantesima strada, dalla Nona alla Quinta Avenue, destinazione Bryant Park, incontro tanti occhi sgranati all’ascolto della sola parola: Ebola. Sono ancora intorno a Porth Authority quando, una signora piuttosto anziana, avvicinata per chiedere del virus, parla chiaro senza fiatare, semplicemente ritirandosi su se stessa, accartocciata sull’uscio di casa sua scaccia via ogni invadenza come si scaccerebbe uno spiritello del diavolo, blaterando solo: “Ho paura. Pregate il signore”. Reazione analoga da parte di un uomo di nome Sam, 75 anni, che poco più avanti, mentre aspetta l’autobus, dichiara: “Non possiamo fare molto, il virus esploderà ovunque. Bisogna solo pregare”. Continuo il mio percorso e incontro Luis, dal Perù, 59 anni, vive a New York da 35 e dice: “Sono spaventato, certo. Chi non lo è? Il modo in cui ha invaso il mondo, in particolare l’Africa ed è arrivato qui a New York mi terrorizza. Cercherò di prevenire il contagio con l’igiene e la pulizia, sarei disposto a cambiare abitudini se sapessi che servisse, ma ancora non ci sono istruzioni a riguardo”.

Quando si scende con la fascia d’età le reazioni sembrano più moderate. Joe ha 40 anni e fa l’operaio edile, ha appena abbandonato il suo cantiere quando lo incontro a metà strada tra la Settima e la Sesta Avenue: “Sono spaventato, ma non c’è niente che possa fare personalmente e non ho intenzione di cambiare il mio stile di vita. Sicuramente sto cercando di informarmi il più possibile, ma cerco di evitare il panico”. Non tutti, però, sembrano avere paura del virus. Marion è una commerciante di 58 anni e si mostra molto tranquilla nella risposta: “Il virus non si contagia fino a che non hai anche i sintomi. Perciò che motivo c’è di preoccuparsi? L’uomo ricoverato non può aver contagiato nessuno prima del ricovero”.

Arrivata a destinazione, mi avvicino a una donna che aspetta qualcosa o qualcuno seduta su una panchina di Bryant Park. Rose ha 55 anni e lavora come operatrice sanitaria, potrebbe dunque essere atterrita dall’eventualità di contrarre il virus sul lavoro, invece è tutt’altro che allarmata: “E’ un virus come tutti gli altri, niente di più. Bisogna stare attenti ai sintomi, ma devo dire che non abbiamo avuto particolare afflusso di gente che ha scambiato una normale influenza per Ebola. Forse perché si tratta di persone con un livello di educazione piuttosto alto, ma nessuno dei nostri pazienti è morto di paura e neanche io lo sono”. Rifacendo la strada al contrario mi imbatto in Mary, un’avvocata di 52 anni, sorride e non ha paura né delle domande né del virus: “Non sono affatto spaventata, stiamo facendo tutto il possibile e sono sicura si riuscirà a contenere l’epidemia. Non credo ci sarà alcuna esplosione di Ebola in America”.

Non sempre scendendo d’età si incontrano reazioni più pacate al problema. Billy è un ingegnere in prova, ha 33 anni ed Ebola lo ha completamente scombussolato: “E’ troppo tardi per fermare il virus, avrebbero dovuto muoversi prima con misure molto più drastiche. Io non prendo più la metro e ho dovuto adeguare i miei ritmi di vita al nuovo allarme”. Samoa di anni ne ha 27 e insegna giornalismo all’università. La blocco a un semaforo e accetta di rispondere alle mie domande perché lavora nello stesso campo: “Sono terrorizzata. Credo che dovremmo smetterla di far entrare persone nel Paese. Dobbiamo assolutamente fermare i voli dall’Africa, il virus non è nato in America, ci è arrivato e questo è a causa degli aeroporti e degli aerei che sono veicoli di contagio pericolosissimi.” Kevin, invece, ha 29 anni, e mentre corre da Starbucks prima che inizi il suo turno dichiara: “Il mio lavoro mi espone di più al contagio perché ho a che fare con un numero altissimo di persone che potrebbero venire da ogni luogo. Ho paura, ma cosa posso fare oltre a lavarmi in continuazione le mani?” – chiede a se stesso. 

Una lezione di stile, ancora una volta, arriva dai più piccoli. Ero quasi tornata a casa quando mi viene in mente di fermare Lou, che ha solo 13 anni. Sta tornando a casa col fratellino e il virus Ebola l’ha studiato a scuola: “Non sono spaventato. Farò come mi hanno detto di fare in classe. So che ci sono scienziati che se ne stanno occupando e che in Africa una persona su 5.000 ha contratto il virus” – sostiene. Quando gli si chiede se dovremmo fermare i voli dall’Africa, sorprende Lou, il quale, poco più che bambino, ha la stessa idea del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon: “Non si possono isolare i Paesi africani in cui è presente il virus, innanzitutto non si può e poi non è giusto. Piuttosto dovremmo attrezzarci con screening negli aeroporti per prevenire che chi ha l’ebola si imbarchi su un aereo”.

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