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Il capo dello Stato, la mafia e le diverse “interpretazioni” di una testimonianza

Il Presidente Giorgio Napolitano con il presidente polacco Bronislaw Komorowski al Quirinale

Il Presidente Giorgio Napolitano con il presidente polacco Bronislaw Komorowski al Quirinale

Mentre si attende la trascrizione ufficiale delle risposte che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dato ai magistrati del processo sulla presunta "trattativa" Stato-mafia, giornali e giudici si lanciano in considerazioni divergenti sul significato delle parole pronunciate al Quirinale

E' un processo che genera sempre attese, quello sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. Dopo il colpo da teatro dell'udienza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, direttamente al Quirinale (fatto fino ad ora inedito nella storia d'Italia), adesso, siccome l'udienza era a porte chiuse, c'è attesa per i verbali e la trascrizione di quanto Napolitano ha detto ai magistrati. Poco, in verità.

La procedura di trascrizione  viene curata dal presidente della Corte d'Assise, Alfredo Montalto, a cui sono state consegnate martedì stesso le registrazioni. Di solito il servizio di trascrizione richiede cinque giorni. In questo caso, come ha auspicato lo stesso Napolitano, i tempi potrebbero essere più brevi. I verbali saranno comunque resi disponibili alle parti prima della prossima udienza del processo che riprenderà il 6 novembre con la prosecuzione dell'interrogatorio del collaboratore Angelo Siino.

I giornali non sono molto d'accordo su cosa abbia detto Napolitano nelle tre ore d'udienza. Il giorno dopo, mercoledì, il Corriere Della Sera lanciava direttamente un virgolettato, “Nel ’93 aut aut della mafia allo Stato”, e nell’occhiello la spiegazione: “le risposte di Napolitano ai magistrati di Palermo”. Il Fatto Quotidiano apriva così: “Napolitano finalmente parla e conferma il ricatto mafioso”. Poi specifica che il Presidente ha risposto a tutte le domande, compresa quella posta dall’avvocato di Totò Riina che non era stata ammessa dalla Corte d’Assise. Anche La Repubblica sceglie di aprire con il virgolettato che esclude l’esistenza della trattativa, ma conferma il ricatto messo in piedi dalla mafia.

Nel frattempo, ci si chiede se sia stata davvero utile, dal punto di vista processuale, la testimonianza del Capo dello Stato. In ogni caso, secondo il ministro dell'Interno Angelino Alfano, «il presidente Napolitano è stato un esempio per tutte le istituzioni, le ha servite e continua a servirle anche quando, forse, avrebbe potuto avere un contegno e un atteggiamento diversi. Invece ha avuto l'atteggiamento di un uomo che incarna la più alta magistratura del Paese». Più tecnico il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti: «il presidente Napolitano è stato ascoltato e ha dato ovviamente risposte esaustive come gli stessi colleghi di Palermo hanno immediatamente comunicato, quindi tutto bene».
I pm Vittorio Teresi e Nino Di Matteo – che hanno condotto l'esame del presidente della Repubblica hanno ribadito anche ieri di essere soddisfatti del risultato ottenuto. Di parere opposto l'ex procuratore aggiunto Antonio Ingroia, il quale – finché è stato magistrato – ha coordinato l'inchiesta sulla trattativa e che parla di testimonianza «non determinante e in parte deludente». «Il risultato più importante – aggiunge – è stato che il presidente abbia detto che le bombe del ‘93 sono state un aut-aut della mafia contro lo Stato. La deposizione è stata invece deludente sull'aspetto per me più importante, ovvero quello che riguarda l'ex consigliere giuridico del Quirinale, Loris D'Ambrosio. Mi sembra singolare che, di fronte a un lettera che riferiva un fatto enorme come gli "indicibili accordi" e che lo stesso Napolitano avrebbe definito dai toni drammatici, il Presidente non abbia ritenuto opportuno approfondirne il contenuto con lo stesso D'Ambrosio».

Per il Pm Nino Di Matteo la testimonianza di Giorgio Napolitano al processo sulla trattativa Stato Mafia è stata importante per un motivo in particolare: "Perché ci ha dato la conferma che, dopo le bombe del '93 ai livelli più alti delle istituzioni di allora si ebbe immediatamente la consapevolezza, cito testualmente il presidente, 'di un aut-aut nei confronti dello Stato da parte della mafia corleonese per alleggerire la pressione detentiva o, in caso contrario, proseguire nella strategia destabilizzante dello Stato'. 'Ne fummo tutti convinti' ha detto il Presidente della Repubblica". 

 

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